18/12/2025
L’impiego del luppolo nella birra è stato descritto nell’822 da un abate carolingio, ma la pratica dell’aromatizzazione con il luppolo fu adottata solo gradualmente a causa di problemi nello stabilire la giusta proporzione dei vari ingredienti. Fu la badessa Ildegarda di Bingen, nel 1067 che descrisse proprietà ed uso del luppolo per la realizzazione della birra. L’intuizione della badessa benedettina che, tra i tanti studi, aveva indagato a fondo tutto ciò che riguardava la natura che la circondava, la porta a scrivere un’opera dal titolo “Libro delle creature”. Realizzato come un’enciclopedia, i testi che compongono l’opera raccontano il mondo vegetale, minerale e animale, fotografando per la prima volta tutto ciò che esisteva in natura. Ogni singolo elemento è classificato e studiato, descrivendone le proprietà utili all’uomo, per nutrirsi e curarsi. Tra questi c’è anche una pianta spontanea infestante, presente nei boschi della valle del Reno in cui viveva Hildegard: il luppolo. Lontano dall’idea moderna di questa pianta, il luppolo viene così descritto nel Libro delle creature: “Il luppolo è caldo e secco, contiene un po’ d’umidità e non presenta grande utilità per l’uomo, poiché aumenta in lui la melanconia, provoca tristezza nella mente e appesantisce le viscere. Tuttavia, grazie alla sua amarezza, blocca la putrefazione di certe bevande alle quali lo si aggiunge, al punto che possono conservarsi molto più a lungo”. La birra luppolata fu perfezionata nei comuni della Germania a partire dal XIII secolo, come risultato, poiché questa birra risultò più duratura, si cominciò ad esportarla su vasta scala, anche grazie all’impiego di botti di dimensioni standardizzate
Giancarlo Statti