Dott.ssa Morena Denaro - Psicologa

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Ti è mai successo? Come hai reagito?
24/08/2026

Ti è mai successo? Come hai reagito?

Dare spazio alla propria esperienza, non vuol dire tradire la propria famiglia. Significa smettere di negare una parte d...
04/08/2026

Dare spazio alla propria esperienza, non vuol dire tradire la propria famiglia. Significa smettere di negare una parte di sé.

27/07/2026

C’è una cosa per cui non è mai troppo tardi: cambiare la nostra prospettiva.

Il compleanno non è sempre e per tutti un giorno felice.Se per qualcuno è un giorno tanto atteso, per altri è un giorno ...
17/07/2026

Il compleanno non è sempre e per tutti un giorno felice.
Se per qualcuno è un giorno tanto atteso, per altri è un giorno che porta con sé emozioni ambivalenti, difficili da nominare o da esprimere.

Il giorno del compleanno non rappresenta solo l’anniversario della nostra nascita.
Racconta anche il modo in cui siamo stati accolti.
Il posto che abbiamo trovato nella nostra famiglia.
Le aspettative che, nel tempo, abbiamo imparato a portare.

C’è chi nel giorno del proprio compleanno sente gratitudine.

E c’è chi sente una mancanza.

La mancanza di qualcosa che avrebbe voluto ricevere.
Una presenza.
Un riconoscimento.

Il giorno del compleanno non riguarda solo il presente.
È punto di contatto col nostro passato: incontriamo la nostra storia, le nostre relazioni e il modo in cui abbiamo imparato a sentirci importanti per qualcuno.

Allora, insieme agli auguri, possono arrivare domande silenziose:

Chi si ricorderà di me?
Chi mi cercherà davvero?
Chi vedrà la persona che sono, oltre al ruolo che ho imparato a ricoprire?

Sono davvero come sento di essere o sto ancora vivendo dentro la storia che altri hanno scritto per me?

Quando perdiamo un animaledomestico, una parte di noi se ne va con lui.Non è “solo un animale”.È una relazione fatta di ...
29/06/2026

Quando perdiamo un animale
domestico, una parte di noi se ne va con lui.

Non è “solo un animale”.
È una relazione fatta di cure quotidiane, silenzi
complici e amore incondizionato.

Il dolore che proviamo è reale.
Concedersi di attraversarlo è un atto di gentilezza
verso noi stessi.


C’è una linea sottile che distingue la gratitudine dal senso di colpa. Una linea che disegna i contorni di una gabbia. E...
26/06/2026

C’è una linea sottile che distingue la gratitudine dal senso di colpa.
Una linea che disegna i contorni di una gabbia.

Essere grati a qualcuno per averci donato qualcosa significa riconoscere che quel che abbiamo ricevuto non lo diamo per scontato.
Riconosciamo l’impegno dell’altro, ma anche l’affetto, il desiderio di portarci del bene.

Il senso di colpa spazza via tutto questo.
Non ci sentiamo di poter esprimere le nostre opinioni, i nostri bisogni.
Ci spinge ad evitare il conflitto per non deludere.
Il legame si sbilancia, ci sentiamo in debito. Potremmo sentire di non meritare quello che abbiamo ricevuto o in dovere di dimostrare che ce lo meritiamo, che ne siamo all’altezza.

È una dinamica molto frequente, per esempio, nelle relazioni tra genitori e figli, che può dare origine ad un paradosso: i genitori generalmente fanno per i loro figli quel che possono per renderli felici. Tuttavia, nel tentativo di sdebitarsi, non di rado, i figli finiscono per essere infelici.

Laddove la gratitudine nutre i nostri legami e ci lascia liberi, il senso di colpa ci inchioda e ci imprigiona.

Quante volte ci capita di dire: “Sei forte” a una persona che sta affrontando un lutto, una malattia, una separazione o ...
23/06/2026

Quante volte ci capita di dire: “Sei forte” a una persona che sta affrontando un lutto, una malattia, una separazione o un momento particolarmente difficile?

Ovviamente lo facciamo mossi da buone intenzioni. È un modo per incoraggiare, per trasmettere fiducia all’altro.

Ma quante volte quel “sei forte” diventa anche un modo per prendere le distanze dal dolore dell’altro che facciamo fatica ad accogliere? Quasi come se volessimo scongiurare il pensiero che potremmo non farcela nemmeno noi.

Attraverso la mia esperienza clinica e di vita, ho avuto modo di ascoltare quali effetti produce su chi lo riceve e le reazioni possono essere molto diverse tra loro.

C’è chi l’ha vissuto come un riconoscimento dell’impegno e del sacrificio, e chi ne è stato motivato.
Ma c’è anche chi si è arrabbiato per essersi sentito invalidato. Chi l’ha sentito come una gabbia di aspettative da non poter deludere (“se sono forte non posso piangere, non posso mostrarmi vulnerabile, non posso chiedere aiuto”).
E chi ha comunque mostrato la propria vulnerabilità, ma si è sentito un impostore, non meritevole di ricevere quel riconoscimento.

Attenzione!
Non è il “sei forte” di per sé un problema, quanto il modo e il contesto relazionale in cui lo diciamo.
Può essere una porta che si apre sul dolore dell’altro… o che si chiude.

Davanti alla sofferenza di chi amiamo, proviamo ad avere noi la forza di lasciare che l’altro non debba necessariamente averla.
Senza sistemare. Senza etichettare. Solo stando accanto.

Quando muore una persona a noi cara, il dolore della perdita è tanto più intenso quanto lo sono  stati l’amore e l’affet...
18/06/2026

Quando muore una persona a noi cara, il dolore della perdita è tanto più intenso quanto lo sono stati l’amore e l’affetto che abbiamo provato per lei.

E c’è un altro dolore, sottile, feroce, di cui nessuno spesso parla.
Quando muore una persona a noi cara, con cui si aveva una relazione complicata (piena di conflitti, ambivalenze, cose non dette, speranze di cambiamento deluse), al dolore della perdita si accompagna il dolore di ciò che poteva essere e non è stato e non sarà più.

Il dolore di un riconoscimento non ricevuto e che mai si riceverà, di una frattura che non è stata riparata e mai si riparerà.
Il dolore di domande che restano sospese.

Se l’altruismo nasce per dare una risposta al bisogno dell’altro, il suo eccesso solitamente è connesso al tentativo di ...
16/06/2026

Se l’altruismo nasce per dare una risposta al bisogno dell’altro, il suo eccesso solitamente è connesso al tentativo di soddisfare un nostro bisogno personale.

Questo avviene quando:

* Ci aspettiamo un riconoscimento o una ricompensa (relazionale)
* Siamo spinti dal senso di colpa
* abbiamo imparato che per essere visti, è necessario rendersi utili o indispensabili e da questo dipende la nostra autostima
* Vogliamo evitare il conflitto, mantenere l’equilibro (o meglio, il disequilibrio) nelle relazioni
* Farci carico dei nostri bisogni o delle nostre difficoltà ci risulta più oneroso che occuparci di quelli altrui.

Un eccesso di altruismo può comportare in chi lo pratica una sensazione di frustrazione, ingiustizia e un vero e proprio esaurimento emotivo.
Anche le relazioni ne risentono negativamente:quando siamo spinti dal nostro bisogno, difficilmente riusciamo a sintonizzarci con quello dell’altro.
Per questo chi lo riceve potrebbe, a sua volta, sentirsi incompreso, invaso, controllato o svalutato.

L’altruismo autentico non svuota la persona che lo pratica, né le sue relazioni.
Nasce da una scelta consapevole.
Dal sentirsi già sufficientemente pieni.

Tu riesci a riconoscere quando il tuo altruismo è frutto di una libera scelta o è mosso da un tuo bisogno personale?

10/01/2026

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