09/06/2026
La prima volta che venni qui, avevo l’età di mio figlio.
Allora, non potevo sapere che durante quei momenti trascorsi sul lungo lago, stessi costruendo ricordi così forti e importanti da condizionare ancora oggi la mia vita.
Ogni ottobre, a fine stagione, la prima cosa che mio padre faceva era prendersi qualche giorno per stare con noi e portarmi a Gardaland.
Prima delle vacanze, prima del suo riposo, c’ero io.
Chissà forse nel suo pensiero, quel luogo di giochi, era una su misura per me e forse, era anche un modo per permettersi di vivere quella parte d’infanzia, serena e leggera, che non aveva mai avuto.
Con mia madre ne parliamo ancora spesso.
Ricordo le passeggiate sul lago, il nostro solito albergo, le tappe fisse ogni anno, le persone che ci conoscevano e mi vedevano crescere dopo quei dodici mesi. Ricordo le nostre montagne russe, mamma che ne aveva il terrore e la mia speranza di essere cresciuta quel qualche centimetro in più per poter fare i “giochi dei grandi” lì al parco.
Ricordo i miei genitori accanto e li trovavo bellissimi.
Mi sentivo importante sapete: erano solo tre o quattro giorni ma sapere che quei momenti erano il nostro appuntamento fisso mi dava un senso di sicurezza infinito.
Qualsiasi cosa succedesse durante l’anno, qualsiasi imprevisto di lavoro, qualsiasi altra vacanza programmata, quei giorni erano una promessa. E i miei l’hanno sempre mantenuta.
Solo tanto tempo dopo, compresi appieno l’importanza di sentirsi ancora figlia e come questo concetto esuli dall’età ma che anzi, lo si capisca sempre più da grandi quando gli appoggi e i rifugi si fanno sempre più labili.
Darei qualsiasi cosa oggi per sentirmi ancora figlia, per sedere sulle ginocchia di mio padre qui sulla riva del lago e parlare con lui. Per chiamarlo a ogni imprevisto, per chiedergli aiuto o semplicemente per sentire la sua voce o ascoltare i suoi racconti.
Darei qualsiasi cosa per vederlo insieme al nipote, che non ha mai conosciuto, ma che paradossalmente gli somiglia tanto nel carattere.
Negli ultimi anni sono tornata spesso a Peschiera ma il “nostro” albergo è stato sostituito da un ostello, le persone che conoscevamo non ci sono più e molte cose sono cambiate.
Come me, come la mia vita.
Tornare qui ad oggi, é tanto un bisogno perché questo luogo per me è casa, quanto malinconico e forte.
Perché avrei tanto desiderato esserci insieme, con chi non c’è più e con chi c’è oggi.
Da queste mie parole possiamo lavorare su due cose, insieme.
Sul bisogno di sentirsi ancora figli e sul senso di appartenenza a un luogo.
Avete voglia di ascoltare questa mia condivisione…?
Andiamo.
🎢🏡 Dal punto di vista analitico e simbolico, il senso di appartenenza a un luogo speciale va ben oltre il semplice attaccamento a uno spazio fisico. Un luogo significativo dell'infanzia o dell'adolescenza diventa spesso un contenitore psichico: custodisce emozioni, relazioni, aspetti identitari e immagini di sé che si sono formati in una fase cruciale dello sviluppo.
In una prospettiva junghiana, i luoghi possono assumere una funzione simbolica simile a quella degli archetipi. Non sono soltanto scenari della memoria, ma rappresentazioni interiori di stati dell'essere.
Quegli spazi, possono diventare immagini del "Sé che si sta formando", luoghi interiori a cui la psiche continua a tornare nei momenti di transizione, crisi o ricerca di significato.
L'esperienza dell'infanzia felice lascia spesso una traccia che potremmo definire "topografica": la memoria non conserva solo gli eventi, ma anche i paesaggi in cui essi sono avvenuti. Quando una persona pensa a quel luogo, non ricorda soltanto ciò che è successo; recupera una particolare configurazione emotiva. Il luogo diventa allora una sorta di deposito di vissuti positivi: sicurezza, libertà, appartenenza, scoperta, vitalità, amore.
In termini psicodinamici, questi spazi possono funzionare come oggetti interni. Così come interiorizziamo figure di attaccamento, interiorizziamo anche ambienti che hanno favorito il nostro sviluppo. Il luogo speciale può diventare un "rifugio psichico", un'immagine interna capace di offrire continuità del sé quando la vita adulta introduce cambiamenti, perdite o frammentazioni.
Per questo motivo, il loro ricordo può essere accompagnato da una nostalgia particolarmente intensa: non si rimpiange soltanto il luogo, ma una specifica versione di sé che in quel luogo ha abitato.
Da un punto di vista esistenziale, il legame con questi luoghi parla del bisogno umano di radicamento. Ogni individuo necessita di coordinate simboliche che rispondano alla domanda: "Da dove vengo?". Il luogo amato diventa una risposta concreta e immaginativa insieme. È una geografia dell'identità. Quando diciamo "mi sento a casa", spesso non ci riferiamo tanto a un edificio quanto a una sensazione di coerenza tra il mondo esterno e il mondo interno.
È interessante osservare che il dolore provato quando questi luoghi cambiano, vengono perduti o diventano irraggiungibili assomiglia a un vero e proprio lutto. Ciò che viene minacciato non è soltanto uno spazio fisico, ma una parte della nostra storia personale. Tuttavia, nella maturazione psicologica, il compito non è conservare il luogo immutato, bensì interiorizzarne il significato.
Il luogo reale può trasformarsi, mentre il luogo simbolico continua a vivere come risorsa psichica.
Si potrebbe quindi dire che i luoghi dell'infanzia e dell'adolescenza felici rappresentano una sorta di "patria interiore": spazi concreti che diventano simboli della continuità del sé, della memoria affettiva e del sentimento di appartenenza. Quando vi facciamo ritorno, fisicamente o attraverso il ricordo, non stiamo semplicemente tornando in un posto; stiamo incontrando parti profonde di noi stessi che lì hanno trovato una forma, un senso e una casa.
🖇️🫀Il bisogno di sentirsi ancora figli in età adulta è un tema molto profondo perché tocca il rapporto tra autonomia e appartenenza, due bisogni che non si escludono a vicenda ma convivono per tutta la vita.
Nella cultura occidentale spesso si tende a pensare che la maturità coincida con la completa indipendenza. Psicologicamente, però, diventare adulti non significa smettere di essere figli. Significa piuttosto integrare entrambe le dimensioni: essere autonomi senza perdere il legame con le proprie origini.
Da una prospettiva analitica, il bisogno di sentirsi figli può essere letto come il bisogno di mantenere un collegamento con la parte di sé che è stata accolta, riconosciuta e amata. Essere figli non indica soltanto una posizione anagrafica o familiare; rappresenta anche l'esperienza di avere un posto nel mondo che precede i nostri meriti, le nostre prestazioni e le nostre responsabilità.
È la condizione di essere desiderati e appartenere a qualcuno.
Molti adulti, soprattutto nei momenti di difficoltà, scoprono quanto sia importante poter tornare simbolicamente a questa esperienza. Non necessariamente per essere accuditi in modo regressivo, ma per ritrovare un senso di continuità affettiva. Sapere che esiste qualcuno che ci guarda ancora come figli può offrire una base sicura da cui affrontare le sfide della vita adulta.
In termini junghiani, si potrebbe dire che il processo di individuazione non richiede di recidere le radici, ma di differenziarsi da esse.
La persona matura non smette di essere figlia, ma smette di dipendere completamente dall'approvazione dei genitori.
Il legame si trasforma da necessità a appartenenza.
C'è anche un aspetto simbolico molto interessante: sentirsi figli significa riconoscere che non siamo autogenerati.
Esiste qualcosa che ci precede (una famiglia, una storia, una cultura, una genealogia affettiva) da cui proveniamo.
Per questo, quando i genitori invecchiano o muoiono, molte persone raccontano una sensazione particolare: non solo la perdita di una persona amata, ma la perdita della propria condizione di figlio.
Anche da grandi o anziani si può provare la sensazione improvvisa di essere diventati "orfani".
Ciò mostra quanto il sentirsi figli sia una dimensione identitaria permanente.
Forse si potrebbe formulare così: una delle conquiste più mature non è smettere di essere figli, ma poter continuare a sentirsi figli pur essendo pienamente adulti.
Ovvero conservare dentro di sé l'esperienza dell'appartenenza senza rinunciare alla propria individualità.
In questo senso, il bisogno di sentirsi figli non è il contrario della maturità; può esserne una delle espressioni più profonde.
Un abbraccio.