26/07/2026
Ad Ancona due educatrici di una scuola dell’infanzia sono state arrestate con l’accusa di maltrattamenti e abbandono di minori. Secondo quanto emerso dalle indagini, bambini tra i 3 e i 6 anni sarebbero stati picchiati, strattonati, chiusi al buio in bagno e sottoposti ad altre forme di umiliazione. Non entro naturalmente nel merito giudiziario della vicenda, perché saranno le autorità competenti ad accertare fatti e responsabilità. Ma come Presidente dell’Ordine delle Psicologhe e degli Psicologi delle Marche credo sia necessario chiedersi cosa accade nella mente di un bambino così piccolo quando la persona che dovrebbe proteggerlo diventa quella di cui avere paura?
A quell’età l’adulto è una bussola emotiva. Attraverso di lui il bambino costruisce l’idea che ha di sé, degli altri e del mondo. Per questo, davanti a un’umiliazione, a una minaccia o a una violenza, difficilmente pensa che sia l’adulto a essere nel torto. Può invece convincersi di essere stato lui a fare qualcosa di sbagliato, di essere “cattivo”, di aver provocato quella reazione o persino di meritarla.
Quando una figura di cura diventa imprevedibile o minacciosa, il sistema di allarme del bambino può rimanere costantemente attivo. Possono comparire regressioni, difficoltà nel sonno, irritabilità, aggressività, chiusura, somatizzazioni, ansia da separazione o rifiuto della scuola. Alcuni bambini raccontano attraverso il gioco ciò che non riescono ancora a dire con le parole, altri sembrano apparentemente tranquilli. Ma il silenzio non significa necessariamente assenza di sofferenza.
Il rischio più profondo è che venga compromessa una delle prime acquisizioni fondamentali dell’infanzia: la fiducia. Che il bambino impari che chi dovrebbe proteggerlo può anche fargli male e che affidarsi a un adulto non significa necessariamente essere al sicuro.
E credo che vicende come questa debbano aprire anche una riflessione sulla prevenzione. Per chi lavora quotidianamente con bambini così piccoli ritengo necessario prevedere, già nella fase di assunzione, una valutazione psicologica professionale e strutturata, da ripetere periodicamente, ad esempio ogni 36 mesi. Non per patologizzare gli insegnanti o trasformare uno psicologo in un controllore, ma perché lavorare con l’infanzia richiede equilibrio emotivo, capacità di regolazione, gestione dello stress e consapevolezza della responsabilità educativa. A questo dovrebbero aggiungersi supervisione psicologica e spazi di supporto durante tutto il percorso professionale. La tutela dei bambini non può cominciare quando qualcosa è già accaduto. Deve cominciare prima.
Un trauma, però, non è una condanna. Con adulti affidabili, un ambiente nuovamente sicuro e, quando necessario, un adeguato sostegno psicologico, un bambino può tornare a fidarsi.
Perché davanti a storie come questa non basta domandarci che cosa sia accaduto. Dobbiamo chiederci che cosa sia accaduto dentro quei bambini e soprattutto che cosa possiamo fare perché non accada più.