06/05/2026
"C’era un uomo seduto a gambe incrociate in uno degli angoli remoti del prato, con la sua bicicletta accanto. Aveva gli occhi chiusi e le sue labbra si muovevano.
Era da più di mezz’ora in quella posizione, completamente perduto al mondo, ai passanti e allo stridio dei pappagalli. Il suo corpo era immobile.
Nelle sue mani c’era un rosario coperto da un panno. A parte le labbra, il solo movimento che si potesse scorgere era quello delle dita.
Veniva ogni giorno verso sera, certamente dopo la sua giornata di lavoro. Piuttosto povero, abbastanza ben nutrito, se ne andava in quell’angolo e si perdeva.
A chi lo interrogava rispondeva che stava meditando, ripetendo una preghiera o un mantra – e ciò gli stava abbastanza bene. Vi trovava conforto dalla quotidiana monotonia della vita.
Era solo sul prato.
Alle sue spalle c’era un gelsomino in fiore; molti fiori spuntavano qua e là e la bellezza del momento lo circondava.
Ma quella bellezza gli sfuggiva perché era perduto in una bellezza di sua fattura."
(La sola rivoluzione, Jiddu Krishnamurti)
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Quello che pensi sia meditazione, non è meditazione.
E se vuoi meditare, non stai meditando.
E se non sei presente, non stai meditando.
Ma allora cosa faccio? Dove mi metto? Nelle fughe delle piastrelle?
Ha senso semplicemente chiudere gli occhi e stare lì.
Chiudere gli occhi e fare "pratica" di meditazione non è uno stato meditativo, ma è l'equivalente di mettere i piatti sporchi in lavastoviglie e farla partire.
I pensieri escono lucidi e brillanti, e mangiarci dentro è un piacere.
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