Erboristeria Reformhaus L'Erica

Erboristeria Reformhaus L'Erica L'Erica Erboristeria-Reformhaus nasce nel 1980 a Mezzolombardo (TN) come punto di riferimento per la

22/07/2026

📍Da noi ai bambini si insegna una regola che non si discute: mai entrare in casa di uno sconosciuto. In Giappone insegnano l'esatto contrario: se hai paura, scegli una porta ed entra.

Non una porta qualsiasi. Una porta con un adesivo.

L'adesivo dice kodomo 110 ban no ie (こども110番の家): "la casa del 110 dei bambini". Il 110, in Giappone, è il numero di emergenza della polizia. E la casa è una casa vera. Una villetta qualunque, la farmacia all'angolo, l'ufficio postale, il negozio sotto casa. Persone comuni che hanno accettato una cosa semplice ed enorme insieme: se un bambino arriva qui spaventato, perché qualcuno lo segue, perché si è perso, perché qualcosa lo ha fatto correre… questa porta si apre.

Chi apre non deve fare l'eroe. Deve fare tre cose: far entrare il bambino, chiamare il 110, avvisare la scuola e la famiglia. Non servono corsi, non serve una divisa. Serve esserci.

Il programma è nato nel 1996 a Kani, una cittadina della prefettura di Gifu. E non l'ha inventato un ministero: l'hanno inventato i genitori di una scuola elementare, insieme alla polizia locale. Due anni prima, poco lontano, una bambina di sette anni era stata uccisa mentre tornava da scuola. Davanti a un dolore del genere, quei genitori non hanno risposto chiudendo i figli in casa. Hanno risposto aprendo le porte di tutti gli altri.

L'idea si è sparsa nel Paese intero. Oggi le case e i negozi con quell'adesivo sono più di 1,3 milioni. Esistono i taxi del 110 dei bambini, le stazioni del 110 dei bambini. E alle famiglie si insegna un'abitudine precisa: percorrere a piedi il tragitto casa-scuola insieme ai figli, contando le porte. Questa puoi bussarla. Questa ti apre. In molte scuole si fanno perfino le prove, come da noi le prove d'incendio: i bambini imparano a correre verso l'adesivo.

Fin qui sembra una storia sulla sicurezza dei bambini. Ma quell'adesivo, in verità, viene letto due volte.

La prima volta lo legge il bambino, e dice: qui posso entrare.

La seconda volta lo legge chi quel bambino lo lascia andare ogni mattina. E per chi resta sulla soglia a guardare, dice una cosa che non si sente dire quasi mai: non tocca solo a te.

Perché c'è un pensiero che conosce chiunque abbia qualcuno da proteggere. Un figlio, un nipote, una madre che invecchia, una persona fragile che la vita ti ha messo accanto. Il pensiero è: se succede qualcosa, dipende da me. Devo prevedere tutto, controllare tutto, esserci sempre. E allora una parte della mente resta di guardia giorno e notte: il telefono che non si spegne mai, gli orari calcolati al minuto, lo "scrivimi quando arrivi"… Da fuori la chiamano ansia. Ma vista da dentro è un'altra cosa: è un turno di guardia che non finisce mai, montato in perfetta solitudine.

Perché da noi la protezione è un compito privato. Ognuno veglia sui suoi. E chiedere una mano sembra quasi una confessione: come se il tuo amore, da solo, non bastasse. Così chi protegge impara a non chiedere. Stringe i denti e allarga le braccia, per coprire tutto quello che può.

Il Giappone, con un semplice adesivo, dice il contrario. Dice che proteggere non è mai stato un lavoro per una persona sola. Che per tenere al sicuro un bambino non servono occhi dappertutto: bastano tante porte disposte ad aprirsi. Che il modo più antico di proteggere chi si ama non è stringerlo più forte… è vivere in mezzo a persone che, se lo vedono in difficoltà, lo fanno entrare.

Il sollievo non sta nel credere che il pericolo non esista. Esiste, in Giappone come qui: quell'adesivo è nato proprio da un giorno in cui nessuna porta si è aperta. Il sollievo è un altro. È scoprire che la veglia non era tutta tua. Non lo è mai stata: te l'hanno solo fatto credere.

Chi ama non è uno scudo: è una persona. E anche chi protegge ha diritto a una rete.

C'è un dettaglio piccolo che mi tradisce. Quando una persona a cui voglio bene è in viaggio, il telefono resta sul tavolo con lo schermo verso l'alto, e ogni tanto lo sfioro, come se il messaggio arrivasse prima quando sto di guardia io… "Sono a casa". Solo dopo respiro davvero. Mi piacerebbe dire che ho imparato a dividere la veglia con qualcuno: certe volte ci riesco. Altre volte resto lì di turno, anche se nessuno me l'ha chiesto.

Ho scritto un libro con 19 idee giapponesi come questa, diverse da quelle che racconto nei post: 19 modi per accorgersi che i pesi che porti non erano nati per stare su spalle sole.

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Non è un manuale. È un invito a posare, ogni tanto, il turno di guardia.

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23/06/2026

📍Tornò a casa dopo 11 anni, e non riusciva più a parlare la lingua di casa sua.

Si chiamava Tsuda Umeko. Era nata nel 1864, e nel 1871, quando aveva sei anni, suo padre la propose tra le bambine da mandare negli Stati Uniti con la Missione Iwakura: le prime studentesse giapponesi spedite a studiare all'estero. Era la più piccola del gruppo. Salì su una nave verso un mondo di cui non capiva ancora il senso, troppo bambina per chiamare quella partenza con il suo nome.

Crebbe a Washington, accolta da una famiglia americana. Imparò l'inglese, andò a scuola, prese il ritmo e il modo di quel Paese. E quando nel 1882 tornò in Giappone, era successa una cosa che non aveva previsto nessuno: il giapponese le era quasi scivolato via. Undici anni in America, e la lingua della sua terra era diventata quasi una lingua straniera. Era tornata a casa, ma la casa non la riconosceva più come sua.

Ad aspettarla c'era il posto che a quei tempi si riservava alle donne: un matrimonio combinato, una vita in disparte, il silenzio. Le stava addosso come un vestito cucito per qualcun altro. Non apparteneva all'America, che non era mai stata davvero sua. Non apparteneva più del tutto al Giappone, che le era diventato estraneo. Per anni visse esattamente in quella terra di mezzo: troppo occidentale per il Giappone, troppo giapponese per l'America, a casa solo a metà ovunque andasse.

Quella sensazione la conoscono in molti. Non serve attraversare un oceano per provarla.

La si prova quando si è cresciuti in bilico tra due culture, due famiglie, due modi di stare al mondo. La si prova quando si cambia posto, lavoro, vita, e si scopre di non appartenere del tutto né a ciò che si è lasciato né a ciò che si è trovato. La si prova, più semplicemente, quando si entra in una stanza e ci si sente sempre un po' di troppo, mai esattamente "dei loro", mai del tutto a proprio agio. Come se gli altri avessero ricevuto un manuale di istruzioni che a te non è mai arrivato.

Tsuda Umeko avrebbe potuto passare la vita a piangere quel non-appartenersi. Fece qualcosa di diverso: lo usò.

Perché aveva un piede in due mondi, vedeva cose che chi stava dentro un solo mondo non riusciva a vedere. Vedeva che le ragazze giapponesi non avevano una porta verso lo studio, verso una formazione alta, verso la possibilità di diventare qualcosa al di là di ciò che era già stato deciso per loro. E quella mancanza, lei, la sentiva sulla propria pelle in modo doppio: straniera nel proprio Paese, invisibile come donna.

Così nel 1900 aprì una scuola per donne, la Joshi Eigaku Juku. Costruì per le ragazze che venivano dopo di lei la casa che a lei stessa era mancata: un posto dove appartenere, dove imparare, dove diventare se stesse senza chiedere permesso. Quella scuola esiste ancora oggi, ed è diventata la Tsuda University.

Morì nel 1929, a 64 anni, dopo aver dedicato quasi trent'anni a costruire porte per chi, come lei, si era trovata senza.

Non lasciò che la sua estraneità restasse soltanto una ferita… La trasformò in un progetto.

Questa cosa mi colpisce ogni volta che ci ritorno... perché è l'opposto di quello che fa quasi chiunque. Quasi tutti noi, quando ci sentiamo fuori posto, cerchiamo di correggere qualcosa in noi stessi. Cerchiamo di adattarci meglio, di capire cosa manca, di diventare più simili a chi sembra stare dentro le stanze con più naturalezza. Come se il problema fosse in noi e la soluzione fosse levigare gli spigoli fino a sparire nell'insieme.

Tsuda Umeko non si levigò. Non cercò di scegliere un mondo su cui stare. Restò esattamente in mezzo, con tutta la difficoltà che portava quel mezzo, e da lì vide qualcosa di utile.

Non è che il suo stare-in-mezzo smise di fare male… Non ci sono prove che smise. È che decise di non aspettare di sentirsi finalmente arrivata per fare qualcosa: prese proprio quel suo non avere un posto sicuro e ne fece il mattone con cui costruire il posto delle altre.

C'è un permesso nascosto in questa storia.

Il permesso che lo stare-in-mezzo non sia un errore di percorso. Che il sentirsi sempre un po' fuori posto, in una stanza o in un mondo, non sia una prova che ci sia qualcosa di sbagliato… Che chi sta sulla soglia conosce il valore di una porta meglio di chi è sempre stato dentro al caldo.

Io quel sentirmi fuori posto l'ho conosciuto. In certi ambienti, in certi momenti, quella sensazione di non essere mai del tutto "dei loro"... e per anni l'ho vissuta come un difetto, qualcosa da correggere o nascondere. Non ci sono ancora riuscita, ad abitarla con leggerezza. Certe volte ancora mi accorgo di regolare il tono, di smussare le cose che dico, di cercare di sembrare più "dentro" di quanto mi senta davvero. Ma la storia di Tsuda Umeko ha cambiato qualcosa in come la guardo: forse quello stare-in-mezzo non è solo un peso che si porta. A volte è anche il punto da cui si vede meglio.

Le 19 storie del mio libro le ho accordate una per una: storie e idee giapponesi diverse da quelle dei post, mai raccontate prima, per chi ha imparato a conoscere la sensazione di appartenere a metà e vorrebbe smettere di chiamarla solo difetto.

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16/06/2026

📍Da noi, prima di scrivere, si afferra la penna e via. In Giappone, chi pratica la calligrafia, prima di tracciare un solo segno, passa diversi minuti a fare una cosa che a noi parrebbe tempo perso: macinare, piano piano, un bastoncino di inchiostro contro una pietra.

L'arte si chiama shodo, "la via della scrittura". L'inchiostro non esce da una boccetta: è un bastoncino solido, il sumi, che si scioglie strofinandolo con poca acqua su una pietra apposita, la suzuri. Movimenti circolari, lenti, regolari. Per cinque, dieci minuti. Finché l'acqua diventa inchiostro della densità giusta. Solo allora si intinge il pennello.

Il bastoncino stesso è fatto di fuliggine e colla, profuma di pino e di resina, e a volte è decorato come un piccolo gioiello. La pietra ha una conca dove l'acqua si raccoglie e una zona piana dove si macina. Tutto, in questo gesto, chiede lentezza: la mano, il polso, il respiro. Non si può macinare in fretta senza guastare l'inchiostro, e questo, da solo, è già una lezione.

Per secoli i maestri hanno insegnato che quei minuti non sono un preliminare noioso da sbrigare in fretta. Sono parte dell'arte, forse la sua parte più importante. Mentre macini l'inchiostro, il respiro rallenta, i pensieri si depositano, la fretta del mondo resta fuori dalla porta. Non stai soltanto preparando l'inchiostro. Stai preparando te stesso. Arrivi al primo segno già calmo, già presente, già tutto lì. E un tratto fatto da una mano quieta è diverso da un tratto fatto da una mano agitata: si vede a occhio n**o.

Noi abbiamo abolito la macinatura, da quasi ogni cosa. Vogliamo l'inchiostro già pronto, il segno subito, il risultato adesso. Ci sediamo a un compito importante con la testa ancora piena del traffico, della discussione di poco prima, delle 40 notifiche arrivate intanto. Cominciamo a freddo, di corsa, e poi ci stupiamo se ciò che ne esce è nervoso, sbavato, senza centro. Abbiamo eliminato il momento che serviva a centrarci, perché ci pareva che non producesse niente.

La saggezza del sumi è semplice: la qualità di ciò che facciamo dipende dallo stato in cui lo cominciamo. Non puoi tracciare un segno limpido con una mente torbida, esattamente come non puoi scrivere con acqua sporca. I minuti "improduttivi" della macinatura sono in verità i più produttivi di tutti, perché sono quelli che rendono possibile il resto. È la regola più antica di ogni mestiere: il modo in cui cominci una cosa decide, in buona parte, come la finisci.

Lo stesso vale per ogni cosa che ci sta a cuore. La conversazione difficile affrontata di slancio, ancora pieni di rabbia. La pagina, il progetto, la riunione iniziati senza un attimo di raccoglimento. La porta di casa varcata la sera con addosso ancora tutto l'ufficio. Forse non ci manca il talento, e nemmeno il tempo. Ci manca la macinatura: quei pochi minuti in cui non produci nulla di visibile, e intanto diventi la persona giusta per fare bene la cosa che stai per fare.

C'è anche un valore nel gesto in sé. Macinare l'inchiostro è un confine: separa il "prima", confuso e di corsa, dal "durante", attento e raccolto. Un piccolo rito che dice al corpo e alla mente: adesso si cambia stanza, adesso si fa questa cosa e nient'altro. Senza quel confine, le giornate diventano un'unica corsa indistinta in cui non comincia mai davvero niente, e non finisce mai davvero niente. I monaci lo sanno da sempre: prima di pregare, prima di mangiare, c'è un gesto che apre. È quel gesto a trasformare un'azione qualunque in una cosa fatta sul serio.

Prima di una cosa che conta, ormai cerco di concedermi la mia macinatura. Non mi servono una pietra e un pennello: bastano due minuti di respiro, una tazza di tè bevuta senza fare altro, il telefono lasciato nella stanza accanto. Pochi minuti in cui, all'apparenza, non combino nulla. In realtà sto sciogliendo il mio inchiostro, perché il primo segno della giornata, qualunque esso sia, esca da una mano ferma. Mi dà una presenza che la fretta non mi ha mai regalato.

Ho macinato a lungo, nel mio libro, 19 idee giapponesi, diverse da quelle dei miei post e mai raccontate prima: 19 piccoli riti per cominciare le cose che contano con la mano ferma e la mente sciolta.

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16/06/2026
16/06/2026

La partita era finita.

Un intenso 2-2 tra Giappone e Paesi Bassi aveva regalato emozioni, applausi e migliaia di tifosi in festa al Dallas Stadium.

Quando l’arbitro ha fischiato la fine, la maggior parte del pubblico ha iniziato a lasciare gli spalti.

I tifosi giapponesi, invece, sono rimasti.

Uno dopo l’altro hanno preso dei sacchetti e hanno iniziato a raccogliere bottiglie, bicchieri, cartacce e ogni rifiuto trovato tra i sedili e nei corridoi.

Nessuno glielo aveva chiesto.

Non c’era una telecamera che li stesse aspettando.

Non c’era una ricompensa.

Solo la convinzione che un luogo utilizzato da migliaia di persone debba essere lasciato nelle stesse condizioni in cui è stato trovato.

Molti hanno utilizzato gli stessi sacchetti blu che poco prima agitavano per sostenere la propria squadra.

Una scena semplice, ma capace di raccontare molto più di una partita di calcio.

Dietro quel gesto c’è una cultura che insegna il rispetto fin dall’infanzia. In Giappone, infatti, i bambini imparano a pulire le proprie aule e gli spazi comuni della scuola. Non perché manchi qualcuno che possa farlo, ma perché prendersi cura di ciò che appartiene a tutti è considerato parte dell’educazione.

Per questo, ovunque vadano nel mondo, molti tifosi giapponesi portano con sé la stessa abitudine.

Che la loro squadra vinca, perda o pareggi, il comportamento non cambia.

Prima di andare via, raccolgono ciò che altri hanno lasciato.

Anche i giocatori della nazionale sono conosciuti per questo spirito. In più occasioni hanno lasciato gli spogliatoi perfettamente ordinati, accompagnando il gesto con messaggi di ringraziamento e piccole gru di carta realizzate con l’origami.

A Dallas, la scena ha colpito così tanto da coinvolgere anche il giocatore di football americano Jameis Winston, che si è unito ai tifosi aiutandoli a pulire gli spalti.

In un’epoca in cui si parla spesso di diritti, quel gesto ha ricordato qualcosa di altrettanto importante: i doveri.

Perché la civiltà non si misura nei grandi discorsi.

Si riconosce nei comportamenti che nessuno è obbligato a fare.

Raccogliere un rifiuto lasciato da altri non cambia il mondo.

Ma racconta il rispetto che si ha per gli altri, per i luoghi condivisi e per la comunità.

E forse è proprio per questo che, ancora una volta, quei tifosi hanno lasciato il segno ben oltre il risultato della partita.

Piccole Storie

20/12/2025
03/09/2025

È salpata la Global Sumud Flotilla: la più grande missione civile mai tentata per rompere l’assedio di Gaza.
Una flotta di 50 imbarcazioni, con a bordo 500 persone provenienti da 44 Paesi diversi. Non ci sono governi né partiti politici dietro questa iniziativa: a muovere la flotilla è una coalizione di reti civili nate negli anni per supportare concretamente la popolazione palestinese.
Tra queste, il Global Movement to Gaza, la Freedom Flotilla Coalition, la Maghreb Sumud Flotilla e Sumud Nusantara.
Una missione umanitaria e politica
Gli obiettivi dichiarati sono due: portare aiuti umanitari e denunciare il silenzio della comunità internazionale di fronte al genocidio palestinese. A bordo delle navi viaggiano tonnellate di beni essenziali — cibo, acqua potabile, medicinali — raccolti grazie a mobilitazioni popolari. Solo in Italia, tra Genova e la Sicilia, sono state raccolte oltre 250 tonnellate di aiuti.
Ma la missione non si limita alla consegna di aiuti. Vuole anche aprire un corridoio umanitario via mare, facendo pressione affinché si ponga fine all’assedio israeliano e alle violenze.
Figure e simboli a bordo
Tra i partecipanti ci sono attivisti, medici, religiosi, portuali, giornalisti indipendenti, ma anche figure pubbliche come l’attore Liam Cunningham, l’ex sindaca di Barcellona Ada Colau e l’attivista per il clima Greta Thunberg, che ha dichiarato: “La questione riguarda come un intero popolo viene privato dei mezzi di sussistenza più elementari e come il mondo possa restare in silenzio”.
Le tappe del viaggio
Inizio settembre 2025: prime partenze da Barcellona e Genova
4 settembre 2025: completamento della flotta con nuove delegazioni da Sicilia, Grecia e Tunisia
Metà settembre 2025: arrivo previsto a Gaza, con tutte le imbarcazioni riunite in acque internazionali
Ogni porto toccato è stato teatro di mobilitazioni: 40.000 persone a Genova e 5.000 a Barcellona hanno salutato la flotilla prima della partenza.
I rischi e le possibili conseguenze
Israele considera illegale ogni tentativo di violare il blocco navale e ha già annunciato che non permetterà alla missione di arrivare a Gaza. Quest’estate due imbarcazioni — la Madleen e la Handala — sono state intercettate e dirottate, e una nave di supporto è stata persino colpita da droni al largo di Malta.
Gli equipaggi sono stati formati alla nonviolenza e hanno dichiarato che, se fermati, risponderanno pacificamente. Proprio in quei momenti, sostengono gli organizzatori, l’attenzione dei media e dell’opinione pubblica internazionale sarà fondamentale per evitare nuove tragedie.
✊ In arabo Sumud significa “resilienza”. È lo spirito che anima questa missione: un gesto collettivo di resistenza civile globale, nato dal basso, che vuole rompere il silenzio e portare speranza a Gaza.
👉 Puoi seguire in tempo reale gli aggiornamenti su globalsumudflotilla.org e sui canali social ufficiali della missione.

Indirizzo

Mezzolombardo

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Sabato 08:00 - 12:00
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