25/04/2026
Quante volte diciamo "è solo un animale"?
Non è una frase detta necessariamente con cattiveria, ma qualcosa che abbiamo imparato, quasi senza accorgercene. Un modo di pensare che ci è stato trasmesso, normalizzato, reso invisibile. Eppure, proprio lì dentro, si nasconde un meccanismo consolidato: l'oggettificazione.
Perché nel momento in cui un animale è in vendita ha un prezzo... E quando assegniamo un prezzo a un essere vivente, stiamo facendo molto più di una scelta economica, stiamo decidendo che quel corpo è un oggetto: è disponibile, acquistabile, sostituibile.
Quel corpo cambia significato nella nostra mente. Non più qualcuno da incontrare, ma qualcosa da possedere, da acquistare, da gestire. È un passaggio sottile, ma potente: un corpo che respira, sente, reagisce, viene ridotto a funzione, a merce, a proprietà... E questo non accade “altrove”, lontano da noi, ma dentro ai nostri schemi mentali, nelle abitudini che normalizziamo ogni giorno. L'oggettificazione, infatti, non riguarda solo ciò che facciamo, ma soprattutto come guardiamo. È quello sguardo che, senza intenzione, trasforma un corpo vivo in un oggetto... non nasce da freddezza, ma spesso da abitudine, dalla normalizzazione delle pratiche.
👉 La psicologia lo mostra chiaramente: possiamo imparare a non sentire pienamente alcuni corpi, a ridurre l’empatia senza nemmeno rendercene conto. Non perché non siamo capaci di empatia, ma perché la distribuiamo in modo selettivo. Quando impariamo a disattivarla in un contesto, diventa più facile farlo anche in altri. Quando alcuni corpi diventano invisibili, il confine di ciò che è percepibile come soggetto si restringe.
E no, non è solo una questione animale, ma una questione di come costruiamo il valore dei corpi...
Corpi che valgono perché producono;
Corpi che valgono perché piacciono;
Corpi che valgono perché si possono comprare.
Non si tratta di sentirsi "cattivi" o "buoni". Si tratta di smettere di essere complici di un sistema che trasforma la vita in oggetto.
Le domande pertanto non sono comode:
quali corpi stiamo ancora trattando come cose, senza volerlo vedere e perché? Cosa succede dentro di noi quando un corpo smette di essere “qualcuno” e diventa “qualcosa”?
Non per giudicarsi, ma per tornare a sentire.
Perché riconoscere l’oggettificazione non significa accusarsi, ma aprire uno spazio nuovo: uno spazio in cui forse possiamo ricominciare a vedere.
Non un oggetto. Ma una vita.
Riconoscerlo può essere scomodo. Ma continuare a ignorarlo ha un costo. Sempre.
📷©️ La foto di sfondo è del progetto Filmingforliberation, i commenti sono inseriti a titolo di esempio, non hanno una funzione giudicante, ma servono a mostrare il meccanismo psicologico e provengono da un post accompagnato proprio da questa stessa foto.