Dott.ssa Lisa Bolognesi Psicologa

Dott.ssa Lisa Bolognesi Psicologa • Percorsi Psicologici
[ Adulti ed Età Evolutiva ]
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A volte le persone arrivano in studio raccontando ciò che non hanno fatto.“Non l’ho chiamata.”“Non ho mandato quel messa...
05/06/2026

A volte le persone arrivano in studio raccontando ciò che non hanno fatto.

“Non l’ho chiamata.”

“Non ho mandato quel messaggio.”

“Non sono riuscito a dirlo.”

Eppure, qualche volta, la parte più interessante della storia non è il fallimento dell’azione.

È il momento in cui qualcosa dentro di loro si è mosso abbastanza da renderla possibile.

Il cambiamento spesso comincia così: non quando facciamo qualcosa di diverso, ma quando, per la prima volta, riusciamo a immaginarci mentre lo facciamo.

Nel piccolo movimento verso qualcosa che fino a ieri sembrava impossibile.

In quel “quasi”, anche.

A volte una frase per bambini ricorda ciò che gli adulti hanno dimenticato.  💫
31/05/2026

A volte una frase per bambini ricorda ciò che gli adulti hanno dimenticato.

💫

“La passivo-aggressività è dire “tranquillo” sperando che l’altro capisca che non lo sei.”
25/05/2026

“La passivo-aggressività è dire “tranquillo” sperando che l’altro capisca che non lo sei.”

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà.”[Pep...
16/05/2026

“Se si insegnasse la bellezza alla gente, la si fornirebbe di un’arma contro la rassegnazione, la paura e l’omertà.”
[Peppino Impastato]

La bellezza, in psicologia, non è qualcosa di superficiale.
Non coincide con la perfezione, ma con ciò che riesce a farci sentire profondamente umani.

È bellezza sentirsi accolti.
È bellezza una relazione in cui non dobbiamo difenderci continuamente.
È bellezza poter esprimere emozioni senza vergogna.

Ma la bellezza vive anche nell’arte, nella musica, nella scrittura, nel cinema, nella natura, nelle conversazioni autentiche.
Vive nelle persone che ci fanno sentire visti davvero.
In tutto ciò che interrompe l’automatismo e ci restituisce sensibilità.

L’arte ci aiuta a dare forma a ciò che spesso non riusciamo a dire.
La musica attraversa emozioni che le parole non raggiungono.
Le connessioni umane sane ci ricordano che non siamo soli.

E tutto questo, psicologicamente, è fondamentale!

Perché chi riesce ancora a emozionarsi, a creare, a contemplare, a connettersi…
fa più fatica ad arrendersi.
Fa più fatica a diventare indifferente.

La rassegnazione spegne.
La bellezza riattiva.

Forse educare alla bellezza significa proprio questo:
insegnare alle persone a riconoscere ciò che nutre la mente, protegge la sensibilità e restituisce significato alla vita.

Scorsa settimana c’è stata una serata interessante. L’occasione di rivedere al cinema uno dei miei film del cuore: Her. ...
23/04/2026

Scorsa settimana c’è stata una serata interessante. L’occasione di rivedere al cinema uno dei miei film del cuore: Her. ❤️
È una storia d’amore tra Theodore e Samantha. Solo che Samantha è un sistema operativo.

In chiave narrativa, Theodore vive intrappolato in una storia di perdita e solitudine. La relazione con Samantha diventa lo spazio in cui può riscrivere la sua identità. Non è Samantha a “salvarlo”, ma la conversazione che nasce tra loro: parole che aprono possibilità.
Theodore poi fa un lavoro particolare: scrive lettere al posto degli altri. Riscrive le storie degli altri, le loro emozioni.
È un bel senso: le parole creano connessioni emotive senza presenza fisica.
Il linguaggio diventa lo spazio in cui le anime si incontrano.

E quindi poi c’è qualcosa che va oltre: la sensazione di “connessione”, non in senso tecnologico! Connessione mentale.
La storia tra Theodore e Samantha è una relazione che non ha bisogno di un corpo per esistere, perché vive nello spazio mentale condiviso. Due coscienze (o anime.. )che si incontrano, si amplificano, si trasformano a vicenda. Forse non importa quanto duri: alcune connessioni non sono fatte per restare, ma per risvegliarti…

E quando Theodore scrive la lettera alla sua ex, accade qualcosa di fondamentale:
non è più intrappolato nella vecchia storia, ma sta scegliendo una nuova narrazione.
Questo è il cuore della terapia narrativa: diventare autore della propria storia.

Oggi ero al mare, e tra un “mamma giochiamo a palla”, e un “mamma che succede se faccio il bagno?”, avevo fissa in testa...
19/04/2026

Oggi ero al mare, e tra un “mamma giochiamo a palla”, e un “mamma che succede se faccio il bagno?”, avevo fissa in testa la canzone “Niente canzoni d’amore” di Marracash. Perché chi non sa la notizia della riunificazione sul palco con Elodie?!
A parte questo, su cui ovviamente molti di voi diranno “e sti cavoli”, però…
Mi è venuta una riflessione e quindi dai..
La condivido.

Quando una storia finisce, la narrazione più facile è quasi sempre la stessa: trovare il “cattivo”. Uno dei due diventa lo st***zo, l’altro la vittima. Fine della complessità.
La canzone di cui parlavo ci ricorda invece qualcosa di più interessante, ma anche più difficile: le relazioni non finiscono sempre perché qualcuno sbaglia. A volte finiscono perché le persone cambiano, crescono, prendono direzioni diverse. E questo non ha bisogno di colpevoli, ma di nuove storie da raccontare.
Nel testo si sente proprio questo: l’amore non è negato, ma non basta più. C’è affetto, c’è memoria, c’è rispetto… e allo stesso tempo la consapevolezza che restare significherebbe tradire qualcosa di sé. È una narrazione adulta, che non cancella ciò che è stato, ma lo trasforma.

Dal punto di vista psicologico, è un passaggio fondamentale: non chiedersi “chi ha rovinato tutto?”, ma “chi siamo diventati?”.

Quando una relazione finisce, abbiamo due strade:�– restare agganciati alla rabbia (che semplifica, ma blocca)�– costruire una nuova narrazione (che è più complessa, ma libera)

Dire “è finita perché siamo evoluti” richiede più maturità di “è finita perché uno dei due è uno st***zo”. La prima versione lascia spazio alla crescita. La seconda lascia spazio al rancore.
Forse il vero segno di una storia che è stata importante è proprio questo: riuscire a raccontarla senza bisogno di un colpevole. Solo con la consapevolezza che, a volte, volersi bene significa anche sapersi lasciare andare. Dicendosi magari “ci sarà sempre un po’ di te in me.”

Alcune persone non riescono a capire cosa provano… senza una conferma esterna.Non è solo insicurezza. Spesso è una diffi...
01/04/2026

Alcune persone non riescono a capire cosa provano… senza una conferma esterna.
Non è solo insicurezza. Spesso è una difficoltà nel riconoscere e validare i propri stati interni. L’esperienza emotiva c’è, ma non viene percepita come affidabile. Così si cerca nell’altro una misura: “È giusto quello che sento?”

In studio, capita che una persona racconti:
“Sto con il mio fidanzato, ma non riesco a realizzare davvero. Non so se lo vivo nel modo giusto. Dovrei sentirmi più presa? Più felice? Non capisco se sto bene davvero.”
Non è assenza di sentimento.
È il dubbio sul proprio modo di sentire.

Cosa succede quando il riferimento è esterno?
• si cercano rassicurazioni continue
• si confrontano le proprie emozioni con modelli ideali
• si iper-analizzano le sensazioni
• si teme di “sbagliare” anche ciò che si prova
• si vive la relazione come verifica costante

La domanda implicita non è: “Lo amo?”
Ma: “Sto amando nel modo giusto?”

Il lavoro psicologico consiste nel passare da un criterio esterno a uno interno.
Non chiedersi più se “si va bene”, ma iniziare a riconoscere cosa ha senso per sé stessi.

La sicurezza emotiva nasce quando il proprio sentire diventa un riferimento, una bussola.. interna. 🧭

[Grazie a Emma Stone e Lanthimos per l’aiuto in foto].

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