Dott.ssa Antonella Pacciana Psicologa- Psicoterapeuta

Dott.ssa Antonella Pacciana Psicologa- Psicoterapeuta Studio di psicoterapia ad orientamento psicoanalitico. Svolgo attività clinica

01/08/2026
Perché la fragilità fa così paura? Dietro l'attacco al coetaneo "infantile" si nasconde il terrore di crescere.La feroci...
20/06/2026

Perché la fragilità fa così paura? Dietro l'attacco al coetaneo "infantile" si nasconde il terrore di crescere.
La ferocia dietro l'adolescente che cerca di uccidere il bambino dentro di sé.

L’adolescenza e la preadolescenza sono una terra di mezzo sismica. Ai ragazzi in questa età accadono tantissime cose contemporaneamente: cambiano le relazioni con i genitori, c'è il crollo dei miti dell'infanzia, la pressione del gruppo dei pari, la ricerca di una nuova identità e l'impatto con la sessualità. È un momento di rivoluzione totale, in cui si muovono molteplici vissuti, spesso contrastanti.
Tra le tante dinamiche complesse che attraversano la mente di un adolescente, ce n’è una particolarmente feroce e sommersa: l'attacco rabbioso verso quei coetanei che hanno un corpo rimasto più "infantile" o che continuano ad avere comportamenti più fanciulleschi della media.
Non si tratta di semplice prepotenza. Da un punto di vista psicoanalitico, dietro questo odio si nasconde il trauma e il terrore della crescita.

Il "lutto" del corpo infantile
Crescere significa cambiare, e cambiare fa paura. L'adolescente si trova improvvisamente catapultato in un corpo nuovo, investito da pulsioni sconosciute e ingovernabili. La psicoanalisi ci insegna che per accogliere il nuovo "sé" adulto, il ragazzo deve compiere un vero e proprio lutto: deve dire addio al corpo protetto, asessuato e rassicurante dell'infanzia.
A volte questo passaggio è così repentino da essere vissuto come una minaccia all'identità. Quando l'angoscia di non essere "abbastanza grandi" o il terrore della fragilità diventano intollerabili, il ragazzo si difende rifiutando radicalmente la propria parte vulnerabile.

🥊 Attaccare l'altro per distruggere il proprio passato
Cosa succede allora quando l'adolescente incontra un coetaneo più minuto o con atteggiamenti ancora infantili? Quel coetaneo diventa uno specchio intollerabile. Incarna visivamente tutto ciò che l'adolescente sta cercando disperatamente di superare o nascondere a se stesso.
La dinamica profonda:
L'adolescente sposta l'intollerabile conflitto interno all'esterno. Attaccare, umiliare o voler simbolicamente "distruggere" il compagno più piccolo significa tentare di uccidere la propria parte infantile residua.

È come se il ragazzo pensasse inconsciamente: "Se elimino te, se anniento la tua debolezza, dimostro a me stesso che io non sono più quel bambino indifeso. Io sono grande. Io sono salvo." La crudeltà dell'attacco, in fondo, è la misura esatta del terrore che il ragazzo ha della propria fragilità. Sotto la rabbia si cela spesso anche una profonda invidia inconscia: l'invidia per chi si concede ancora il privilegio di essere protetto e sollevato dalle pesanti richieste del mondo dei grandi.

🏫 Il ruolo della scuola: oltre la spiegazione, verso il "sentire"
Di fronte a queste situazioni, i classici progetti scolastici sul bullismo rischiano di rimanere inefficaci se si limitano a spiegare le regole o a raccontare genericamente "cosa è giusto e cosa è sbagliato".
Per lavorare davvero su questi vissuti così arcaici, non ci si può fermare alla teoria o alla razionalizzazione. La scuola ha bisogno di non negare la complessità di questo dolore evolutivo. Non basta spiegare, bisogna fare in modo che i ragazzi possano accedere a un lavoro sul "sentire".
I ragazzi non hanno bisogno solo di una lezione di educazione civica sulle diversità fisiche; hanno bisogno di contesti protetti in cui poter dare una parola all'angoscia del proprio cambiamento, alla paura dell'inadeguatezza e alla nostalgia dell'infanzia perduta. Solo permettendo al "sentire" di emergere e di essere elaborato, l'altro smette di essere un nemico da distruggere e torna a essere un compagno di viaggio in quel viaggio faticoso che è il diventare grandi.

Oggi la retorica ci parla di madri angeliche e sacrifici assoluti. Ma la psicoanalisi ci insegna un’altra verità, molto ...
10/05/2026

Oggi la retorica ci parla di madri angeliche e sacrifici assoluti. Ma la psicoanalisi ci insegna un’altra verità, molto più liberatoria: non abbiamo bisogno di madri perfette.
Come scriveva Donald Winnicott, la madre migliore è quella "sufficientemente buona". È colei che inizialmente si illude di essere tutto per il figlio, ma che poi, gradualmente, accetta di "fallire".
Perché è proprio in quelle piccole mancanze, in quei ritardi e in quei silenzi, che il figlio trova lo spazio per esistere come individuo separato.
Il dono più grande di una madre?
Non è la dedizione totale, ma la capacità di restare umana. Di essere un porto sicuro che, però, sa anche lasciarti andare.
Buona festa a tutte le madri che, con le loro imperfezioni, hanno permesso ai propri figli di nascere una seconda volta: come soggetti autonomi.

18/01/2026

Mettere i metal detector “negli istituti a rischio” può dare l’illusione di una risposta immediata. Ma è anche una scelta che rischia di produrre un effetto collaterale gravissimo: rafforzare l’etichetta.

Perché cosa significa, davvero, “scuole a rischio”?
Significa dire implicitamente che esistono scuole di serie A e scuole di serie B. Significa trasformare alcuni ragazzi in sospetti strutturali. E significa “normalizzare” l’idea che in certi luoghi sia fisiologico aspettarsi violenza, come se fosse un tratto identitario, e non un segnale di sofferenze complesse e diffuse.

Eppure la violenza non nasce in una scuola soltanto.
La violenza attraversa tutta la società: famiglie, social, gruppi dei pari, quartieri, linguaggi pubblici. È ovunque, spesso travestita da ironia, disprezzo, umiliazione, sopraffazione, status.
Pensare di risolverla con un varco e un controllo significa ridurla a “oggetto”, quando invece è un fenomeno emotivo e relazionale.

In termini psicoanalitici: è come se, davanti all’angoscia, si cercasse un “oggetto esterno” da controllare (il coltello), senza fare spazio alla domanda centrale: che cosa non è stato contenuto dentro?
Bion lo direbbe con chiarezza: quando manca un contenitore psichico, l’emozione non pensata si trasforma in agito. Non diventa parola, non diventa pensiero: diventa gesto.

E allora sì: sicurezza.
Ma non sicurezza come stigma.

Perché se davvero vogliamo prevenire la violenza, dobbiamo smettere di trattare la scuola come un posto in cui “si fa istruzione” e basta, e iniziare a riconoscerla per quello che è: un luogo dove ogni giorno entrano inermi migliaia di emozioni non mentalizzate.

E quando dico educazione emotiva non intendo:
• il progettino di due incontri,
• lo “psicologo tappabuchi” chiamato solo quando scoppia un caso,
• l’intervento spot utile più alla coscienza degli adulti che alla crescita dei ragazzi.

Intendo un lavoro serio, continuativo, strutturato:
• formazione vera per docenti (contenimento, gestione del conflitto, dinamiche di gruppo),
• spazi stabili di parola per gli studenti,
• supervisione agli insegnanti nei contesti difficili,
• interventi gruppali non moralistici ma trasformativi,
• alfabetizzazione affettiva (rabbia, vergogna, esclusione, invidia, impotenza).

Winnicott lo diceva in modo semplice e radicale: un ragazzo non ha bisogno solo di regole, ha bisogno di un ambiente che regga.
Quando l’ambiente non regge, il ragazzo non cresce: si difende. E spesso si difende facendo paura.

Un metal detector può forse bloccare un oggetto.
Ma non può bloccare l’odio. Non può bloccare la vergogna. Non può bloccare la disperazione.
E soprattutto non può insegnare a un adolescente a fare ciò che è più difficile: sentire senza distruggere.

La vera sfida non è controllare le scuole “a rischio”.
La vera sfida è non abbandonarle, non marchiarle, non ridurle a contenitori di devianza.

All’inizio della mia carriera facevo una cosa molto comune: incasellavo rapidamente ciò che osservavo dentro una diagnos...
13/01/2026

All’inizio della mia carriera facevo una cosa molto comune: incasellavo rapidamente ciò che osservavo dentro una diagnosi.
Era un modo per orientarmi, per dare ordine, per sentirmi più sicura nel “capire”.

Col tempo ho compreso qualcosa di fondamentale:
la diagnosi è uno strumento e non è una persona.
E se diventa la lente principale con cui guardiamo qualcuno, rischia di ridurlo invece di aiutarlo.

Perché spesso non è il comportamento, in sé, il vero punto.
Spesso il vero punto è l’emozione sottostante che quel comportamento porta con sé.

Ci sono emozioni che disturbano:
rabbia, ansia, opposizione, impulsività, tristezza intensa…
Disturbano perché rompono l’equilibrio, creano disordine e mettono in difficoltà chi le osserva: genitori, insegnanti, contesti educativi.

E allora succede una cosa molto umana:
quando un’emozione ci spaventa o ci mette in crisi, abbiamo bisogno di “ancorarla” a qualcosa di controllabile.
E spesso l’etichetta diagnostica diventa una scorciatoia: rende gestibile ciò che emotivamente è ingestibile.

E attenzione: la diagnosi è fondamentale in molti contesti.
Serve per orientare interventi, per tutelare, per costruire percorsi, per dare strumenti concreti.
Il problema non è la diagnosi.
Il problema è quando la diagnosi diventa l’unica storia possibile.

Questo accade spesso anche a scuola:
un comportamento che disturba viene letto subito come “problema”.
Ma non sempre tutto ciò che crea disagio è un disturbo.

A volte quel comportamento è un linguaggio:
un modo imperfetto (ma autentico) per dire:
“Ho paura.”
“Mi sento escluso.”
“Non so come chiedere aiuto.”
“Non mi sento visto.”

Ed è qui che mi torna in mente una scena potentissima di Will Hunting.
Seduti davanti al lago, lo psicologo Sean dice a Will:

"Non posso capire cosa significhi per te essere stato abbandonato solo perché ho letto Oliver Twist.”

Cioè: la conoscenza non basta.
Non basta aver letto libri o fatto corsi.
Non bastano “pillole” di psicologia o neuropsichiatria per dare per certo che dietro ciò che sembra patologico ci sia davvero una patologia.

Perché ogni persona è più grande della categoria.
E ogni sintomo, spesso, è un tentativo di sopravvivenza emotiva.

Ecco perché chi fa il nostro mestiere dovrebbe ricordarsi ogni volta una cosa preziosa che diceva Bion:
lavorare “senza memoria e senza desiderio”.

Senza memoria, cioè senza incastrare l’altro in ciò che “so già”, in ciò che ho già visto, in ciò che mi aspetto.
Senza desiderio, cioè senza forzare la persona dentro l’idea di come dovrebbe essere, dentro il mio bisogno di aggiustarla, dentro una soluzione rapida.

Restare, invece, aperti.
Presenti.
Disponibili a incontrare l’unicità.

Perché è lì che cambia tutto:
quando qualcuno non si sente definito… ma compreso.

Prima della categoria viene la persona.
Prima del disturbo viene la storia.

Indirizzo

Via Galilei, 2
Laterza
74014

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