24/04/2026
Le tragedie di Catanzaro e di Salerno, così diverse tra loro, interrogano la stessa dimensione: quella del dolore psichico che non trova spazio, parola, né riconoscimento.
In entrambi i casi, come in molti altri che non arrivano all’attenzione pubblica, si tende a cercare una spiegazione immediata: il raptus, la fragilità individuale, l’evento scatenante.
Ma la clinica ci insegna che raramente la sofferenza nasce in un istante.
Il disagio si struttura nel tempo, spesso in modo silenzioso.
Si alimenta di isolamento, di progressiva riduzione delle relazioni significative, di difficoltà nel chiedere aiuto o nell’essere intercettati dall’esterno.
Non si tratta di semplificare con categorie diagnostiche, ma di riconoscere un dato ricorrente: la solitudine psichica è un fattore centrale.
Una solitudine che può coesistere anche in presenza di legami formali, ma che si definisce come mancanza di sguardo e di ascolto realmente sintonizzato.
In alcuni casi possono intervenire condizioni cliniche specifiche, come la depressione perinatale o altri quadri affettivi, che si intrecciano con fattori di vulnerabilità preesistenti.
Ma il punto non è cercare una singola causa. Il punto è comprendere il processo.
Quando il dolore non viene mentalizzato, condiviso o contenuto, tende a stratificarsi fino a diventare difficilmente elaborabile.
Ed è in questa zona di progressivo restringimento psichico che alcune crisi possono assumere esiti estremi.
Questi eventi non riguardano solo le singole persone coinvolte, ma interrogano anche il contesto: la capacità delle reti familiari, sociali e sanitarie di riconoscere segnali spesso sfumati, non sempre immediatamente leggibili.
Non si tratta di attribuire responsabilità semplicistiche, ma di riflettere su una questione più ampia: la tenuta dei legami e dei sistemi di ascolto nella nostra contemporaneità.
La sofferenza mentale, quando resta senza parola, tende a diventare sempre più isolata.
E ciò che è isolato diventa anche meno visibile.