14/07/2026
Condivido e sottoscrivo …e vale anche per i bambini …
Il vero costo dell’ipermedicalizzazione della società non è economico. È clinico.
Da anni la letteratura scientifica richiama l’attenzione sul fenomeno della low-value care: prestazioni sanitarie che producono benefici nulli o minimi rispetto ai costi, ai rischi e alle risorse che consumano. Quando si parla di crisi del Servizio Sanitario Nazionale, il dibattito si concentra quasi sempre sulla carenza di medici, sugli investimenti insufficienti o sull’organizzazione. Sono problemi reali. Ma c’è un altro fenomeno, molto meno discusso, che rischia di compromettere qualsiasi tentativo di riforma, l’ipermedicalizzazione della società.
Questo non è un invito a fare meno medicina. È un invito a fare medicina migliore. Anche con strutture perfettamente funzionanti, personale adeguato e liste d’attesa ridotte, il sistema continuerebbe a essere sotto pressione se la domanda di prestazioni continuasse a crescere più rapidamente della reale necessità clinica.
Negli ultimi anni abbiamo progressivamente ampliato i confini della malattia, trasformando sempre più spesso persone sane, o a bassissimo rischio, in pazienti destinati a percorsi di controllo destinati a durare anni.
Ecografie “perché non si sa mai”. Radiografie a raffica. Risonanze per “rassicurare”. Esami del sangue sempre più estesi, dove non bastano più emocromo, glicemia e creatinina: servono anche vitamina D, omocisteina e, naturalmente, l’immancabile protidogramma, spesso anche nel giovane perfettamente sano, senza una reale domanda clinica a cui rispondere.
Noduli tiroidei benigni e stabili che entrano in percorsi di follow-up specialistico destinati a protrarsi per anni, talvolta senza alcuna concreta modifica della gestione clinica. Ipertensioni perfettamente controllate, prive di complicanze e clinicamente stabili che continuano a prevedere visite cardiologiche annuali “di controllo”, pur in assenza di nuovi sintomi o variazioni terapeutiche. Questi sono soltanto alcuni esempi. Il problema non è il singolo esame. Il problema nasce quando milioni di esami “tanto per sicurezza” diventano la normalità.
È importante chiarire che pero’ la responsabilità non è dei pazienti. I cittadini fanno ciò che è naturale fare quando si parla di salute, cercano rassicurazione. Il problema è culturale e organizzativo. Negli anni abbiamo progressivamente trasmesso il messaggio che più esami significhino automaticamente migliore assistenza e migliore prevenzione. In questo contesto anche il medico di medicina generale rischia di essere giudicato con criteri completamente distorti. Il medico che prescrive tutto viene spesso percepito come scrupoloso e attento alla prevenzione. Quello che applica rigorosamente i principi della medicina basata sulle evidenze viene invece etichettato come “tirchio”, superficiale o poco disponibile. È il segno di una profonda confusione tra prevenzione e ricerca indiscriminata di malattie.
Qualcuno a questo punto obietterà: “Grazie a quell’ecografia fatta per caso abbiamo trovato un tumore.” Succede, ricordiamo tutti quel caso fortuito. Ma un sistema sanitario non può essere valutato sulla base delle eccezioni. Deve essere valutato sul beneficio complessivo che produce. Per trovare quella diagnosi rara, quante migliaia di esami sono stati eseguiti senza indicazione? Quante liste d’attesa si sono allungate? E soprattutto: quanti pazienti con una malattia già nota, già probabile o già sospetta hanno visto ritardare la propria diagnosi o il proprio trattamento perché le stesse risorse erano impegnate nell’esecuzione di prestazioni a bassissima probabilità diagnostica?
La prevenzione consiste nell’offrire gli interventi giusti alle persone giuste, nel momento giusto. Non nel moltiplicare esami e controlli in assenza di un’indicazione clinica. Ogni singolo percorso può sembrare ragionevole se osservato isolatamente. Il problema nasce quando milioni di cittadini vengono inseriti contemporaneamente in circuiti di controlli periodici, visite, esami e rivalutazioni che producono pochissimo valore clinico ma assorbono enormi quantità di tempo, personale, apparecchiature e risorse economiche.
Nel frattempo, chi ha davvero bisogno di assistenza aspetta. Ogni giorno di ritardo per un tumore, uno scompenso cardiaco o una malattia neurologica progressiva ha un costo umano infinitamente superiore al beneficio ottenuto da migliaia di esami eseguiti “per sicurezza”. Il paradosso è evidente: più aumentano le prestazioni a basso valore, meno riusciamo a garantire quelle ad alto valore. Ma il danno non è soltanto organizzativo. Ogni esame inutile aumenta anche il rischio di falsi positivi, reperti incidentali, ulteriori approfondimenti, biopsie, trattamenti e ansia per il paziente. La cosiddetta “cascata diagnostica” è oggi una delle principali conseguenze dell’eccesso di medicina: un reperto occasionale genera nuovi esami, che producono nuovi reperti, alimentando un circuito spesso privo di reale beneficio clinico. Il vero costo dell’ipermedicalizzazione non è quindi economico. È clinico. Ogni prestazione a basso valore occupa il posto di una prestazione ad alto valore.
Una parte di questa deriva nasce inevitabilmente dalla medicina difensiva, dalla paura del contenzioso e dalla crescente aspettativa che la medicina debba eliminare qualsiasi rischio. Un’altra deriva da un modello culturale che identifica il “fare di più” con il “curare meglio”, quando spesso è vero l’esatto contrario. La buona medicina non consiste nel prescrivere tutto ciò che è possibile prescrivere. Consiste nel prescrivere ciò che è realmente utile.
Esiste poi una possibile conseguenza di cui si parla pochissimo: il deskilling della specialistica.
Quando una quota crescente dell’attività specialistica viene assorbita da follow-up routinari, reperti incidentali e condizioni a basso rischio, diminuisce inevitabilmente l’esposizione ai casi realmente complessi. È legittimo chiedersi se, nel lungo periodo, questo modello non rischi di favorire una progressiva “generalizzazione” della specialistica, mentre la patologia ad alta complessità viene sempre più concentrata nei centri di riferimento e negli hub di eccellenza. È un paradosso organizzativo: più cresce la domanda di medicina a basso valore, meno tempo rimane per la medicina altamente specialistica.
Servono certamente più investimenti. Servono più medici. Serve una migliore organizzazione. Ma sarebbe un errore pensare che bastino.
Finché non affronteremo seriamente il tema dell’overdiagnosis e dell’ipermedicalizzazione della società, continueremo a rincorrere una domanda sanitaria destinata a crescere più rapidamente della capacità del sistema di soddisfarla. Abbiamo progressivamente iniziato a misurare la qualità della medicina dal numero di esami prescritti, di visite effettuate e di controlli programmati. Ma una sanità migliore non è quella che produce più prestazioni, e’ quella che produce più salute, e le due cose, sempre più spesso, non coincidono.
Forse il vero errore è aver confuso l’accesso alla medicina con il consumo di medicina che sono due concetti profondamente diversi. Perché la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale non dipenderà soltanto da quanti medici formeremo o da quanti miliardi investiremo. Dipenderà anche dal coraggio di smettere di fare ciò che non serve. Ogni prestazione inutile sottrae tempo, denaro e cure a chi ne ha davvero bisogno.
Forse la vera domanda non è come produrre più prestazioni. Ma come produrre più salute.
di Marco Nardelli