27/07/2026
Ieri ho visto The Odyssey di Christopher Nolan e mi ha colpito la figura di Ulisse che rappresenta molti dei conflitti che troviamo nell'uomo moderno. E' impensabile descriverli tutti ma in particolare mi ha fatto riflettere sul significato psicologico del cavallo di T***a: molti lo vedono come il simbolo dell'astuzia di Ulisse. Anch'io l'ho sempre pensato. Ma questa volta mi è sembrato che il vero inganno non fosse rivolto ai T***ani. Mi è sembrato, piuttosto, che fosse rivolto agli dèi, naturalmente non nel senso letterale, perché gli dèi della cultura greca non possono essere davvero ingannati. Attraverso il cavallo, Ulisse introduce una possibilità che fino a quel momento sembrava impensabile: ciò che è sacro può essere utilizzato, manipolato, trasformato in uno strumento.
Il dono non è più un dono. Diventa un'arma.
Ed è qui che, secondo me, Nolan racconta qualcosa di profondamente contemporaneo. T***a non cade semplicemente perché qualcuno è stato più intelligente, cade perché viene infranto un ordine simbolico che fino a quel momento regolava il mondo.
L'ospitalità viene tradita. Il sacro viene piegato alla strategia.
L'intelligenza smette di essere uno strumento e diventa una forza capace di oltrepassare qualsiasi limite. Forse è proprio questo il vero punto di non ritorno.
Ho avuto la sensazione che Ulisse raggiunga il proprio obiettivo, ma senza accorgersi di aver aperto una frattura molto più grande della conquista di una città. Nel momento in cui dimostra che anche ciò che era ritenuto inviolabile può essere violato, inaugura un mondo in cui tutto diventa possibile. E quando tutto diventa possibile, diventano possibili anche forme di distruzione che prima nessuno avrebbe nemmeno immaginato. Lo stupore dello stesso Ulisse davanti al saccheggio di T***a mi è sembrato raccontare proprio questo. È come se dicesse: io volevo vincere una guerra, non liberare una forza che nessuno avrebbe più saputo contenere.
Da psicologo non ho potuto fare a meno di pensare che ogni civiltà viva grazie a limiti simbolici. Sono quei limiti a rendere possibile la convivenza e a ricordarci che non tutto ciò che possiamo immaginare, fantasticare e fare deve necessariamente essere fatto. Quando questi limiti vengono meno, la razionalità rischia di trasformarsi in pura volontà di dominio che ha come risultato l'allontanarsi dalla nostra natura. La razionalità cioè riduce la complessità del mondo e le sue sfumature, riducendo la possibilità di ascoltare voci diverse all'interno di noi stessi; per esempio le emozioni, le intuizioni e i sogni che durante la notte ci trasmettono qualcosa da un'altra prospettiva.
Ed è qui che arriva il dialogo con Calipso, che per me rappresenta il cuore del film. Lei dice a Ulisse:
"𝑆𝑒𝑖 𝑢𝑛 𝑢𝑜𝑚𝑜 𝑐ℎ𝑒 𝑑𝑒𝑣𝑒 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜𝑙𝑙𝑎𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑠𝑢𝑜 𝑑𝑒𝑠𝑡𝑖𝑛𝑜. 𝑃𝑒𝑟𝑜̀ 𝑞𝑢𝑒𝑠𝑡𝑜 𝑛𝑜𝑛 𝑝𝑢𝑜𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜𝑙𝑙𝑎𝑟𝑙𝑜. 𝐷𝑒𝑣𝑖 𝑐𝑜𝑛𝑠𝑒𝑔𝑛𝑎𝑟𝑡𝑖 𝑎𝑙𝑙𝑎 𝑡𝑒𝑚𝑝𝑒𝑠𝑡𝑎. 𝐶𝑜𝑛𝑠𝑒𝑔𝑛𝑎𝑟𝑡𝑖 𝑎 𝑃𝑜𝑠𝑒𝑖𝑑𝑜𝑛𝑒 𝑒 𝑎𝑐𝑐𝑒𝑡𝑡𝑎𝑟𝑒 𝑖𝑙 𝑡𝑢𝑜 𝑑𝑒𝑠𝑡𝑖𝑛𝑜. 𝑍𝑒𝑢𝑠 𝑛𝑜𝑛 𝑔𝑙𝑖 𝑝𝑒𝑟𝑚𝑒𝑡𝑡𝑒𝑟𝑎̀ 𝑑𝑖 𝑢𝑐𝑐𝑖𝑑𝑒𝑟𝑡𝑖. 𝑅𝑖𝑛𝑢𝑛𝑐𝑖𝑎 𝑎 𝑐𝑜𝑚𝑏𝑎𝑡𝑡𝑒𝑟𝑒. 𝑅𝑖𝑛𝑢𝑛𝑐𝑖𝑎 𝑎𝑙 𝑐𝑜𝑛𝑡𝑟𝑜𝑙𝑙𝑜 𝑒 𝑣𝑖𝑣𝑖. 𝐸̀ 𝑢𝑛 𝑎𝑡𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝑓𝑒𝑑𝑒 𝑐ℎ𝑒 𝑛𝑜𝑛 ℎ𝑎𝑖 𝑚𝑎𝑖 𝑓𝑎𝑡𝑡𝑜."
Quelle parole sembrano demolire tutto ciò che Ulisse ha rappresentato fino a quel momento. Per tutta la guerra ha creduto che vivere significasse controllare. Calipso gli suggerisce l'esatto contrario: vivere significa anche accettare ciò che non può essere controllato. La fede di cui parla, almeno per come l'ho sentita io, non è una fede religiosa, è la fiducia che dentro la vita esista un ordine più profondo della nostra volontà. È il riconoscimento che non tutto dipende dall'intelligenza, dalla strategia o dalla capacità di prevedere ogni cosa. Mi è sembrato un passaggio dalla razionalità a sentire la propria esistenza o, come descrive il mio maestro, alla spiritualità.
La ragione è uno strumento straordinario: organizza, distingue, pianifica. Ma quando pretende di governare ogni aspetto della vita rischia di trasformarsi in onnipotenza. Solo accettando la tempesta, solo rinunciando al controllo assoluto Ulisse può finalmente tornare a casa. Forse è questa l'intuizione che mi porto via dal film. L'uomo non trova sé stesso quando domina il mondo, trova sé stesso quando riconosce di appartenere a qualcosa di più grande della propria volontà. Per me è questa la differenza tra sopravvivere e vivere.
E forse la vera Itaca non è il luogo in cui arriviamo grazie alla nostra intelligenza, ma quello che possiamo finalmente abitare quando smettiamo di voler controllare tutto e accettiamo di essere parte della natura che ci attraversa.
Dott. Filippo Bresciani