11/04/2026
C’è una storia vera che ogni tanto racconto.
In un centro psichiatrico, anni fa, c’era un uomo che ogni giorno chiedeva la stessa cosa:
“Che ore sono?”
Glielo dicevano.
Lui annuiva.
E dopo pochi minuti lo richiedeva.
Sempre uguale.
Sempre con lo stesso tono.
All’inizio pensavano fosse un problema di memoria.
Poi qualcuno ha iniziato a notare un dettaglio.
Non chiedeva mai l’ora quando qualcuno si fermava davvero a parlare con lui.
La chiedeva quando veniva attraversato.
Quando nessuno si fermava.
Quando nessuno lo guardava davvero.
Non voleva sapere che ore erano.
Voleva sapere se, in quel momento, esisteva per qualcuno.
E allora quella domanda cambiava completamente senso.
Non era più:
“Che ore sono?”
Ma diventava:
“Mi vedi?”
Ci sono tante persone che arrivano in terapia così.
Non chiedono davvero quello che stanno chiedendo.
Non portano solo il problema che raccontano.
Portano qualcosa che per anni non è stato visto.
Qualcosa che è rimasto lì, senza parole.
Perché a volte la sofferenza non nasce da ciò che è accaduto.
Nasce da ciò che, mentre accadeva, nessuno ha saputo vedere
E allora quella parte resta in silenzio.
Ma continua a cercare.
Nelle relazioni.
Nelle scelte.
Nelle ripetizioni.
Nel mio lavoro non cerco solo di capire cosa succede.
Cerco di capire cosa non è mai stato riconosciuto.
Perché spesso non è il tempo che cambia le cose.
È il modo in cui riusciamo a raccontarle
E questa non è una cosa che si fa da soli.
Succede quando qualcuno si ferma davvero.
Quando qualcuno ascolta non solo quello che dici…
ma anche quello che non sei mai riuscito a dire.
A volte le persone pensano che la terapia serva a cambiare.
Io credo che, prima ancora, serva a fare una cosa più semplice e più difficile:
sentirsi visti.
Per davvero.