Dott. Francesco Pastore - Pediatra

Dott. Francesco Pastore - Pediatra Pediatra di famiglia FormatoreBLSD
Autore del libro Il bambino e lo sport: tra agonismo e prevenzione

“LA CONOSCENZA FA LA DIFFERENZA”Sono sempre più frequenti queste belle notizie …per fortuna direi …Ma ciò dimostra quant...
23/07/2026

“LA CONOSCENZA FA LA DIFFERENZA”

Sono sempre più frequenti queste belle notizie …per fortuna direi …
Ma ciò dimostra quanto la formazione sia fondamentale per affrontare questi momenti che sono molto frequenti e che, come mi sforzo di spiegare durante i corsi, possiamo evitare con dei comportamenti corretti per poterli prevenire…TAGLIO IN SICUREZZA DEGLI ALIMENTI, GIOCO SICURO etc etc
Brava Anastasia …
TUTTI POSSONO FARCELA …
😍❤️😍

Grazie alla manovra di Heimlich appresa in Esercito

Condivido e sottoscrivo …e vale anche per i bambini …
14/07/2026

Condivido e sottoscrivo …e vale anche per i bambini …

Il vero costo dell’ipermedicalizzazione della società non è economico. È clinico.

Da anni la letteratura scientifica richiama l’attenzione sul fenomeno della low-value care: prestazioni sanitarie che producono benefici nulli o minimi rispetto ai costi, ai rischi e alle risorse che consumano. Quando si parla di crisi del Servizio Sanitario Nazionale, il dibattito si concentra quasi sempre sulla carenza di medici, sugli investimenti insufficienti o sull’organizzazione. Sono problemi reali. Ma c’è un altro fenomeno, molto meno discusso, che rischia di compromettere qualsiasi tentativo di riforma, l’ipermedicalizzazione della società.

Questo non è un invito a fare meno medicina. È un invito a fare medicina migliore. Anche con strutture perfettamente funzionanti, personale adeguato e liste d’attesa ridotte, il sistema continuerebbe a essere sotto pressione se la domanda di prestazioni continuasse a crescere più rapidamente della reale necessità clinica.
Negli ultimi anni abbiamo progressivamente ampliato i confini della malattia, trasformando sempre più spesso persone sane, o a bassissimo rischio, in pazienti destinati a percorsi di controllo destinati a durare anni.

Ecografie “perché non si sa mai”. Radiografie a raffica. Risonanze per “rassicurare”. Esami del sangue sempre più estesi, dove non bastano più emocromo, glicemia e creatinina: servono anche vitamina D, omocisteina e, naturalmente, l’immancabile protidogramma, spesso anche nel giovane perfettamente sano, senza una reale domanda clinica a cui rispondere.

Noduli tiroidei benigni e stabili che entrano in percorsi di follow-up specialistico destinati a protrarsi per anni, talvolta senza alcuna concreta modifica della gestione clinica. Ipertensioni perfettamente controllate, prive di complicanze e clinicamente stabili che continuano a prevedere visite cardiologiche annuali “di controllo”, pur in assenza di nuovi sintomi o variazioni terapeutiche. Questi sono soltanto alcuni esempi. Il problema non è il singolo esame. Il problema nasce quando milioni di esami “tanto per sicurezza” diventano la normalità.

È importante chiarire che pero’ la responsabilità non è dei pazienti. I cittadini fanno ciò che è naturale fare quando si parla di salute, cercano rassicurazione. Il problema è culturale e organizzativo. Negli anni abbiamo progressivamente trasmesso il messaggio che più esami significhino automaticamente migliore assistenza e migliore prevenzione. In questo contesto anche il medico di medicina generale rischia di essere giudicato con criteri completamente distorti. Il medico che prescrive tutto viene spesso percepito come scrupoloso e attento alla prevenzione. Quello che applica rigorosamente i principi della medicina basata sulle evidenze viene invece etichettato come “tirchio”, superficiale o poco disponibile. È il segno di una profonda confusione tra prevenzione e ricerca indiscriminata di malattie.

Qualcuno a questo punto obietterà: “Grazie a quell’ecografia fatta per caso abbiamo trovato un tumore.” Succede, ricordiamo tutti quel caso fortuito. Ma un sistema sanitario non può essere valutato sulla base delle eccezioni. Deve essere valutato sul beneficio complessivo che produce. Per trovare quella diagnosi rara, quante migliaia di esami sono stati eseguiti senza indicazione? Quante liste d’attesa si sono allungate? E soprattutto: quanti pazienti con una malattia già nota, già probabile o già sospetta hanno visto ritardare la propria diagnosi o il proprio trattamento perché le stesse risorse erano impegnate nell’esecuzione di prestazioni a bassissima probabilità diagnostica?

La prevenzione consiste nell’offrire gli interventi giusti alle persone giuste, nel momento giusto. Non nel moltiplicare esami e controlli in assenza di un’indicazione clinica. Ogni singolo percorso può sembrare ragionevole se osservato isolatamente. Il problema nasce quando milioni di cittadini vengono inseriti contemporaneamente in circuiti di controlli periodici, visite, esami e rivalutazioni che producono pochissimo valore clinico ma assorbono enormi quantità di tempo, personale, apparecchiature e risorse economiche.

Nel frattempo, chi ha davvero bisogno di assistenza aspetta. Ogni giorno di ritardo per un tumore, uno scompenso cardiaco o una malattia neurologica progressiva ha un costo umano infinitamente superiore al beneficio ottenuto da migliaia di esami eseguiti “per sicurezza”. Il paradosso è evidente: più aumentano le prestazioni a basso valore, meno riusciamo a garantire quelle ad alto valore. Ma il danno non è soltanto organizzativo. Ogni esame inutile aumenta anche il rischio di falsi positivi, reperti incidentali, ulteriori approfondimenti, biopsie, trattamenti e ansia per il paziente. La cosiddetta “cascata diagnostica” è oggi una delle principali conseguenze dell’eccesso di medicina: un reperto occasionale genera nuovi esami, che producono nuovi reperti, alimentando un circuito spesso privo di reale beneficio clinico. Il vero costo dell’ipermedicalizzazione non è quindi economico. È clinico. Ogni prestazione a basso valore occupa il posto di una prestazione ad alto valore.

Una parte di questa deriva nasce inevitabilmente dalla medicina difensiva, dalla paura del contenzioso e dalla crescente aspettativa che la medicina debba eliminare qualsiasi rischio. Un’altra deriva da un modello culturale che identifica il “fare di più” con il “curare meglio”, quando spesso è vero l’esatto contrario. La buona medicina non consiste nel prescrivere tutto ciò che è possibile prescrivere. Consiste nel prescrivere ciò che è realmente utile.

Esiste poi una possibile conseguenza di cui si parla pochissimo: il deskilling della specialistica.

Quando una quota crescente dell’attività specialistica viene assorbita da follow-up routinari, reperti incidentali e condizioni a basso rischio, diminuisce inevitabilmente l’esposizione ai casi realmente complessi. È legittimo chiedersi se, nel lungo periodo, questo modello non rischi di favorire una progressiva “generalizzazione” della specialistica, mentre la patologia ad alta complessità viene sempre più concentrata nei centri di riferimento e negli hub di eccellenza. È un paradosso organizzativo: più cresce la domanda di medicina a basso valore, meno tempo rimane per la medicina altamente specialistica.

Servono certamente più investimenti. Servono più medici. Serve una migliore organizzazione. Ma sarebbe un errore pensare che bastino.

Finché non affronteremo seriamente il tema dell’overdiagnosis e dell’ipermedicalizzazione della società, continueremo a rincorrere una domanda sanitaria destinata a crescere più rapidamente della capacità del sistema di soddisfarla. Abbiamo progressivamente iniziato a misurare la qualità della medicina dal numero di esami prescritti, di visite effettuate e di controlli programmati. Ma una sanità migliore non è quella che produce più prestazioni, e’ quella che produce più salute, e le due cose, sempre più spesso, non coincidono.

Forse il vero errore è aver confuso l’accesso alla medicina con il consumo di medicina che sono due concetti profondamente diversi. Perché la sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale non dipenderà soltanto da quanti medici formeremo o da quanti miliardi investiremo. Dipenderà anche dal coraggio di smettere di fare ciò che non serve. Ogni prestazione inutile sottrae tempo, denaro e cure a chi ne ha davvero bisogno.

Forse la vera domanda non è come produrre più prestazioni. Ma come produrre più salute.

di Marco Nardelli

Sono anni che cerchiamo di far capire come sia pericoloso abbassare le percentuali di copertura per le vaccinazioni vers...
03/07/2026

Sono anni che cerchiamo di far capire come sia pericoloso abbassare le percentuali di copertura per le vaccinazioni verso malattie altamente diffusive e pericolose come il MORBILLO, per la quale bisogna mantenere una copertura del 95% onde evitare la circolazione del virus selvaggio…
Ma la narrazione dei no-vax, corredata solo da dati che non hanno NESSUNA CORRISPONDENZA NELLA REALTÀ, hanno portato ad affrontare con superficialità ed IGNORANZA queste tematiche …mettendo a repentaglio la SANITÀ PUBBLICA, nonostante il grande sforzo di tutti gli operatori sanitari …
Spero che questo episodio rimanga isolato …
VACCINARSI È UN ATTO D’AMORE…cit. Papa Francesco ❤️

Allarme morbillo a Roma. Scattano i controlli dopo un caso di contagio al concorso di magistratura che si è tenuto dal 22 al 26 giugno 2026 nella Capitale. Alle selezioni hanno partecipato 3279 candidati, di cui 401 sono risultati idonei. Ma le prove orali, previste a partire dal 14 settembre, potrebbero subire uno slittamento dopo il caso di positività.

Sul sito del Ministero della Giustizia si legge:

"Si informa che in data 1° luglio 2026 è stato confermato al Ministero della salute un caso di morbillo in un candidato che ha partecipato al concorso per magistrato ordinario, svoltosi presso la Fiera di Roma dal 22 al 26 giugno 2026.

Considerata l’elevata contagiosità della malattia, a titolo esclusivamente precauzionale, si invitano tutti i candidati e il personale che hanno partecipato alle prove nelle suddette giornate a prestare particolare attenzione all’eventuale comparsa, tra il 7° e il 21° giorno dall’esposizione, di sintomi compatibili con il morbillo, quali febbre, eruzione cutanea (rash), tosse, rinite e congiuntivite. In caso di comparsa di tali sintomi, si raccomanda di:

contattare tempestivamente il proprio medico di medicina generale e il Dipartimento di Prevenzione/ASL territorialmente competente, rappresentando di aver partecipato al concorso nelle giornate sopra indicate;
evitare, ove possibile, l’accesso diretto a studi medici e strutture sanitarie senza preventivo contatto telefonico, al fine di ridurre il rischio di trasmissione ad altre persone. Qualora fosse necessario rivolgersi al pronto soccorso si raccomanda di indossare la mascherina.

Si richiama, particolare attenzione per le persone non vaccinate o senza pregressa infezione, e per i soggetti vulnerabili(donne in gravidanza non immuni, immunodepressi, genitori con figli sotto l’anno e conviventi con persone fragili), invitandoli a rivolgersi con tempestività ai servizi sanitari competenti in caso di sintomi".

di Alessandro Rosi

Sintetizzato benissimo su questo bel poster quello che è il mio pensiero….ma sono in buona compagnia per fortuna …dei ba...
03/07/2026

Sintetizzato benissimo su questo bel poster quello che è il mio pensiero….ma sono in buona compagnia per fortuna …dei bambini…

IL PEDIATRA PIÙ GRADITO È DAVVERO QUELLO CHE PRESCRIVE PIÙ ANTIBIOTICI?

Tra il pediatra che prescrive facilmente un antibiotico e quello che lo utilizza soltanto quando esistono evidenze concrete della sua necessità, spesso il gradimento dei genitori va al primo.

Prescrivere rassicura nell’immediato, dà l’impressione che si stia “facendo qualcosa” e sembra offrire una soluzione rapida. Ma prescrivere di più non significa curare meglio.

Il pediatra che, nei casi dubbi e quando clinicamente indicato, ricorre a emocromo, PCR e tamponi diagnostici per distinguere un’infezione batterica da una virale non sta sottovalutando il bambino. Sta applicando una medicina più rigorosa, cercando di evitare una terapia inutile e i suoi possibili effetti indesiderati.

I NUMERI DELL’ANTIBIOTICO-RESISTENZA

In Italia l’antibiotico-resistenza causa ogni anno circa 12.000 decessi. Il nostro Paese continua inoltre a presentare livelli elevati di resistenza e multiresistenza batterica rispetto a molti altri Stati europei.

Nell’Unione Europea e nello Spazio Economico Europeo, le infezioni provocate da batteri resistenti sono responsabili di oltre 35.000 morti ogni anno: un impatto paragonabile a quello complessivo di influenza, tubercolosi e HIV/AIDS.

Considerando l’intera Regione europea dell’OMS, l’antimicrobico-resistenza è direttamente responsabile di circa 133.000 decessi l’anno e contribuisce indirettamente a molti altri. Nell’UE e nello SEE determina inoltre costi stimati in circa 11,7 miliardi di euro ogni anno, tra spese sanitarie e perdita di produttività.

Eppure continuiamo a utilizzare molti antibiotici: secondo il rapporto AIFA relativo al 2024, quasi quattro italiani su dieci hanno ricevuto almeno una prescrizione durante l’anno, con un uso particolarmente frequente nei bambini nei primi quattro anni di vita.

L’Italia presenta consumi territoriali superiori di oltre il 15% rispetto alla media europea ed è tra i Paesi europei con i maggiori consumi di antibiotici.

L’ANTIBIOTICO NON È UNA TERAPIA CONTRO L’ANSIA

La buona medicina non consiste nel soddisfare ogni aspettativa, ma nel prescrivere ciò che serve davvero.

Non è inadeguato il pediatra che, dopo aver visitato e valutato il bambino, decide di non prescrivere l’antibiotico. È inadeguato giudicare un medico soltanto dal numero di farmaci prescritti.

Allo stesso modo, non è corretto che un genitore pretenda un antibiotico per sedare la propria ansia, trasferendo sul bambino i possibili rischi di una terapia non necessaria.

Ogni antibiotico inutile può provocare effetti indesiderati, alterare il microbiota e selezionare batteri resistenti. Il danno non riguarda soltanto il singolo bambino: contribuisce a rendere meno efficaci questi farmaci quando saranno realmente necessari.

L’ansia dei genitori merita ascolto, spiegazioni e controlli appropriati.

Il bambino merita una diagnosi accurata e cure basate sulle evidenze, non prescrizioni consolatorie.

Indirizzo

Via Alessandro Fighera 8
Martina Franca
74015

Orario di apertura

Lunedì 16:00 - 19:00
Martedì 09:00 - 12:00
Mercoledì 16:00 - 19:00
Giovedì 09:00 - 12:00
Venerdì 09:00 - 12:00

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