01/10/2026
Due persone fanno degli esami. Entrambe hanno una glicemia a digiuno di 90 mg/dL. Se consideriamo soltanto la glicemia, il quadro sembra normale. La prima, però, ha un’insulina a digiuno di 4 μU/mL, mentre la seconda di 18 μU/mL. L’organismo della seconda persona ha bisogno di quasi cinque volte più insulina per mantenere la glicemia allo stesso livello.
Cosa significa questa differenza
L’insulina è l’ormone che permette al glucosio di entrare nelle cellule.
Nella prima persona, le cellule rispondono normalmente, quindi è sufficiente una piccola quantità di insulina per mantenere la glicemia a 90 mg/dL.
Nella seconda, le cellule hanno smesso di rispondere adeguatamente perché non riescono a metabolizzare tutto il glucosio che ricevono. Per mantenere la stessa glicemia, il pancreas produce una quantità di insulina molto maggiore.
In presenza di una glicemia normale, l’insulina a digiuno ideale è compresa tra 3 e 6 μU/mL. Un valore superiore a 10 μU/mL indica una possibile insulino-resistenza, anche quando la glicemia è normale [1]. Questa condizione può persistere per anni senza sintomi. Per questo misurare soltanto la glicemia non è sufficiente.
Il corpo controlla in modo molto preciso i livelli di glucosio nel sangue. Normalmente, in ogni momento, nel nostro sangue circola circa un cucchiaino di glucosio (4 g). Se questa quantità arriva a un cucchiaino e mezzo (6 g), si entra nell’ambito del diabete. A titolo indicativo, nelle donne sotto i 55 anni, un aumento delle LDL è associato a un incremento del rischio cardiovascolare del 38%, l’insulino-resistenza del 540% e il diabete del 970% [2].
Un dolce, un gelato o una porzione di galaktoboureko contengono circa 40-60 g di zuccheri e carboidrati. In queste forme vengono assorbiti molto rapidamente nel sangue e provocano un forte aumento dell’insulina, necessario affinché l’organismo possa gestire il glucosio in eccesso.
Quantità simili di zuccheri e carboidrati possono provenire da alimenti come pane bianco, fette biscottate con marmellata, cereali da colazione, biscotti, succhi di frutta e bibite.
In una persona sana, senza insulino-resistenza, glucosio e insulina tornano a livelli normali entro poche ore dal pasto. In una persona insulino-resistente, invece, l’insulina rimane elevata per molte più ore e non riesce a tornare ai valori di partenza prima del pasto successivo. Può così rimanere costantemente elevata, oltre 10 μU/mL, giorno e notte, finché persiste l’insulino-resistenza [1,3].
Perché riguarda tutto l’organismo
Oltre a permettere l’ingresso del glucosio nelle cellule, l’insulina controlla la proliferazione cellulare, l’intensità dell’infiammazione, la funzione del sistema immunitario, l’accumulo di grasso e il funzionamento della tiroide e del sistema nervoso. Quando rimane per anni al di sopra dei livelli ideali, può influenzare contemporaneamente diversi sistemi.
Cuore e vasi sanguigni. Livelli elevati di insulina aumentano la pressione arteriosa e i trigliceridi, riducono il colesterolo HDL e danneggiano la parete interna dei vasi [4]. In questo modo favoriscono l’aterosclerosi, cioè il restringimento delle arterie che può portare a infarto e ictus. L’insulino-resistenza rappresenta il principale fattore di rischio per un evento cardiovascolare dopo il diabete [2].
Cancro. L’insulina è un fattore di crescita: stimola le cellule a proliferare. Livelli cronicamente elevati sono associati a un maggiore rischio di diversi tumori, tra cui quelli del colon-retto, della mammella dopo la menopausa, dell’endometrio e del pancreas [5]. In uno studio condotto su quasi 10.000 adulti senza diabete, chi presentava un’insulina a digiuno pari o superiore a 10 μU/mL aveva una mortalità per cancro doppia, anche in assenza di obesità [1].
Come influenza lo sviluppo di una malattia autoimmune
Livelli di insulina che rimangono superiori a quelli ideali aumentano l’infiammazione e alterano la regolazione del sistema immunitario. Le cellule regolatorie del sistema immunitario, che gli impediscono di attaccare l’organismo stesso, sono particolarmente sensibili allo stato metabolico. Quando il sovraccarico diventa permanente, la loro funzione viene compromessa e il sistema immunitario perde la tolleranza verso i propri tessuti [6-8].
Diabete. A un certo punto il pancreas si affatica. Non riesce più a produrre una quantità sufficiente di insulina e la glicemia comincia ad aumentare. L’insulino-resistenza precede di molti anni lo sviluppo del diabete di tipo 2 [9].
L’insulino-resistenza può quindi passare inosservata per molti anni prima di evolvere in diabete, rendendola oggi uno dei principali fattori associati allo sviluppo di malattie [9,10].
Cosa possiamo fare
Misurare l’insulina, e non soltanto la glicemia, permette di individuare precocemente l’insulino-resistenza, molto prima della comparsa di una malattia.
Analisi metabolomiche ancora più sensibili possono individuare l’insulino-resistenza e alcuni fattori a essa associati, come carenze di micronutrienti, aumento della permeabilità intestinale, capacità antiossidante dell’organismo, disfunzione mitocondriale e capacità di gestire l’infiammazione [11].
L’insulino-resistenza è legata all’alimentazione, allo stile di vita e a carenze che ostacolano il metabolismo del glucosio. Alimenti ad alta densità nutrizionale, eliminazione dei cibi processati, riduzione dei carboidrati, attività fisica all’aperto, correzione delle carenze, un’adeguata assunzione di acqua e un buon sonno possono contribuire a correggere l’insulino-resistenza e a migliorare la nostra salute.
FONTI:
[1] Tsujimoto T, et al. Int J Cancer. 2017;141(1):102-111. [2] Dugani SB, et al. JAMA Cardiol. 2021;6(4):437-447. [3] Polonsky KS, et al. J Clin Invest. 1988;81(2):442-448. [4] Reaven GM. Diabetes. 1988;37(12):1595-1607. [5] Zhang AMY, et al. Diabetes Metab J. 2021;45(3):285-311. [6] De Rosa V, et al. Nat Immunol. 2017;18(11):1190-1196. [7] Han JM, et al. J Immunol. 2014;192(2):623-629. [8] Sarandi E, Tsoukalas D, et al. Sci Rep. 2025;15:12410. [9] Tabák AG, et al. Lancet. 2009;373(9682):2215-2221. [10] Rao Kondapally Seshasai S, et al. N Engl J Med. 2011;364(9):829-841. [11] Tsoukalas D, et al. BMJ Nutr Prev Health. 2024;7(2):e000883.