Dott.ssa Silvia Notaro

Indicazioni

Dott.ssa Silvia Notaro Studio medico-psicologico

09/10/2026

Domani, 10 ottobre, si celebra la Giornata Mondiale della Salute Mentale, un’occasione per riportare al centro dell’attenzione il benessere psicologico e il diritto di ogni persona a essere accolta, ascoltata e accompagnata.

Il tema di quest’anno, “Esperienze vissute ascoltate: voci vere, cambiamento reale”, ci invita a riconoscere il valore di chi ha attraversato in prima persona un’esperienza di disagio o sofferenza psicologica. Le loro storie non sono soltanto testimonianze da ascoltare, ma rappresentano una conoscenza preziosa, capace di contribuire a orientare scelte, servizi e interventi.

Dare spazio a queste voci significa andare oltre il semplice ascolto: significa coinvolgere le persone, valorizzarne il punto di vista e permettere loro di contribuire alle decisioni che riguardano la propria vita.

Una salute mentale più vicina alle persone nasce anche da qui: dalla capacità di riconoscere ogni esperienza, contrastare lo stigma e costruire risposte fondate sull’ascolto, sulla partecipazione e sul rispetto dei diritti.

04/10/2026

Chi se ne va rappresenta il 3,5% dei medici in servizio: una quota mai toccata prima.
.. E credo sarà sempre peggio.
D'altronde, come biasimarli??

(Fonte nel primo commento)

21/09/2026

Affrontare la perdita di una persona cara significa attraversare un tempo che ha ritmi, domande ed emozioni diversi per ciascuno.

In questo percorso, poter trovare uno spazio di ascolto e condivisione può aiutare a dare voce alla propria esperienza e, poco alla volta, a ritrovare nuove risorse.

L’Associazione Fabio Sassi offre un servizio gratuito di sostegno al lutto, rivolto non solo ai familiari delle persone accolte all’Hospice Il Nespolo, ma anche a chiunque, nella comunità, stia vivendo la perdita di una persona amata.

Il sostegno può prevedere incontri individuali con la psicologa, costruiti sulle esigenze della persona, oppure la partecipazione ai Gruppi “Oltre” di Auto Mutuo Aiuto, dove incontrare persone che stanno attraversando esperienze simili, in uno spazio di ascolto rispettoso e senza giudizio.

Non esiste un unico modo di vivere il lutto. Esiste, però, la possibilità di non dover affrontare da soli ogni tratto del cammino.

📌 Per informazioni e per fissare un colloquio: Segreteria Associazione Fabio Sassi
📞 039 9900871
✉️ [email protected]

04/09/2026

Io ci metto sempre un po’. Volutamente.

Perché scrivere di getto sui fatti appena accaduti spesso significa scrivere sotto l’effetto dell’emozione. E l’emozione tende a semplificare, a trovare una causa, un colpevole, possibilmente una soluzione in tre righe.

Ciò che è accaduto a Pietralata è una tragedia. E come tutte le tragedie ha già prodotto la spiegazione più immediata: famiglie lasciate sole, caregiver abbandonati, Stato assente.

Tutto vero.

Ma non basta.

Quando parliamo di famiglie che assistono per anni, qualche volta per tutta la vita, una persona non autosufficiente, continuiamo a ragionare soprattutto in termini di sostegno economico.

Indennità. Permessi. Legge 104. Bonus. Contributi.

Tutte cose necessarie, urgenti e che vanno ampliate, rafforzate e rese accessibili a molte più persone.

Ma non bastano.

Perché c’è qualcosa che nessuna indennità può comprare e nessun bonus può restituire:

il tempo.

Provate a chiedere a una madre che da trent’anni non può lasciare solo suo figlio di cosa abbia bisogno.

Probabilmente, insieme a un sostegno economico adeguato, risponderà:

qualche ora.

Qualche ora nella quale non essere indispensabile.

Perché puoi anche darle cinquecento euro in più al mese, ed è giusto farlo, ma se non esiste un luogo vicino, accessibile e sicuro nel quale suo figlio possa essere accolto e accudito, il cuore del problema resta esattamente dov’era.

Puoi riconoscerla come caregiver, garantirle contributi, tutele previdenziali, permessi e diritti.

Devi farlo.

Ma poi devi anche consentirle di uscire da quella porta.

Per questo servono centri diurni.

Tanti, strutturati, accessibili, dignitosi, con personale preparato e soprattutto prossimi.

Non un’eccellenza meravigliosa a ottanta chilometri da casa, perché se per accompagnare una persona devi attraversare mezza provincia, il sollievo è già diventato un secondo lavoro.

Servono luoghi nei quali possano essere accolti bambini, ragazzi, adulti e anziani che non possono essere lasciati soli.

E uso volutamente una parola:

accuditi.

Non necessariamente curati.

Perché esistono condizioni che non possono essere curate. Possono essere trattate, seguite, riabilitate per quanto possibile, ma non guarite.

A volte non bisogna guarire qualcuno.

Bisogna prendersene cura.

Garantirgli sicurezza, dignità, relazioni, attività adeguate. Aiutarlo a mangiare, muoversi, lavarsi, comunicare. Permettergli di trascorrere qualche ora fuori casa e avere una vita che non coincida interamente con quella di sua madre o di suo padre.

Perché un buon centro diurno non serve soltanto al caregiver.

Serve anche alla persona fragile.

E contemporaneamente fa una cosa fondamentale:

libera per qualche ora la famiglia.

Una madre deve poter andare dal parrucchiere senza organizzare un vertice NATO.

Un padre deve poter fare una visita medica.

Due genitori devono poter andare a pranzo, lavorare, fare la spesa, occuparsi degli altri figli, dormire un pomeriggio.

Persino non fare niente.

Soprattutto non fare niente.

Senza sentirsi in colpa.

Perché abbiamo costruito una retorica terribile intorno ai caregiver. Li chiamiamo eroi, celebriamo la loro forza, la dedizione, il sacrificio.

Ma molto spesso “eroe” è semplicemente il nome elegante che diamo a qualcuno al quale non abbiamo lasciato alternative.

E invece le persone hanno un limite.

Anche le madri.

Anche i padri.

Anche quelli meravigliosi.

Anche quelli che amano i propri figli più della propria vita.

Anzi, soprattutto loro.

Perché spesso sono i più esposti, i più incapaci di concedersi un limite, i più pronti a trasformare la stanchezza in colpa, l’esasperazione in vergogna, il desiderio di scappare per qualche ora nella prova di essere un cattivo genitore.

Si chiedono continuamente se abbiano fatto abbastanza. Se avrebbero potuto fare di più. Se quella terapia andava tentata, quel medico consultato, quei soldi spesi.

Finiscono per sentirsi colpevoli persino della propria stanchezza.

Come se una madre che pensa «non ce la faccio più» stesse dicendo «non amo più mio figlio».

Non è la stessa cosa.

Si può amare qualcuno più della propria vita ed essere esausti di una vita nella quale non si può mai smettere di occuparsene.

Ed è prima di quel limite che una società civile dovrebbe intervenire.

Non per spiegarti quanto sei forte.

Non per chiamarti eroe.

Per permetterti di non doverlo essere sempre.

Poi c’è la paura.

Quella che arriva quando una madre ha sessant’anni e suo figlio quaranta. Quando un padre ne ha settanta e continua a organizzare, accompagnare, lavare, cucinare, controllare medicine e appuntamenti.

E un giorno fa un conto semplicissimo:

io morirò.

E lui resterà.

Parliamo moltissimo del “dopo di noi”, giustamente.

Ma forse abbiamo dimenticato il durante noi.

Quei venti, trenta, quarant’anni nei quali una famiglia deve reggere.

Ed è lì che dovrebbe esserci una rete seria. Prima che il caregiver crolli. Prima che una famiglia arrivi alla disperazione.

Centri diurni, trasporti, personale preparato, orari compatibili con una vita normale. Servizi anche per gli adulti, perché i bambini disabili crescono.

Diventano ragazzi, poi uomini e donne.

E i loro genitori nel frattempo diventano vecchi.

È anche una conseguenza straordinaria e complicatissima dei progressi della medicina.

Perché diciamoci un’altra cosa poco romantica: non è vero che una volta fosse tutto migliore.

Non c’erano necessariamente più assistenza, solidarietà e tutto il cucuzzaro che ci raccontiamo quando idealizziamo il passato.

C’era soprattutto una medicina peggiore.

E quindi, brutalmente, si moriva prima.

Oggi molte persone con patologie e disabilità gravissime vivono decenni più a lungo.

Ed è una conquista enorme.

Solo che abbiamo imparato ad allungare la vita molto più velocemente di quanto abbiamo imparato a organizzarla.

E dentro questa fragilità si infila persino il mercato della speranza.

Le cure miracolose. I sedicenti luminari. I centri costosissimi. Famiglie sfiancate che spendono patrimoni, fanno collette, prendono aerei e attraversano mezzo mondo perché qualcuno ha detto loro che forse esiste ancora una possibilità.

Non tutto ciò che è sperimentale è inutile e non tutto ciò che il Servizio sanitario non finanzia è inefficace.

Ma esistono anche i cialtroni.

E se il Servizio sanitario non paga una terapia, non significa necessariamente che lo Stato sia cinico o tirchio. Qualche volta significa semplicemente che quella terapia non ha dimostrato di funzionare.

Una testimonianza commovente non è uno studio clinico.

E ventimila euro non trasformano una promessa in una cura.

Proteggere le famiglie significa anche proteggerle da chi trasforma la disperazione in fatturato.

Forse allora dovremmo investire molte più energie in qualcosa di infinitamente meno affascinante di una cura miracolosa.

Un edificio.

Operatori preparati.

Un pulmino.

Una mensa.

Qualche stanza.

Un giardino.

Un centro vicino casa.

Una porta che si apre al mattino e dietro la quale qualcuno possa dire:

«Vai. Per qualche ora ci pensiamo noi.»

Non guarirà nessuno.

Non prometterà miracoli.

Ma forse impedirà a qualche famiglia di arrivare al punto in cui non vede più una via d’uscita.

Se vogliamo imparare qualcosa da Pietralata, io partirei da qui.

Più soldi, perché servono.

Più tutele, perché sono indispensabili.

Ma soprattutto più centri, più personale, più prossimità.

Più tempo.

Meno retorica sugli eroi e più possibilità di essere semplicemente esseri umani.

Perché qualche volta ciò che tiene in piedi una famiglia non è una cura.

Sono sei ore.

Sei banalissime, preziosissime ore nelle quali qualcuno si prende cura della persona che ami e permette a te di rifiatare.

Perché per riuscire ad accudire qualcuno per una vita intera, ogni tanto bisogna avere il diritto di smettere di farlo per qualche ora.

01/09/2026

BJGP

«La felicità si può trovare anche nei momenti più bui, se solo ci si ricorda di accendere la luce.»

Questa frase mi ha spinto a mettere in pausa, a metà film, «Harry Potter e il prigioniero di Azkaban» e a tentare, nel momento meno opportuno, di intavolare una conversazione: un gesto che la mia famiglia ha considerato un vero e proprio tradimento cinematografico. Come penitenza, ho ceduto il mio posto sul divano e mi sono diligentemente occupata di rifornire tutti di popcorn.

La gioia può essere trovata nei luoghi più inaspettati: magari persino in uno studio di medicina generale con risorse insufficienti all’interno del Sistema Sanitario Nazionale? Nel cuore e nell’animo di chi vi lavora, il senso attribuito al proprio lavoro può trasformarsi in gioia. L’Institute for Healthcare Improvement ha recentemente pubblicato il suo «Framework for Improving Joy in Work». A quanto pare, la gioia non è semplicemente l’assenza passiva di burnout, ma la presenza attiva di uno scopo, autonomia, sicurezza, senso di appartenenza, equità e spirito di squadra. Affinché un medico di medicina generale possa trovare un significato nel proprio ruolo professionale, il suo lavoro deve essere coerente con la propria bussola morale, disporre di risorse adeguate, offrire opportunità di stimolo intellettuale e consentire un riconoscimento reciproco nelle relazioni professionali con pazienti e colleghi.

Se accostare la parola «gioia» alla medicina generale del Sistema Sanitario Nazionale poteva sembrare una forzatura, vi chiedo di seguirmi ancora mentre consideriamo ora il contesto della malattia terminale. L’innegabile significato del lavoro svolto dai professionisti impegnati nelle cure palliative e nell’assistenza di fine vita è stato espresso con eloquenza e concisione dallo studioso e poeta del XIV secolo Francesco Petrarca: «una buona morte fa onore a tutta una vita».

Nel suo libro «Come What May», Lucy Easthope – professoressa di gestione delle catastrofi, dal nome quanto mai appropriato – parla di «hopium» come del lato oscuro della speranza, che emerge quando un ottimismo cieco finisce per sconfinare nella negazione della realtà. Con l’avvicinarsi della fine della vita, le prospettive possono cambiare e occorre riconoscere il conseguente mutamento delle priorità e delle preferenze. La motivazione a vivere bene può prendere il sopravvento sulla consapevolezza che la vita è limitata: «La vera speranza non nasce più dal pensiero di una lunga vita, ma dalla possibilità di una buona morte, dopo aver sistemato ciò che resta in sospeso».

Naturalmente, aiutare le persone a morire bene è uno degli obiettivi fondamentali delle cure palliative e dell’assistenza di fine vita, ma lo è altrettanto permettere loro di vivere bene fino alla morte. La presenza della gioia non richiede che tutto sia perfetto e la sua intensità può persino amplificarsi nei momenti di tragedia, in una contrapposizione crudele e al tempo stesso bellissima. Nelle rappresentazioni drammatiche in cui i personaggi si trovano di fronte alla cruda consapevolezza della propria morte imminente, spesso riflettono sul significato della loro vita, sulla loro raison d’être. Forse la natura o la sostanza di questo significato non sono necessariamente ciò che conta; ciò che conta di più è che un significato esista.

Considerata la pressione cui è sottoposto il Sistema Sanitario Nazionale, così come altri sistemi sanitari nel mondo, il distress morale è molto diffuso tra i professionisti dell’assistenza primaria: si verifica «quando si sa quale sarebbe la cosa giusta da fare, ma i vincoli istituzionali rendono quasi impossibile seguire quella linea d’azione». Per esempio, le evidenze e le politiche attuali suggeriscono che, in presenza di risorse limitate, dare priorità ad alcuni pazienti possa rappresentare una strategia praticabile per attuare determinati interventi. Tuttavia, resta da approfondire l’impatto meno visibile sui professionisti che sperimentano distress morale a causa di decisioni di questo tipo. Tra le soluzioni proposte vi sono sessioni o pratiche rivolte agli stessi professionisti per migliorarne il benessere e la resilienza; in realtà, però, sono le origini istituzionali e organizzative del loro distress morale a richiedere attenzione. L’antidoto utopistico al distress morale sarebbe disporre di risorse illimitate e di una domanda assistenziale sostenibile. Nella realtà, tuttavia, se i professionisti sanitari riescono a trovare un significato e a riconoscere i valori che continuano a essere tutelati anche nelle situazioni che generano distress morale, il peso emotivo può essere in parte controbilanciato.

La gioia sul luogo di lavoro può derivare anche da un forte senso di identità professionale. Il processo dinamico attraverso il quale si forma l’identità professionale deve essere considerato insieme alle norme e alle aspettative della società contemporanea. Così come un sistema sanitario si adatta per rispondere ai bisogni mutevoli della popolazione, anche i ruoli e le responsabilità dei singoli professionisti che vi lavorano devono evolvere. Tornando alla medicina generale del Sistema Sanitario Nazionale, i medici di medicina generale vengono raramente considerati «esperti», data l’ampiezza del loro ambito clinico. Eppure, la competenza specialistica del medico generalista consiste proprio nel gestire il pesante carico dell’incertezza, nel mantenere costantemente l’attenzione sui bisogni complessivi di ogni paziente, nell’offrire una cura fondata sulla relazione all’interno di un sistema frammentato e nel prendere decisioni che aiutino le persone a orientarsi in modo appropriato tra diversi contesti assistenziali e nei passaggi tra un servizio e l’altro.

I medici di medicina generale sono capaci di ricavare una narrazione individualizzata e coerente da un elenco di sintomi riferiti dal paziente, magari completamente scollegati tra loro. Possono fornire spiegazioni e formulare piani di gestione anche in un contesto dominato dall’incertezza. Ma forse la capacità più straordinaria è quella di costruire con i pazienti rapporti di fiducia e di sostegno senza necessariamente avere tutte le risposte.

Thomas e co. hanno recentemente sviluppato un modello che mette in evidenza quanto le relazioni profonde e basate sulla fiducia tra medico di medicina generale e paziente siano apprezzate tanto dai professionisti quanto dai pazienti stessi. Lavorare in questo modo può accrescere la gioia professionale e il senso attribuito al proprio lavoro, ma può naturalmente spingere al limite la capacità del singolo di conciliare le responsabilità professionali con il proprio benessere. È evidente che siano necessari finanziamenti adeguati affinché i medici di medicina generale abbiano la possibilità concreta di offrire questa fondamentale assistenza basata sulla relazione senza essere sopraffatti dal distress morale o dal burnout.

Personalmente, credo che tre sia il numero magico quando si parla degli elementi fondamentali che ogni professionista deve considerare per poter eccellere. Naturalmente, la competenza clinica rappresenta la base; non potrebbe essere altrimenti. La medicina è essenziale. Ma altrettanto importante è l’atteggiamento del professionista, soprattutto la consapevolezza del proprio ruolo e della possibilità di esercitare, attraverso il proprio atteggiamento, un vero effetto terapeutico. Infine, senza risorse adeguate, il professionista rimane paralizzato: tante parole, nessuna possibilità di agire.

Mio marito mi chiede spesso: «Non vorresti interessarti a qualcosa di un po’ più allegro, così da poterne parlare alle cene senza deprimere tutti?». La mia risposta è sempre stata «no»; forse anche perché, con due bambini piccoli, non siamo esattamente sommersi dagli inviti a cena. Ma soprattutto credo che la medicina consista nel far sentire meglio le persone, non necessariamente nel renderle migliori. Forse ho sviluppato questo interesse per via del mio carattere e delle mie esperienze di vita. Qualunque sia la ragione, è qualcosa a cui tengo davvero e in cui trovo realizzazione. Ed è proprio allora che ciascuno di noi riesce a dare il meglio nel proprio lavoro. Dove c’è significato, c’è gioia.

Emilie Couchman è Clinical Lecturer NIHR in medicina generale presso la Divisione di Primary Care, Cure Palliative e Medicina Preventiva dell’Università di Leeds, e lavora come medico di medicina generale nel Wiltshire

https://bjgplife.com/the-meaning-of-joy/?fbclid=IwdGRleAT_foZwZG9mBWZkaWQWUNY82sEDwSswTPHipCkBCPJX6EU_imV4dG4DYWVtAjExAHNydGMGYXBwX2lkCjY2Mjg1NjgzNzkAAR7vl0wQAuzKuz2gRsqeRe-H_iRu9dPeHlhQsJeJGBSPbD6dpk10Kt854cwStQ_aem_4TWgDOsCsvlvEkWY3xOmpg

26/07/2026

Psicoanalisiecinema45righeepiùperunfilm
Odissea di Christopher Nolan
Quando Ulisse mette piede a Itaca, il viaggio non è ancora finito. Finisce il mare. Comincia il ritorno. Ma tornare non significa ritrovare la casa. Significa scoprire se esiste ancora un uomo capace di abitarla.
Forse è questa la domanda che attraversa la nuova Odissea di Christopher Nolan. Non quella, più ovvia, dell'eroe che cerca la propria terra, ma quella di un uomo che, dopo avere attraversato la guerra, la morte, il desiderio e la perdita, non sa più se il luogo verso cui tende esista ancora dentro di lui. Itaca diventa così molto più di una destinazione. Diventa il nome di una possibilità interiore.
Nolan incontra Omero senza trasformarlo in un monumento. Lo sottrae alla retorica dell'epica e ne conserva il nucleo più umano. Il suo è un film grandioso, ma mai compiaciuto della propria grandezza. Gli spazi immensi, il mare, le tempeste e il silenzio che segue la violenza non cercano soltanto lo stupore visivo. Sembrano dare forma a un paesaggio interiore, nel quale ogni approdo coincide con una domanda rivolta a se stessi.
Anche il ritmo della regia colpisce. Nolan alterna la vertigine degli spazi aperti all'intimità dei primi piani. Dopo il fragore delle battaglie, la macchina da presa torna ostinatamente sui volti, quasi a ricordarci che ogni impresa epica lascia la sua traccia più profonda non nella storia, ma nel corpo di chi l'ha attraversata. È forse qui che il film raggiunge la sua intensità maggiore.
Anche gli interpreti sembrano muoversi nella stessa direzione. Matt Damon costruisce un Ulisse lontano da ogni retorica eroica. La sua forza è nello sguardo stanco, nella misura, nella capacità di suggerire che il peso più grande non è quello della guerra, ma quello del tempo. Anne Hathaway restituisce una Penelope intensa e trattenuta. La sua attesa non ha nulla di passivo: è una silenziosa custodia del legame, la capacità di continuare a pensare l'altro anche quando l'altro è lontano. Tom Holland dà infine a Telemaco la fragile inquietudine di ogni figlio chiamato a costruire interiormente l'immagine del padre prima ancora di poterlo incontrare.
C'è però una scelta narrativa che mi sembra ancora più significativa. Nolan non ci consegna mai un Ulisse definitivo. Lo conosciamo attraverso racconti, ricordi, giudizi e sguardi spesso contraddittori. Per qualcuno è un eroe, per altri un uomo arrogante, per altri ancora un sopravvissuto che porta con sé il peso delle proprie decisioni. Il protagonista sembra continuamente sfuggire a ogni definizione
Guardando il film, ho avuto spesso la sensazione che il vero protagonista non fosse Ulisse.
Il vero protagonista è il tempo.
Non il tempo dell'orologio, ma il delle esperienze. Il tempo che cambia il peso delle perdite, rende estranei luoghi un tempo familiari e trasforma il desiderio in nostalgia,oppure in possibilità di ricominciare.
Le guerre e le devastazioni che sempre più spesso attraversano il nostro tempo non distruggono soltanto città. Spezzano la continuità del mondo. In poche ore ciò che appariva stabile diventa irriconoscibile: le case, le strade, i paesaggi della memoria, ma anche le abitudini, i legami, il senso stesso dell'appartenere a un luogo. Chi sopravvive non perde soltanto ciò che possedeva. Perde il mondo nel quale aveva imparato a vivere.
Forse è questa una delle esperienze psichiche più radicali della contemporaneità. Dalle guerre alle migrazioni forzate, dalle alluvioni agli incendi, fino alle trasformazioni sempre più rapide delle nostre società, cresce la sensazione che il mondo possa venir meno da un momento all'altro. Non è soltanto la perdita di un oggetto o di una persona, ma la frattura di quella continuità dell'esistere di cui parlava Winnicott: il venir meno della fiducia che il mondo continuerà a essere un luogo abitabile.
Anche l'Odissea racconta, in fondo, questa esperienza. Il viaggio di Ulisse non è soltanto il ritorno verso Itaca. È il tentativo di ritrovare un mondo dopo che il proprio mondo è andato perduto. Forse è proprio questo che rende ancora oggi il poema di Omero così vicino a noi. In un tempo in cui tutto sembra poter essere travolto o dissolversi con estrema rapidità, il desiderio più profondo non è fermare il tempo, ma ritrovare un luogo – esterno e interiore – nel quale sia ancora possibile abitare la propria vita.
Per questo il mare di Nolan non è soltanto il mare. È il luogo nel quale ogni certezza viene messa alla prova. Ogni onda sembra cancellare qualcosa e restituire, nello stesso istante, una parte diversa di sé. Ogni approdo offre la tentazione di fermarsi. Ogni ripartenza domanda il coraggio di rinunciare.
Anche le figure del mito cambiano significato. Polifemo non è soltanto il mostro da sconfiggere, ma l'accecamento dell'onnipotenza. Le Sirene rappresentano il fascino di una soddisfazione assoluta che, proprio per questo, conduce alla morte del desiderio. Circe e Calipso incarnano due differenti illusioni: quella di una vita senza tempo e quella di un amore senza perdita.
Ogni volta che Ulisse riprende il mare lascia qualcosa sulla riva.
Non soltanto persone.
Lascia una versione di sé.
Ogni separazione è, prima di tutto, un lutto. Non necessariamente il più doloroso, ma certamente il più inevitabile. Forse è questa la verità più profonda che l'Odissea continua a consegnarci. Nessun viaggio conduce davvero verso un luogo senza chiedere, lungo il cammino, di lasciare qualcosa dietro di sé. Non soltanto persone amate, ma illusioni, promesse, fantasie di onnipotenza, immagini di sé. Crescere non significa accumulare esperienze. Significa accettare che alcune parti di noi debbano essere perdute perché altre possano nascere.
È per questo che il film di Nolan mi è apparso soprattutto come il grande poema della separazione. Ogni isola invita Ulisse a fermarsi. Ogni approdo promette riposo, appartenenza, perfino felicità. Ma ogni quiete rischia di trasformarsi in una rinuncia alla vita. Continuare il viaggio significa accettare che nessun luogo possa proteggerci definitivamente dal tempo.
Forse l'Odissea è il primo grande racconto del lavoro della separazione. Ogni approdo domanda a Ulisse di fermarsi. Ogni ripartenza gli impone un lutto. Lascia compagni, desideri, illusioni, perfino immagini di sé. Alla fine del viaggio non conquista semplicemente Itaca. Conquista la possibilità di vivere senza pretendere che il tempo gli restituisca ciò che ha perduto.
Nella stanza d'analisi questa scena si ripete continuamente. Il paziente arriva spesso chiedendo di ritrovare ciò che crede di avere smarrito: un amore, un corpo, un tempo della propria vita. Ma il lavoro analitico non riconsegna il passato. Rende possibile abitarne l'assenza. Non elimina la perdita. Le restituisce un posto nella storia di una persona.
Anche Ulisse, in fondo, non torna semplicemente perché desidera Itaca. Torna perché ogni essere umano ha bisogno che qualcuno possa riconoscere il cammino che ha attraversato. Nessuno diventa davvero se stesso nella completa solitudine. Abbiamo bisogno dello sguardo dell'altro perché la nostra esperienza acquisti consistenza e possa trasformarsi in memoria. Itaca è anche questo: il luogo nel quale il viaggio trova finalmente un testimone.
Da questa prospettiva anche Penelope cambia volto. Non custodisce soltanto il marito. Custodisce la possibilità che, dopo tutto ciò che è accaduto, esista ancora uno spazio nel quale qualcuno possa tornare a sentirsi a casa. La sua tela non difende semplicemente una fedeltà; protegge un tempo che non può essere forzato. In un'epoca dominata dall'urgenza e dall'immediatezza, Penelope ricorda che alcuni legami non sopravvivono nonostante la distanza, ma proprio grazie alla capacità di attraversarla.
Nolan compie poi una scelta che considero tra le più riuscite del film. Non trasforma mai Ulisse in un eroe senza ombre. Non lo assolve e non lo condanna. Lo osserva. Lo lascia abitare la propria ambiguità. È una scelta profondamente umana. La maturità non coincide con la purezza, ma con la capacità di sostenere le proprie contraddizioni senza rifugiarsi nell'idealizzazione o nel disprezzo.
Quando il film termina, non sono tanto le battaglie o la spettacolarità delle immagini a rimanere nella memoria. Restano i volti. Il volto consumato di Ulisse. Quello paziente di Penelope. Quello inquieto di Telemaco. Nolan sembra ricordarci che il tempo scrive innanzitutto sul corpo. Prima ancora che nei ricordi, è nello sguardo, nei gesti, nella postura che la vita lascia le sue tracce più profonde.
Forse continuiamo a tornare a Omero perché continua a parlare della nostra esistenza. Dell'illusione che da qualche parte esista ancora un luogo capace di restituirci ciò che abbiamo perduto. Ma la vita segue un'altra logica. Non restituisce il passato. Ci chiede di imparare ad abitarlo.
È qui che il viaggio di Ulisse incontra la psicoanalisi. Non perché entrambe raccontino un ritorno, ma perché entrambe sanno che nessun ritorno è possibile senza attraversare il lavoro della separazione. Ogni trasformazione autentica domanda il coraggio di lasciare morire una parte di sé affinché un'altra possa lentamente prendere forma. È forse il compito più difficile dell'esistenza, ma anche il più profondamente umano.
Forse è questo il dono più autentico che Christopher Nolan affida al suo Ulisse. Ricordarci che il viaggio non serve a ritrovare ciò che abbiamo lasciato, ma a diventare qualcuno capace di riconoscerlo senza pretendere che sia rimasto uguale.
Forse Itaca non è il luogo in cui il tempo si arresta. È il luogo nel quale il tempo, finalmente, smette di essere un nemico.
Ogni ritorno porta con sé una scoperta silenziosa: la casa è cambiata, le persone sono cambiate, noi siamo cambiati. E tuttavia, proprio in quella distanza tra ciò che ricordavamo e ciò che ritroviamo, può nascere una forma nuova di appartenenza.
L'Odissea di Nolan ci ricorda che non esistono approdi capaci di cancellare il dolore del viaggio. Esistono, però, luoghi nei quali quel dolore può finalmente trovare dimora. Forse è questo il significato più profondo del ritorno: non recuperare il passato, ma riconciliarsi con il tempo.
E quando Ulisse posa finalmente lo sguardo su Itaca, comprendiamo che il viaggio non lo ha riportato semplicemente a casa. Lo ha condotto, per la prima volta, dentro la propria vita.
Matteo De Simone psichiatria psicoanalista didatta Associazione Italiana di Psicoanalisi AIPsi/I.P.A docente Istituto di Formazione AIPsi docente ASNEA socio onorario ASSIA (associazione siciliana per lo studio dell'infanzia e dell'adolescenza)

30/04/2026

Affrontare una malattia oncologica è qualcosa che irrompe nella vita e ne cambia improvvisamente le coordinate.
Quando arriva la diagnosi, non è solo la paura. È come se il mondo, così come lo conoscevi, si fermasse o forse andasse avanti, ma senza di te.

Ti ritrovi dentro a un vortice di pensieri che non si fermano, domande che rimbalzano senza trovare risposta: e adesso? Cosa succederà? Riuscirò a farcela?

E insieme a queste domande, spesso, ce n’è un’altra che resta più silenziosa ma insistente: perché proprio a me?

Le giornate cambiano forma. Da una vita fatta di abitudini, progetti, piccoli riferimenti quotidiani, si passa a un tempo scandito da esami, visite, attese e terapie.

Il futuro, che prima aveva una direzione, diventa qualcosa di incerto. E questa incertezza non è solo un pensiero ma è qualcosa che si sente addosso, sulla pelle.

Poi arrivano le cure. E con loro non c’è solo la fatica fisica. C’è il corpo che cambia, a volte velocemente, a volte in modo difficile da accettare. C’è la stanchezza che non è quella di prima. Ci sono giorni in cui anche le cose più semplici diventano terribilmente faticose.

Guardarsi allo specchio può diventare molto complicato perché l’immagine che rimanda indietro non corrisponde più a come ci si sente dentro, spesso ci si sente pastrocchi, informi, deformi o invisibili.

E in tutto questo, succedono molti cambiamenti anche nelle relazioni. Alcune persone si avvicinano in modo nuovo, più autentico. Altre si allontanano, a volte senza sapere come restare.
E poi c’è quella forma di solitudine più difficile da spiegare, non quella di essere soli, ma quella di sentirsi, a tratti, irraggiungibili.

Perché quello che si sta vivendo non sempre si riesce a mettere in parole. E anche chi ama, anche chi prova a esserci, a volte non sa dove mettere le mani, cosa dire, come stare.

E dentro alle relazioni succede anche qualcosa di più sottile, e a volte molto più faticoso. Non vuoi essere guardato con compassione. Non vuoi sentirti addosso quello sguardo che ti trasforma in un povero disgraziato, in qualcuno da trattare con delicatezza continua, come se stessi per romperti da un momento all’altro.

Ma allo stesso tempo, non vuoi nemmeno essere messo su un piedistallo. L’eroe, il combattente, quello forte, quello che “ce la farà”, sono parole che a volte fanno arrabbiare da morire.

Perché non sei né una cosa né l’altra. Sei una persona a cui è capitato qualcosa. Qualcosa che non hai scelto, che non puoi controllare fino in fondo, che ti trovi ad attraversare perché è successo, perché in quel giro di dadi è uscito proprio quel numero.

E ci sono momenti in cui non ne puoi più nemmeno dei discorsi “giusti”. Quelli su quanto la vita sia bella, su quanto valga la pena viverla nonostante tutto. Perché in certi giorni non vedi niente di tutto questo. Vedi fatica, senti fatica.
E sentirti dire che dovresti vedere il bello, quando dentro senti tutt’altro, può far arrabbiare ancora di più.

E poi succede anche il contrario. Ci sono momenti in cui avresti bisogno di leggerezza, di normalità, di uno spazio in cui respirare senza che la malattia sia sempre al centro.
E invece basta uno sguardo, una pausa, un silenzio, un modo di fare (a volte anche involontario) per ricordarti continuamente la condizione in cui ti trovi.

E allora ti senti diverso. Separato.

A volte vorresti solo essere visto come sei sempre stato. Con la possibilità di essere preso in giro, di scherzare, di essere contraddetto, di poter sostenere qualcun altro, non solo essere sostenuto.
Altre volte, invece, senti che non sei più quello di prima. E quando gli altri cercano di riportarti lì, non sai nemmeno bene come spiegare che lì non ci tornerai. Non nello stesso modo. Forse sarai diverso. Forse, in qualche senso, anche più consapevole, più profondo. Ma non sarai mai più quello di prima.

E detta così sembra quasi una frase semplice. In realtà non lo è per niente. Perché non è solo perdere qualcosa. È non sapere più bene chi sei mentre stai cambiando.

Ci sono momenti in cui ti riconosci ancora. E altri in cui no. Momenti in cui ti sembra di essere sempre tu, e subito dopo ti senti spostato, come se fossi finito in una vita che non avevi scelto.
E stare lì, in mezzo, è faticoso. Tanto faticoso. Perché non sei più quello di prima, ma non sei nemmeno “qualcun altro”. Non c’è una forma nuova già pronta.

C’è un passaggio. E dentro quel passaggio spesso non ci sono appigli chiari. E allora non è solo la paura, è proprio questo scarto.
Come se la vita avesse cambiato direzione senza chiederti il permesso. E tu ti ritrovi a doverla seguire, anche quando non ne hai nessuna voglia.

C'è dolore, si, ma anche rabbia che non sempre ha un posto dove andare e l’invidia, anche se non è una parola che è piacevole nominare o quel senso di ingiustizia che a volte prende allo stomaco.

Più spesso è quel pensiero che ogni tanto arriva, anche se non lo dici ad alta voce: non doveva andare così, e quando arriva non resta solo un pensiero, cambia proprio il modo in cui stai dentro alle cose, come se mancasse un appiglio, come se tutto diventasse più instabile. Può sembrare un mare in tempesta, ma non è un’immagine poetica.

È un mare che stanca, che disorienta, che a volte ti fa perdere completamente il senso della direzione.

Ci sono giorni in cui non sei forte e non è nemmeno un problema di forza. È che sei stanco e basta. Ci sono giorni in cui la parola “combattere” non vuol dire niente. In cui si va avanti perché non c’è un’alternativa, non perché ci sia una spinta particolare.

Poi però succede anche altro, di solito niente di eclatante, non una rinascita, ma piccoli movimenti.

Uno tuo sguardo che cambia, senza che te ne accorga subito. Un modo diverso di stare nelle cose. Una presenza che non hai scelto, ma che a un certo punto c’è e volte senza nemmeno accorgertene, prende forma anche un modo di andare avanti che non ha niente di eroico.

È il continuare, anche senza voglia, anche senza energia. È il restare, quando scappare sarebbe più facile.

La malattia entra nella vita, sì, ma non la esaurisce. E anche quando sembra prendere tutto lo spazio, non dice tutto di te. Non sei solo quello che ti sta succedendo. Anche se a volte ti sembra di sì.

E dentro tutto questo c’è anche qualcosa che è difficile da mettere davvero in parole, perché non riguarda solo quello che stai vivendo, ma anche tutto quello che non sai, quello che non puoi sapere.

Non sapere come andrà, non sapere quanto durerà, non sapere cosa resterà di tutto questo, e accorgerti che questo non sapere non è qualcosa che puoi risolvere, non è un nodo da sciogliere, ma qualcosa che sei costretto ad attraversare.

A volte provi a tenerlo lontano, a non pensarci troppo, a stare nel presente come puoi. Altre volte invece arriva tutto insieme, senza filtri, e lo senti addosso, pieno, ingombrante. E nel frattempo continui.

Continui dentro giorni che non avevi immaginato, dentro emozioni che non sempre riesci a nominare, dentro una vita che cambia forma anche se non eri pronto, anche se non lo volevi.

E allora no, non sempre si “vince”, non sempre si trova un significato che tenga insieme tutto quello che sta succedendo. Ma si resta. Si resta in modi piccoli, poco visibili, per niente eroici, che da fuori magari nemmeno si vedono, ma che da dentro richiedono tutto.

E a volte, quando succede, senza nemmeno sapere bene come, ci si lascia anche raggiungere. Non da chi ha le parole giuste, non da chi prova a sistemare o a spiegare, ma da chi riesce a stare, semplicemente, senza scappare.

Perché in certi passaggi della vita non serve essere capiti alla perfezione, non serve trovare subito un senso, non serve nemmeno essere forti nel modo in cui siamo abituati a pensarlo.
Serve, prima di tutto, non restare soli dentro a quello che si attraversa.

E allora, se siete lì, che sia da pazienti o accanto a qualcuno che sta vivendo tutto questo, forse non è questione di trovare il modo giusto di stare, ma di concedersi di esserci per come si riesce.
A volte basta questo. Esserci, anche in silenzio, anche senza sapere bene come.

Vi abbraccio. VS ❤

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