Dott.ssa Serena Ferrari. Psicologa e Psicoterapeuta

Dott.ssa Serena Ferrari. Psicologa e Psicoterapeuta PSICOLOGA e PSICOTERAPEUTA AD ORIENTAMENTO PSICOANALITICO. L'obiettivo finale sarà il raggiungimento del benessere e una migliore comprensione di sé.

La Dottoressa Serena Ferrari è Psicologa e Psicoterapeuta, iscritta all'Albo Professionale della Liguria (n°2380) specializzata secondo un modello scientifico e clinico a orientamento psicoanalitico. Ha all’attivo diversi corsi di formazione, seminari e master, tra cui quello sulla Terapia Sistemica Familiare e di Coppia. Presta sostegno psicologico a adulti, adolescenti e famiglie; attraverso il

colloquio clinico e ad una continua valutazione delle scelte di intervento più adatte alla persona, aiuta a superare momenti di difficoltà, problemi emotivi e comportamentali. Le sedute saranno modulate secondo le esigenze della persona, messa in primo piano, durante tutto il percorso intrapreso.

✨ Da fine settembre partiranno i GRUPPI DI INCONTRO PER ADOLESCENTI ✨L'adolescenza è un periodo ricco di cambiamenti, em...
05/08/2026

✨ Da fine settembre partiranno i
GRUPPI DI INCONTRO PER ADOLESCENTI ✨

L'adolescenza è un periodo ricco di cambiamenti, emozioni, dubbi e nuove sfide.
È il momento in cui si costruisce la propria identità, si creano relazioni più significative, si cerca il proprio posto nel mondo e si impara a conoscere sé stessi, differenziandosi dai genitori.

Gli incontri si svolgeranno nel mio studio e saranno pensati come uno spazio sicuro, accogliente e riservato, dove poter crescere insieme, confrontarsi e sviluppare nuove competenze.
👥 I gruppi saranno suddivisi per fascia d'età, in base alle iscrizioni, per garantire un'esperienza il più possibile omogenea e significativa.
Ogni percorso sarà progettato tenendo conto delle caratteristiche individuali, dei bisogni e delle richieste dei partecipanti, mantenendo sempre uno scopo comune: favorire il benessere personale e relazionale.
Durante gli incontri utilizzeremo:
🌱 attività esperienziali e pratiche
🧩 materiali e strumenti forniti durante il percorso
💬 momenti di confronto e condivisione guidata.
🎯 esercizi mirati per sviluppare competenze utili nella vita quotidiana.

Affronteremo temi importanti e spesso delicati, come:
• la gestione delle emozioni
• l'autostima e l'immagine di sé
• le amicizie e le relazioni
• la comunicazione efficace
• l'ansia, l'insicurezza e il timore del giudizio
• i conflitti e il rispetto reciproco.
Tutto si svolgerà in un ambiente protetto, nel pieno rispetto della privacy, dei tempi e della sensibilità di ogni ragazzo.

Obiettivi del percorso
✔ Promuovere le abilità sociali e comunicative.
✔ Rafforzare l'autostima e la fiducia nelle proprie capacità.
✔ Sviluppare nuove competenze relazionali.
✔ Favorire una maggiore autonomia.
✔ Imparare a riconoscere ed esprimere le proprie emozioni.
✔ Costruire relazioni più sane e consapevoli.
✔ Sentirsi accolti, ascoltati e meno soli nelle difficoltà che spesso accompagnano questa fase della vita.

A volte basta scoprire che altri ragazzi vivono emozioni simili per sentirsi meno soli. Il gruppo diventa così un'opportunità preziosa per sperimentare nuove modalità di relazione, condividere esperienze e crescere insieme in un contesto guidato da una professionista.

Investire oggi nelle competenze relazionali ed emotive significa offrire ai ragazzi strumenti che li accompagneranno per tutta la vita.

📍 I posti saranno limitati, per permettere a ciascun partecipante di essere seguito con attenzione.
Per informazioni, dettagli sul percorso o per manifestare il proprio interesse, è possibile contattarmi in privato al +39 377 3467769.

Presto scriverò qualcosa a riguardo perché è un argomento in cui credo molto.Intanto vi lascio questo articolo  💡
18/07/2026

Presto scriverò qualcosa a riguardo perché è un argomento in cui credo molto.
Intanto vi lascio questo articolo 💡

Solitudine ed egoismo sono etichette che tornano spesso quando si parla di figli unici.
Secondo la psicologa Amy Brown, però, molti di questi luoghi comuni non trovano conferma negli studi: crescere senza fratelli non rende meno sociali né più fragili.
Anzi, emergono aspetti inattesi che raccontano un’infanzia diversa da come viene spesso immaginata.

17/07/2026

Una piccola ricarica 🌾
Lo Studio resterà chiuso per ferie dal 10 al 16 agosto.

Perché alcune persone si allontanano proprio quando la nostra vita cambia, nel bene ma anche nel male?Me lo sono chiesta...
13/07/2026

Perché alcune persone si allontanano proprio quando la nostra vita cambia, nel bene ma anche nel male?

Me lo sono chiesta diverse volte, da terapeuta nell’ ascoltare le vostre storie e da Serena nella vita privata.
E no, non ho una risposta illuminante, ma insieme possiamo buttare giù qualche riflessione e provare a pensare sulla base di qualche riferimento scientifico.
E quindi, é lunedì, pronti via con qualche considerazione 🤲🏻

Ci aspettiamo che le relazioni siano capaci di attraversare i cambiamenti, lo diamo quasi per scontato.
Facciamo un esempio: troviamo un lavoro che ci soddisfa, abbiamo finalmente una relazione sana e felice, raggiungiamo un obiettivo importante o semplicemente impariamo a metterci al primo posto (‘che no, non è egoismo).
Ed è proprio lì che alcuni, TAC, si allontanano.
Perché?
Nelle relazioni spesso senza rendercene conto, ricopriamo un RUOLO: c’è quello simpatico e burlone, quella che capisce sempre tutti, quello sfortunato, quello che ha meno, quello della compagnia che invece ha tutto.
Questi ruoli danno un senso di equilibrio al gruppo, ma quando anche solo una persona cambia, anche l’equilibrio cambia.
E non tutti sono disposti o capaci (!) di ridefinire la relazione.
Può succedere, ad esempio, che finché “avevi meno” la tua presenza fosse rassicurante, semplicemente perché non rappresentavi una minaccia.
Ma se inizi ad avere una vita felice, facendoti un mazzo tanto e non per grazia divina, qualcuno potrebbe sentire vacillare il proprio equilibrio.
Non necessariamente per cattiveria, ma perché per loro diventa difficile il confronto (qui aprirei un’altra parentesi, perché confronto é una parola che non mi piace, che ci porta poco lontani e che non ha senso in quanto ogni vita e percorso é a sé, ecc ecc ecc…).
L’invidia, in questi casi, può avere un peso importante. É un’emozione umana, spesso negata, che può trasformarsi in distanza, freddezza, svalutazione o allontanamento, quando non viene riconosciuta ed elaborata.
Ma attenzione, é normale, e tutti prima o dopo l’abbiamo vissuta!

E così, ci sono persone che ti perdono nel momento esatto in cui inizi a ritrovarti o a essere semplicemente comodo nella tua vita.
Succede.
Perché se sei quello che nella loro testa ha sempre ricoperto quel ruolo, tutto funziona. Quando cambi, qualcosa si rompe.

⚖️ La verità è che molte relazioni non sono costruite soltanto sull'affetto.
Sono costruite anche sugli equilibri.

Murray Bowen, padre della teoria sistemica familiare, spiegava come ogni sistema tenda a mantenere una propria omeostasi, un equilibrio interno. Quando uno dei membri cambia, tutto il sistema viene inevitabilmente messo in discussione. E non tutti sono pronti a ridefinire il proprio posto nella relazione.
Per questo, a volte, non perdiamo una persona perché siamo cambiati "in peggio".
La perdiamo perché siamo cambiati e basta.
Perché non occupiamo più il ruolo che, spesso inconsapevolmente, ci era stato assegnato.

Forse eri quello fragile e questo permetteva all'altro di sentirsi forte.
Forse eri quello che aveva meno successo e questo rendeva più facile il confronto.
Forse eri quello sempre disponibile, quello che non chiedeva mai nulla.
Quando smetti di interpretare quel copione, alcune persone non sanno più come stare nella relazione.

Punto chiave quindi è CHI MI VOLEVA DAVVERO BENE E CHI INVECE AVEVA BISOGNO DEL RUOLO CHE RICOPRIVO?

E poi c'è l'invidia che vi ho accennato…
É una delle emozioni più negate ma anche più potenti.
Jung ci ricordava che ciò che non riconosciamo di noi stessi tende a essere proiettato sugli altri. A volte il successo, la serenità o il coraggio di qualcuno illuminano parti di noi che fanno male. Se queste emozioni non vengono riconosciute, possono trasformarsi in distanza, aggressività, svalutazione o ostilità.

🪞 La Psicologia ci parla poi di Proiezione. Anche questo concetto qui ci torna utile…
Ma a cosa ci serve in questo caso?
La proiezione è un meccanismo attraverso il quale attribuiamo all’altro parti di noi stessi, bisogni, paure, aspettative o immagini che appartengono al nostro mondo interiore.
Per questo motivo le persone non vedono realmente chi siamo, ma vedono ciò di cui hanno bisogno e cosa ci attribuiscono.
Ma queste immagini raccontano molto più di loro che di noi. Quando iniziamo a essere diversi dall’immagine che avevano costruito, qualcuno si sente tradito.
Non perché siamo cambiati, ma perché é crollata l’idea che aveva di noi.
Ricordiamolo questo! Lo sguardo degli altri é sempre una fotografia scattata dalla loro posizione, NON É LA VOSTRA IDENTITÀ!

Quello che noi possiamo fare è accettare che non possiamo controllare l’immagine che gli altri costruiscono di noi, ma scegliere di essere autentici, leali con tutti, ma soprattutto con la nostra persona, e proseguire. Dritti e spediti.

👉🏻Ma esiste anche il contrario.
Quando soffriamo profondamente, alcune persone spariscono proprio quando avremmo più bisogno di loro.

Perché?
Perché il dolore dell'altro ci costringe a incontrare il nostro.
Ci mette davanti alla fragilità, all'impotenza, alla paura che certe cose possano accadere anche a noi.
E allora qualcuno fugge.
Non sempre per mancanza di affetto.
A volte perché non possiede gli strumenti emotivi per restare.
Rimanere accanto a chi soffre richiede una capacità rara: tollerare il fatto di non poter aggiustare tutto.

Irvin Yalom scriveva che la presenza autentica è spesso molto più terapeutica delle parole giuste.
Eppure viviamo in una cultura che ci insegna a risolvere, non a stare.
Forse è anche per questo che alcune amicizie funzionano solo finché tutto è prevedibile.

Finché si ride.
Finché nessuno cambia davvero.
Finché nessuno costringe l'altro a rimettere in discussione se stesso.

Poi arriva il momento più difficile.
Quello in cui continuiamo a chiederci:

"Perché mi ha lasciato andare?"
“Cos'ho fatto di sbagliato?"

Niente.

Forse quella persona aveva bisogno della versione di te che non esiste più.

Ed è qui che inizia una forma di maturità emotiva.
Accettare che non tutto abbia una spiegazione.
Che non tutte le persone siano destinate ad accompagnarci in ogni fase della vita (che gran fortuna a volte!).
Quindi CIAO 👋🏻

Winnicott diceva che il privilegio più grande è poter vivere sentendosi autentici✨

E allora forse il punto non è convincere qualcuno a darci spiegazioni o restare.
È non tradire se stessi per impedire che qualcuno se ne vada.
Perché chi ama davvero la tua essenza saprà riconoscerti anche quando la tua vita cambierà e tu farai altrettanto (e anche loro!).

E chi era legato soltanto al ruolo che ricoprivi... probabilmente avrebbe smesso di volerti nella sua vita comunque.

Lasciare andare non significa rinnegare ciò che è stato.
Significa scegliere di non perdere se stessi nel tentativo di trattenere chi, ormai, ha scelto un'altra strada.
Probabilmente prima o dopo l’avremmo fatto anche noi (occhio però perché se abbiamo strumenti cognitivi ed emotivi diversi, avremmo agito in altro modo).
Comunque… mettetevi sempre dalla vostra parte, accanto. Sedetevi accanto. E restate lì, quando ce n’è più bisogno, ‘che non non ha niente a che fare con l’incapacità di mettersi in discussione, ma anzi corrisponde all’autenticità e al non tradirsi mai.

Buon inizio settimana 🌱🌸🤲🏻

Oggi è ripartito il Corso OSS con il nuovo gruppo di allievi. Primissimo incontro!Che bello! Un incarico a cui tengo mol...
30/06/2026

Oggi è ripartito il Corso OSS con il nuovo gruppo di allievi. Primissimo incontro!
Che bello!
Un incarico a cui tengo molto e che mi dà altrettanto perché per me le lezioni non rappresentano solo una trasmissione di contenuti e teorie legate alla Psicologia, ma uno scambio tra adulti, ricco e costruttivo, con obiettivi comuni.
Grata per essere ancora qui 👩🏻‍💻🙏🏻

Perché una seduta dimenticata o non disdetta in tempo va comunque pagata?È una domanda che emerge spesso e che merita un...
24/06/2026

Perché una seduta dimenticata o non disdetta in tempo va comunque pagata?

È una domanda che emerge spesso e che merita una riflessione.

La psicoterapia non è soltanto il tempo trascorso nello studio o online.
È uno spazio che viene riservato, preparato e dedicato a una persona specifica.
Quando un appuntamento viene fissato, quel tempo non è più disponibile per altri.
Se una seduta viene dimenticata o annullata all'ultimo momento, spesso non è possibile offrire quello spazio a qualcun altro che potrebbe averne davvero bisogno.

Ma c'è un aspetto altrettanto importante.
La responsabilità verso il proprio percorso terapeutico passa anche attraverso il rispetto degli impegni presi con se stessi.
La continuità, la presenza e la cura degli appuntamenti fanno parte del lavoro terapeutico tanto quanto ciò che viene detto durante la seduta.
Pagare una seduta mancata non è una punizione. Non è una sanzione.
È il riconoscimento del valore di uno spazio che era stato riservato e del lavoro condiviso che sostiene il percorso di cura.
In terapia, anche ciò che accade fuori dalla stanza (una dimenticanza, un ritardo, una cancellazione improvvisa) può avere un significato e diventare occasione di riflessione e crescita.
Per questo motivo, quando una seduta non viene disdetta con il preavviso concordato, il pagamento della stessa rappresenta non solo il rispetto del lavoro del professionista, ma anche un elemento di responsabilità e consapevolezza all'interno del processo terapeutico.

È importante ricordare che questa condizione viene sempre comunicata chiaramente all’inizio del percorso e riportata nella documentazione informativa e nel consenso sottoscritto dal paziente.
Si tratta quindi di un accordo esplicito e condiviso, pensato per tutelare il lavoro insieme, il professionista (anche noi abbiamo una vita privata, impegni, appuntamenti ecc) e tutte le persone che potrebbero beneficiare di quello stesso spazio.
La terapia è un percorso costruito insieme. E ogni percorso richiede presenza, impegno e rispetto reciproco.

📸 Qui sotto, l’immagine di un’attesa 😪

La prima volta che venni qui, avevo l’età di mio figlio. Allora, non potevo sapere che durante quei momenti trascorsi su...
09/06/2026

La prima volta che venni qui, avevo l’età di mio figlio.
Allora, non potevo sapere che durante quei momenti trascorsi sul lungo lago, stessi costruendo ricordi così forti e importanti da condizionare ancora oggi la mia vita.
Ogni ottobre, a fine stagione, la prima cosa che mio padre faceva era prendersi qualche giorno per stare con noi e portarmi a Gardaland.
Prima delle vacanze, prima del suo riposo, c’ero io.
Chissà forse nel suo pensiero, quel luogo di giochi, era una su misura per me e forse, era anche un modo per permettersi di vivere quella parte d’infanzia, serena e leggera, che non aveva mai avuto.

Con mia madre ne parliamo ancora spesso.
Ricordo le passeggiate sul lago, il nostro solito albergo, le tappe fisse ogni anno, le persone che ci conoscevano e mi vedevano crescere dopo quei dodici mesi. Ricordo le nostre montagne russe, mamma che ne aveva il terrore e la mia speranza di essere cresciuta quel qualche centimetro in più per poter fare i “giochi dei grandi” lì al parco.
Ricordo i miei genitori accanto e li trovavo bellissimi.
Mi sentivo importante sapete: erano solo tre o quattro giorni ma sapere che quei momenti erano il nostro appuntamento fisso mi dava un senso di sicurezza infinito.
Qualsiasi cosa succedesse durante l’anno, qualsiasi imprevisto di lavoro, qualsiasi altra vacanza programmata, quei giorni erano una promessa. E i miei l’hanno sempre mantenuta.

Solo tanto tempo dopo, compresi appieno l’importanza di sentirsi ancora figlia e come questo concetto esuli dall’età ma che anzi, lo si capisca sempre più da grandi quando gli appoggi e i rifugi si fanno sempre più labili.
Darei qualsiasi cosa oggi per sentirmi ancora figlia, per sedere sulle ginocchia di mio padre qui sulla riva del lago e parlare con lui. Per chiamarlo a ogni imprevisto, per chiedergli aiuto o semplicemente per sentire la sua voce o ascoltare i suoi racconti.
Darei qualsiasi cosa per vederlo insieme al nipote, che non ha mai conosciuto, ma che paradossalmente gli somiglia tanto nel carattere.

Negli ultimi anni sono tornata spesso a Peschiera ma il “nostro” albergo è stato sostituito da un ostello, le persone che conoscevamo non ci sono più e molte cose sono cambiate.
Come me, come la mia vita.

Tornare qui ad oggi, é tanto un bisogno perché questo luogo per me è casa, quanto malinconico e forte.
Perché avrei tanto desiderato esserci insieme, con chi non c’è più e con chi c’è oggi.

Da queste mie parole possiamo lavorare su due cose, insieme.
Sul bisogno di sentirsi ancora figli e sul senso di appartenenza a un luogo.
Avete voglia di ascoltare questa mia condivisione…?
Andiamo.

🎢🏡 Dal punto di vista analitico e simbolico, il senso di appartenenza a un luogo speciale va ben oltre il semplice attaccamento a uno spazio fisico. Un luogo significativo dell'infanzia o dell'adolescenza diventa spesso un contenitore psichico: custodisce emozioni, relazioni, aspetti identitari e immagini di sé che si sono formati in una fase cruciale dello sviluppo.
In una prospettiva junghiana, i luoghi possono assumere una funzione simbolica simile a quella degli archetipi. Non sono soltanto scenari della memoria, ma rappresentazioni interiori di stati dell'essere.
Quegli spazi, possono diventare immagini del "Sé che si sta formando", luoghi interiori a cui la psiche continua a tornare nei momenti di transizione, crisi o ricerca di significato.
L'esperienza dell'infanzia felice lascia spesso una traccia che potremmo definire "topografica": la memoria non conserva solo gli eventi, ma anche i paesaggi in cui essi sono avvenuti. Quando una persona pensa a quel luogo, non ricorda soltanto ciò che è successo; recupera una particolare configurazione emotiva. Il luogo diventa allora una sorta di deposito di vissuti positivi: sicurezza, libertà, appartenenza, scoperta, vitalità, amore.
In termini psicodinamici, questi spazi possono funzionare come oggetti interni. Così come interiorizziamo figure di attaccamento, interiorizziamo anche ambienti che hanno favorito il nostro sviluppo. Il luogo speciale può diventare un "rifugio psichico", un'immagine interna capace di offrire continuità del sé quando la vita adulta introduce cambiamenti, perdite o frammentazioni.
Per questo motivo, il loro ricordo può essere accompagnato da una nostalgia particolarmente intensa: non si rimpiange soltanto il luogo, ma una specifica versione di sé che in quel luogo ha abitato.
Da un punto di vista esistenziale, il legame con questi luoghi parla del bisogno umano di radicamento. Ogni individuo necessita di coordinate simboliche che rispondano alla domanda: "Da dove vengo?". Il luogo amato diventa una risposta concreta e immaginativa insieme. È una geografia dell'identità. Quando diciamo "mi sento a casa", spesso non ci riferiamo tanto a un edificio quanto a una sensazione di coerenza tra il mondo esterno e il mondo interno.
È interessante osservare che il dolore provato quando questi luoghi cambiano, vengono perduti o diventano irraggiungibili assomiglia a un vero e proprio lutto. Ciò che viene minacciato non è soltanto uno spazio fisico, ma una parte della nostra storia personale. Tuttavia, nella maturazione psicologica, il compito non è conservare il luogo immutato, bensì interiorizzarne il significato.
Il luogo reale può trasformarsi, mentre il luogo simbolico continua a vivere come risorsa psichica.
Si potrebbe quindi dire che i luoghi dell'infanzia e dell'adolescenza felici rappresentano una sorta di "patria interiore": spazi concreti che diventano simboli della continuità del sé, della memoria affettiva e del sentimento di appartenenza. Quando vi facciamo ritorno, fisicamente o attraverso il ricordo, non stiamo semplicemente tornando in un posto; stiamo incontrando parti profonde di noi stessi che lì hanno trovato una forma, un senso e una casa.

🖇️🫀Il bisogno di sentirsi ancora figli in età adulta è un tema molto profondo perché tocca il rapporto tra autonomia e appartenenza, due bisogni che non si escludono a vicenda ma convivono per tutta la vita.
Nella cultura occidentale spesso si tende a pensare che la maturità coincida con la completa indipendenza. Psicologicamente, però, diventare adulti non significa smettere di essere figli. Significa piuttosto integrare entrambe le dimensioni: essere autonomi senza perdere il legame con le proprie origini.
Da una prospettiva analitica, il bisogno di sentirsi figli può essere letto come il bisogno di mantenere un collegamento con la parte di sé che è stata accolta, riconosciuta e amata. Essere figli non indica soltanto una posizione anagrafica o familiare; rappresenta anche l'esperienza di avere un posto nel mondo che precede i nostri meriti, le nostre prestazioni e le nostre responsabilità.
È la condizione di essere desiderati e appartenere a qualcuno.
Molti adulti, soprattutto nei momenti di difficoltà, scoprono quanto sia importante poter tornare simbolicamente a questa esperienza. Non necessariamente per essere accuditi in modo regressivo, ma per ritrovare un senso di continuità affettiva. Sapere che esiste qualcuno che ci guarda ancora come figli può offrire una base sicura da cui affrontare le sfide della vita adulta.
In termini junghiani, si potrebbe dire che il processo di individuazione non richiede di recidere le radici, ma di differenziarsi da esse.
La persona matura non smette di essere figlia, ma smette di dipendere completamente dall'approvazione dei genitori.
Il legame si trasforma da necessità a appartenenza.
C'è anche un aspetto simbolico molto interessante: sentirsi figli significa riconoscere che non siamo autogenerati.
Esiste qualcosa che ci precede (una famiglia, una storia, una cultura, una genealogia affettiva) da cui proveniamo.
Per questo, quando i genitori invecchiano o muoiono, molte persone raccontano una sensazione particolare: non solo la perdita di una persona amata, ma la perdita della propria condizione di figlio.
Anche da grandi o anziani si può provare la sensazione improvvisa di essere diventati "orfani".
Ciò mostra quanto il sentirsi figli sia una dimensione identitaria permanente.
Forse si potrebbe formulare così: una delle conquiste più mature non è smettere di essere figli, ma poter continuare a sentirsi figli pur essendo pienamente adulti.
Ovvero conservare dentro di sé l'esperienza dell'appartenenza senza rinunciare alla propria individualità.
In questo senso, il bisogno di sentirsi figli non è il contrario della maturità; può esserne una delle espressioni più profonde.

Un abbraccio.

Ieri sera, tisana e abat-jour, ho visto “Le cose non dette" di Gabriele Muccino.Parto subito con il “Ve lo consiglio!” c...
03/06/2026

Ieri sera, tisana e abat-jour, ho visto “Le cose non dette" di Gabriele Muccino.
Parto subito con il “Ve lo consiglio!” come spesso accade in studio quando ci confrontiamo su un tema specifico e salta fuori qualche titolo di libro o film.

Ve lo racconto perché mi ha colpito quanto questo film racconti dinamiche estremamente attuali delle relazioni affettive.
Le due coppie protagoniste sembrano diverse, ma condividono un elemento fondamentale: la difficoltà di riconoscere e comunicare i propri bisogni emotivi più profondi.
Nella prima coppia, il dolore per un figlio che non arriva si trasforma lentamente in distanza emotiva. Il desiderio frustrato della genitorialità diventa una ferita narcisistica che non trova parole per essere elaborata. Lui cerca altrove vitalità, desiderio, conferme di sé, lasciandosi sedurre da una donna più giovane; lei si confronta con il tradimento e con il senso di fallimento di un progetto di vita condiviso.
Non è solo una storia di infedeltà, ma è il racconto di una coppia che smette di pensarsi come luogo in cui condividere il dolore.
La seconda coppia mette invece in scena un'altra dinamica molto frequente. La madre investe gran parte delle proprie energie affettive nella figlia, faticando ad accettarne la crescita e la separazione.
Il marito resta progressivamente ai margini. Quando il figlio diventa il centro esclusivo dell'investimento emotivo, il rischio è che la relazione coniugale venga impoverita fino a diventare quasi invisibile.

👉🏻Cosa ci racconta questo delle coppie di oggi?
Molte coppie contemporanee sembrano confrontarsi con una difficoltà crescente a tollerare la frustrazione, i cambiamenti e le inevitabili crisi evolutive della relazione.
Viviamo in una cultura che valorizza l'appagamento immediato, la performance e la ricerca costante della felicità.
Quando emergono il dolore, la noia, la delusione o il senso di mancanza, spesso si tende a cercare una soluzione esterna piuttosto che interrogarsi sul significato profondo di ciò che sta accadendo nel legame.
La crisi di coppia non nasce quasi mai all'improvviso. Spesso cresce nei silenzi, nelle aspettative non espresse, nei bisogni non riconosciuti, nelle "cose non dette" che danno il titolo al film.

Da una mia prospettiva psicoanalitica, il film parla di desiderio, perdita e separazione.
I personaggi sembrano continuamente alle prese con un conflitto tra ciò che desiderano e ciò che la realtà consente loro di ottenere. Il figlio che non arriva, la figlia che cresce e si allontana, il corpo che invecchia, il desiderio che cambia: ogni evento richiama il tema del limite e della perdita.
L'infedeltà può essere letta come il tentativo di sfuggire a una sofferenza psichica non elaborata e alla percezione del tempo che passa. L'investimento totalizzante sulla figlia può rappresentare una difesa contro l'angoscia della separazione e del vuoto che essa comporta.
Nel film emerge inoltre un tema centrale della clinica contemporanea: la difficoltà di fare i conti con la mancanza.
Eppure è proprio la capacità di tollerare ciò che manca, ciò che non può essere controllato o posseduto, che permette ai legami di evolvere e maturare.
Forse il messaggio più profondo del film è che una relazione non si rompe solo per ciò che accade, ma anche per ciò che non accade o per quello che non trova mai parole.
Perché spesso non sono i conflitti a distruggere una coppia, ma i silenzi che li sostituiscono.
E voi? Cosa guarderete questa sera?

Qualche parola importante
02/06/2026

Qualche parola importante

La morte di Beatrice e il dramma delle sue sorelle solleva interrogativi sulla tutela dei minori e l'incapacità del sistema di proteggere le vittime di violenza familiare a Bordighera.

Non condivido mai nulla circa i casi di cronaca. Oggi, da Mamma prima che da terapeuta, mi sento di farlo.Non aggiungo c...
31/05/2026

Non condivido mai nulla circa i casi di cronaca.
Oggi, da Mamma prima che da terapeuta, mi sento di farlo.
Non aggiungo commenti, non do alcun parere. Provo solo una profondissima angoscia e magone nel pensare a quella cucciola di due anni.
Lui è una bestia, ma di certo, alcune donne non dovrebbero avere l’importante dono della maternità.
Perché oltre al dare la vita, c’è un’immensa responsabilità genitoriale che non corrisponde solo a mettere al mondo, ma garantire protezione, cura, sicurezza, ascolto e Amore. Ogni adulto che ha a che fare con un bambino ha il dovere morale di tutelarne il benessere.
In questo caso oltre alla morte della più piccola c’è la violenza assistita delle sorelle più grandi e molto, molto altro.
Sono attonita.

Le ultime ore di vita della piccola raccontate con lucidità dalle due sorelline che hanno provato a chiedere aiuto, inascoltate

Indirizzo

Via Argine Sinistro 2 (angolo Via Della Repubblica)
Imperia
18100

Telefono

+393288326652

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