10/08/2026
SPIRITUAL BYPASS
Nel 1984 lo psicoterapeuta John Welwood parlò per la prima volta di Spiritual bypass. Si tratta di un meccanismo di difesa in cui una persona usa idee, pratiche o credenze spirituali per evitare di affrontare le proprie ferite emotive irrisolte. È, a tutti gli effetti, un modo per bypassare, appunto, il “lavoro sporco” sulla psiche, quello doloroso e imprescindibile, rifugiandosi in una presunta pace spirituale.
Non è difficile accorgersi delle caratteristiche con cui si manifesta, se abbiamo gli occhi ben aperti e ci permettiamo di non idealizzare chi si pone con un atteggiamento di tipica superiorità spirituale, ma dobbiamo essere accorti, perché spesso si maschera con umiltà mista a pacata saggezza.
Noteremo una soppressione delle emozioni “negative” come la rabbia, la tristezza o la paura perché il messaggio che viene dato riguarda la perfezione della vita in sé e il fatto che tutto accade per una ragione. In realtà, gli attualizzati motti new age servono solo per non sentire il dolore.
Talvolta si confonde l’apatia con il distacco illuminato oppure il rifiuto di affrontare i conflitti relazionali con l’incapacità di stabilire dei sani confini. Vengono scusati comportamenti tossici o abusanti (propri o altrui) in nome del perdono o del riconoscere la luce negli altri, annullando, di fatto, ogni discernimento.
Spesso nasce quello che si chiama l’Ego spirituale, in cui la persona si sente sopra le comuni dinamiche umane: non mostra interesse per i soldi, il successo, i bisogni primari, perché si medita, si prega, si seguono certi percorsi spirituali da decenni… In realtà, si vuole solo che l’altro confermi l’immagine del guru o maestro, alimentando un narcisismo ben mascherato.
Un’altra caratteristica tipica è la rinuncia alla propria responsabilità personale perché “ci pensa Dio/l’Universo/la Vita” e di fronte a scelte pratiche o morali che richiederebbero azione o disciplina ci si tira semplicemente indietro mostrando la propria capacità di resa fiduciosa.
Lo abbiamo capito: il bypass spirituale è una strategia di sopravvivenza della psiche. Quando il dolore emotivo, il senso di vuoto o il trauma sono troppo minacciosi per l’Ego, la spiritualità offre un’ancora di salvataggio elevata, pulita, ammirabile. È senz’altro più gratificante sentirsi un’anima in evoluzione che sta vivendo una purificazione, che ammettere di essere spaventati, di voler evitare decisioni faticose o avere bisogno di un aiuto psicoterapeutico.
Allora si ricorre ai grandi temi, come la “notte oscura dell’anima” in cui Dio starebbe lavorando per il nostro bene in una nuova tappa del percorso di evoluzione, mentre si sta solo evitando di guardare in faccia i propri impulsi, il proprio egoismo e le proprie scelte sbagliate, ma intimamente, si può arrivare ad affogare nella disperazione.
Mentre si parla di altezze, si evita in tutti i modi di mettere le mani nella propria profondità: la materia grezza della psiche dove si dovrebbero identificare gli impulsi, risalire al bisogno infantile o nevrotico che li ha generati e decidere responsabilmente di non agirli.
Purtroppo, senza un solido lavoro psicologico, la spiritualità diventa una maschera raffinata indossata dall’Ego per non cambiare mai davvero.
L’Ego spirituale è una trappola sottile: è il momento in cui la struttura egoica, anziché sciogliersi, si appropria del linguaggio, delle pratiche e dei concetti spirituali per diventare ancora più forte e inattaccabile. L’Ego ha una grande capacità di adattamento: sa spostarsi su un terreno spirituale che offre molte gratificazioni. L’immagine di sé sarà quella di una persona più consapevole e più evoluta degli altri, e ogni osservazione ricevuta sarà rispedita al mittente con l’etichetta di “proiezione”, un problema personale irrisolto di chi esprime la sua impressione.
Al contrario, la maturità spirituale è un processo di progressiva spogliazione, radicamento e trasparenza. La maturità spirituale non si misura con le esperienze mistiche, le intuizioni profonde o le teorie angeliche, ma con la qualità della presenza e dell’integrità quotidiana. Ammette le proprie meschinità, senza drammi, cerca di prendere delle decisioni in modo responsabile per il proprio bene e il bene di chi lo circonda, non nega i propri limiti, non vuole sentirsi speciale, quando la vita gli toglie delle certezze non cerca misere consolazioni e si esprime con pulizia interiore, gentilezza non ostentata, confini sani, capacità di vedere davvero l’altro.
La vera maturità spirituale comincia quando la ricerca cessa di essere un accumulo di conoscenze e diventa un lavoro di pulizia. Si riconosce nella capacità di non agire gli impulsi dettati dai bisogni insoddisfatti, trasformando la disciplina interiore in uno stile di vita etico, sobrio e responsabile. In altre parole, la maturità spirituale rende una persona più umana, più concreta e accessibile, più affidabile, più autenticamente morbida e attenta.