20/08/2026
🧘🏻♀️🧘🏻 In questi giorni stiamo terminando, un intero mese di lavoro per la preparazione dei nuovi corsi yoga che svolgeremo seguendo l'antico sentiero dell'Haṭhapradīpikā.
📖 L'ultimo dei 389 versi del testo, quello con cui Svātmārāma lo congeda, ci ha fermato più a lungo di quanto ci aspettassimo.
➡️ Non chiude con un riassunto. Chiude con un avvertimento.
📌 "Finché l'energia non entra davvero nel canale centrale, finché qualcosa nel corpo non si fa saldo attraverso il respiro, finché nella meditazione la realtà non sorge da sé, spontanea, fino ad allora, tutto ciò che ci si affanna a chiamare "conoscenza" non è che chiacchiera e ipocrisia"
📝 Mi ha colpito perché è l'esatto contrario di come spesso funziona oggi il linguaggio spirituale nello yoga.
Abbiamo un vocabolario enorme, prāṇa, cakra, presenza, consapevolezza e lo maneggiamo con una scioltezza che a volte scambiamo per comprensione.
➡️ Si può parlare di risveglio con proprietà di linguaggio impeccabile, senza che nulla, nel corpo, si sia mai davvero mosso.
🕉️ Svātmārāma non distingue tra chi ha studiato poco e chi ha studiato tanto. Distingue tra chi "dice", anche con parole giuste, anche in buona fede, e chi ha "attraversato".
✅ È una distinzione scomoda, perché nessuno può verificarla dall'esterno, e nemmeno sempre dall'interno. Non è un invito a smettere di studiare o di parlare. L' intero testo, fino a questo ultimo verso, è un manuale tecnico, dettagliatissimo, pieno di istruzioni da eseguire con precisione.
✨ Ma proprio per questo la chiusura pesa di più: nemmeno tutta quella precisione tecnica, da sola, basta. Deve accadere qualcosa, non solo essere spiegato.
🧘🏻♀️🧘🏻🧘🏽♀️ E per questo, cari Yogin, l'invito a chiudere ogni pratica con una domanda che rivolgiamo soprattutto a noi insegnanti:
"quanto di ciò che diciamo sulla pratica lo attraversiamo, e quanto lo abbiamo solo imparato a dire bene?
Con Amore e Gratitudine 🙏🏻
MaGia 🪷