Dr.ssa Elvira Ripamonti Psicologa Psicoterapeuta LECCO - Disciplina DOLCE

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Dr.ssa Elvira Ripamonti Psicologa Psicoterapeuta LECCO - Disciplina DOLCE PSICOLOGA PSICOTERAPEUTA, TERAPEUTA EMDR, MINDFULNESS E GESTIONE EMOTIVA

Ci sono persone a cui il lutto non porta solo il peso della perdita ma porta anche un incarico, quello di essere forti, ...
30/07/2026

Ci sono persone a cui il lutto non porta solo il peso della perdita ma porta anche un incarico, quello di essere forti, di sostenere gli altri, di organizzare tutto, di rassicurare la famiglia e di non crollare.

È un fenomeno molto frequente, soprattutto quando muore un genitore, un figlio, un fratello o il partner.

La società, spesso senza accorgersene, assegna alcuni ruoli: tu sei quello che deve tenere insieme tutti.

Il problema è che il dolore non funziona così.

Le ricerche sul lutto mostrano che l'elaborazione richiede la possibilità di oscillare tra il confronto con la perdita e il recupero della vita quotidiana. Se una persona rimane intrappolata esclusivamente nel ruolo di "caregiver emotivo", rischia di non trovare mai uno spazio sicuro per il proprio dolore.

Questo si intreccia con ciò che alcuni autori definiscono Self-Management Imperatives (SMI): pressioni culturali e sociali che ci spingono a gestire le emozioni in modo efficiente, controllato e funzionale agli altri. Anche nel lutto può insinuarsi l'idea che il nostro valore dipenda dalla capacità di reggere, contenere e non pesare.

Anche chi sostiene gli altri ha bisogno, a sua volta, di essere sostenuto.

💬 Ti è mai capitato di sentirti obbligato a essere "quello forte" durante un lutto? Se ti va, raccontamelo nei commenti.

📚 Bibliografia essenziale • Stroebe, M., & Schut, H. (1999; 2010). Dual Process Model of Coping with Bereavement. • Worden, J. W. (2018). Grief Counseling and Grief Therapy. • Neimeyer, R. A. (2016). Techniques of Grief Therapy. • Walter, T. (1996). A New Model of Grief. • Testoni, I. (2020). Psicologia del lutto e Death Education.

💔 Le parole possono curare ma possono anche ferire.Quando qualcuno è in lutto, spesso non sappiamo cosa dire e così, nel...
27/07/2026

💔 Le parole possono curare ma possono anche ferire.

Quando qualcuno è in lutto, spesso non sappiamo cosa dire e così, nel tentativo di consolare, ci rifugiamo in frasi che abbiamo sentito mille volte: "Devi essere forte." "Almeno ha smesso di soffrire." "Il tempo guarisce tutto." "Lui avrebbe voluto vederti felice." "È passato tanto tempo."

Il problema non è quasi mai l'intenzione. Il problema è che, in quel momento, chi soffre non ha bisogno che il suo dolore venga corretto, ridimensionato o accelerato.
Ha bisogno di sentirsi visto.

La ricerca sul lutto ci mostra che non esistono tappe obbligate né tempi giusti per elaborare una perdita. Il dolore si trasforma quando trova uno spazio sicuro in cui essere accolto, non quando qualcuno cerca di aggiustarlo.

A volte la frase più preziosa è incredibilmente semplice:
"Sono qui. Vedo il tuo dolore e posso restare con te."
Perché la presenza autentica consola molto più delle spiegazioni.

💬 Qual è la frase che ti è arrivata addosso nel momento sbagliato? Se ti va, raccontamela nei commenti. Le tue parole potrebbero aiutare qualcun altro a sentirsi meno solo.

❤️ Se questo carosello ti è stato utile, salvalo e condividilo: potrebbe fare la differenza per chi desidera stare accanto a una persona in lutto senza ferirla, anche involontariamente.

24/07/2026

Quando una persona muore, il suo valore dipende da chi era? O dovrebbe dipendere dal semplice fatto che era un essere umano?

Ancora oggi assistiamo a qualcosa che dovrebbe inquietarci profondamente: non tutte le morti suscitano la stessa compassione.
Se la vittima è straniera, viveva in povertà, aveva un disturbo psichiatrico, una dipendenza o apparteneva a una minoranza, troppo spesso il dolore lascia il posto al giudizio.

Dal punto di vista della psicologia sociale questo fenomeno è ben conosciuto. Per proteggerci dall'angoscia che il male possa colpire chiunque, il nostro cervello cerca una spiegazione rassicurante: attribuire alla vittima una responsabilità. È il cosiddetto belief in a just world (credenza in un mondo giusto).

Anche le neuroscienze ci ricordano che l'empatia non è un interruttore sempre acceso: può ridursi quando percepiamo qualcuno come appartenente a un "altro" gruppo. Ma proprio qui entra in gioco la responsabilità umana. I nostri automatismi spiegano alcuni comportamenti. Non li giustificano. Una società davvero civile non è quella che piange solo chi sente simile a sé. È quella che riconosce la stessa dignità a ogni vita umana, anche quando quella vita aveva una storia diversa dalla nostra.

Perché il modo in cui trattiamo i morti racconta, prima ancora, il modo in cui scegliamo di guardare i vivi.

💬 Tu cosa ne pensi? Ti è mai capitato di leggere o sentire frasi che sembravano giustificare la morte di qualcuno? Raccontamelo nei commenti: confrontiamoci con rispetto.

📚 Bibliografia essenziale
Lerner, M. J. (1980). The Belief in a Just World: A Fundamental Delusion. Springer.
Haidt, J. (2012). The Righteous Mind: Why Good People Are Divided by Politics and Religion. Pantheon.
Cikara, M., Bruneau, E., & Saxe, R. (2011). Us and Them: Intergroup Failures of Empathy. Current Directions in Psychological Science, 20(3), 149–153.
Decety, J., & Cowell, J. M. (2014). Friends or Foes: Is Empathy Necessary for Moral Behavior Perspectives on Psychological Science, 9(5), 525–537.


Non tutto ciò che sembra incoerenza è ipocrisia.Si può essere feriti e continuare a rispettare.Si può non essere d’accor...
23/07/2026

Non tutto ciò che sembra incoerenza è ipocrisia.

Si può essere feriti e continuare a rispettare.
Si può non essere d’accordo e scegliere di non umiliare.
Si può avere bisogno di tempo senza trasformare la distanza in una punizione.
Si può riconoscere il dolore dell’altro senza rinunciare alla propria prospettiva.

La competenza emotiva non consiste nel non provare rabbia, delusione o rancore. Consiste nel riuscire ad ascoltare ciò che sentiamo senza lasciare che ogni emozione diventi automaticamente un comportamento.

Perché il dolore è reale, ma non deve necessariamente diventare un’arma.

A volte la maturità emotiva è proprio questa: attraversare un conflitto senza cancellare tutto ciò che esiste al di fuori di quel momento. Ricordarsi che davanti a noi non c’è soltanto “chi ci ha feriti”, ma una persona intera, con la sua storia, le sue vulnerabilità e i suoi tempi.

Validare non significa dare ragione.
Perdonare non significa dimenticare.
Tendere una mano non significa negare ciò che è accaduto... e proteggere un legame non significa tollerare comportamenti lesivi o rinunciare ai propri confini.

Significa poter dire:
“Quello che è accaduto mi ha fatto male. Ho bisogno di tempo. Ma non voglio usare il mio dolore per distruggerti.”

Ti è mai capitato che la tua calma venisse scambiata per indifferenza? O che la tua disponibilità fosse interpretata come ipocrisia?

💬 Raccontamelo nei commenti e salva il carosello se pensi che possa aiutarti a rileggere diversamente un conflitto

Ci hanno insegnato a pensare il lutto come una sequenza ordinata: negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accett...
20/07/2026

Ci hanno insegnato a pensare il lutto come una sequenza ordinata: negazione, rabbia, contrattazione, depressione, accettazione.

Ma la ricerca ci invita a essere molto più cauti.

Il modello delle “5 fasi” nasce dal lavoro preziosissimo di Elisabeth Kübler-Ross con persone che stavano affrontando la propria morte, non come schema rigido per descrivere il lutto di chi resta.

E soprattutto: il dolore reale raramente procede in linea retta.

Nel lutto puoi sentirti relativamente stabile al mattino e crollare la sera.
Puoi ridere, lavorare, fare la spesa, uscire… e nello stesso tempo continuare ad amare profondamente la persona che è morta.

Questo non significa che “hai superato”.
Non significa che “stai dimenticando”.
Non significa che “non hai amato abbastanza”.

Secondo il Dual Process Model di Stroebe e Schut, il lutto si muove piuttosto come un’oscillazione: da una parte il polo della perdita, con il pianto, il vuoto, la nostalgia, il ricordo; dall’altra il polo della ricostruzione, con la vita quotidiana che, lentamente e a tratti, continua.

E forse questa è una delle cose più liberatorie da ricordare:

non esiste un modo giusto di soffrire.
Esiste il tuo modo.
E merita rispetto.

Ho approfondito questo tema nell’articolo completo sul mio sito:
www.elviraripamonti.it

Salvalo se ti serve ricordarlo.

Condividilo con chi sta vivendo un lutto e forse si sente “sbagliato” nel proprio dolore.

E nei commenti, se ti va, raccontami: anche tu hai mai sentito la pressione di dover soffrire “nel modo giusto”?

Riferimenti scientifici principali
Kübler-Ross, E. (1969). On Death and Dying.
Maciejewski, P. K., Zhang, B., Block, S. D., & Prigerson, H. G. (2007). An empirical examination of the stage theory of grief. JAMA.
Stroebe, M., & Schut, H. (1999). The dual process model of coping with bereavement. Death Studies.
Bonanno, G. A. et al. (2002). Resilience to loss and chronic grief. Journal of Personality and Social Psychology.
Bonanno, G. A. (2004). Loss, trauma, and human resilience. American Psychologist.
Stroebe, M., Schut, H., & Boerner, K. (2017). Bereaved persons are misguid

07/07/2026
04/07/2026

Un bambino plusdotato ha bisogno degli albi illustrati?

Nei giorni scorsi ho letto una conversazione condivisa da che mi ha fatto riflettere. Alcuni genitori criticavano il fatto che venissero consigliati albi illustrati anche a bambini plusdotati di 4 anni, ritenendo più adeguati libri divulgativi o scientifici.

Credo che questa discussione nasca da 2 grandi equivoci:
1) pensare che un albo illustrato sia un libro "semplice". In realtà è un genere letterario autonomo, nel quale testo, immagini, metafore, silenzi e ritmo narrativo costruiscono significati complessi;
2) credere che un bambino plusdotato debba essere continuamente alimentato con contenuti "da grandi".

La letteratura sulla plusdotazione descrive frequentemente uno sviluppo asincrono: competenze cognitive molto avanzate possono convivere con bisogni emotivi, relazionali e simbolici perfettamente in linea con l'età del bambino (se non, a volte, leggermente inferiore alla media per età).

Il nostro compito non è crescere bambini che sappiano fare cose "da grandi" ma è accompagnare bambini che, diventando grandi, possano restare persone curiose, creative, emotivamente competenti e profondamente vive.

Perché, prima di essere un talento da coltivare, ogni bambino è una persona da accompagnare.

📚 E tu cosa ne pensi? Ti è mai capitato di sentir dire che un bambino "troppo intelligente" dovrebbe smettere di leggere libri per bambini?

Raccontamelo nei commenti: mi piacerebbe aprire un confronto rispettoso e fondato su questo tema.

30/06/2026

Vi chiedo scusa in anticipo: questo reel è un po' più lungo del solito. 😊

Ma è nato da una riflessione che mi sta particolarmente a cuore e che è emersa durante l'ultimo incontro del di

Negli ultimi anni abbiamo sentito ripetere moltissime volte che la noia fa bene ai bambini. E io stessa sono convinta che una certa dose di noia sia un'esperienza preziosa, perché può favorire creatività, iniziativa, autonomia e capacità di stare con se stessi.

Quello che mi preoccupa è quando rischiamo di trasformare una buona intuizione educativa in uno slogan.

Perché non tutta la noia è uguale.

Esiste una noia sana, fisiologica, che nasce dentro una relazione sicura, dove il bambino sa che l'adulto c'è anche se non lo sta intrattenendo.

Ma esiste anche una noia che può assomigliare alla solitudine, alla trascuratezza, al sentirsi poco visti.

Per questo credo che il punto non sia riempire ogni minuto della giornata dei bambini, ma nemmeno usare il "diritto alla noia" come scusa per disinvestire dalla relazione.

La differenza, come spesso accade, la fa la presenza.

💭 Sono curiosa di conoscere il vostro punto di vista.

Quando vostro figlio o vostra figlia vi dice: "Mi annoio", cosa succede dentro di voi? Correte a proporre qualcosa oppure riuscite a tollerare quel vuoto?

Raccontatemelo nei commenti ❤️

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