Dott. Luca Avoledo, Nutrizionista e Naturopata

Dott. Luca Avoledo, Nutrizionista e Naturopata Biologo Nutrizionista, Specialista in Scienza dell'Alimentazione e Master in Naturopatia. Relatore e Docente ECM | Consulenza Aziendale & Brand | Media.

Fondatore de La Clinica del Cibo a Milano, dove ricevo i pazienti. Scienza, natura e buon senso. Sono un Biologo Nutrizionista, Specialista in Scienza dell’Alimentazione e Master in Naturopatia. Lavoro a Milano, con l’obiettivo di aiutare le persone a migliorare la salute e il benessere attraverso alimentazione consapevole e rimedi naturali. Sono fondatore de La Clinica del Cibo, dove da vent'anni

integro nutrizione e naturopatia per supportare pazienti in ogni condizione di salute, con particolare esperienza in:

• malattia da reflusso gastroesofageo
• microbiota intestinale
• sindrome dell'intestino irritabile
• patologie digestive in genere
• intolleranze alimentari
• dimagrimento
• ansia e stress
• oncologia
• colesterolo, trigliceridi e salute cardiovascolare
• malattie croniche di varia natura. Il mio intervento si basa su un approccio personalizzato, unendo evidenze scientifiche e strategie naturali, per ottenere risultati concreti e sostenibili nel tempo. Alle visite in studio affianco una costante attività di:

• docente in corsi di aggiornamento medico-scientifico per professionisti sanitari
• conferenziere
• consulente per aziende del settore
• conduttore di gruppi di pazienti oncologici
• divulgatore scientifico su tutti i media.

𝗣𝗜𝗨̀ 𝗣𝗥𝗢𝗧𝗘𝗜𝗡𝗘 𝗡𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗘𝗧𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗢 𝗦𝗣𝗢𝗥𝗧𝗜𝗩𝗢: 𝗤𝗨𝗔𝗡𝗧𝗘 𝗘 𝗤𝗨𝗔𝗟𝗜? Chi pratica sport ha esigenze nutrizionali diverse rispetto a ...
03/08/2026

𝗣𝗜𝗨̀ 𝗣𝗥𝗢𝗧𝗘𝗜𝗡𝗘 𝗡𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗘𝗧𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗢 𝗦𝗣𝗢𝗥𝗧𝗜𝗩𝗢: 𝗤𝗨𝗔𝗡𝗧𝗘 𝗘 𝗤𝗨𝗔𝗟𝗜?

Chi pratica sport ha esigenze nutrizionali diverse rispetto a una persona sedentaria.

Per un adulto sedentario il fabbisogno proteico è circa 0,8 g per kg di peso corporeo al giorno.

Negli sportivi, secondo le indicazioni della International Society of Sports Nutrition (ISSN), l’apporto può salire generalmente a 1,4-2,0 g/kg/die, in funzione della disciplina, del volume di allenamento e degli obiettivi.

Indicativamente:

🏃 Sport di endurance: 1,2-1,6 g/kg/die

⚽ Sport di squadra: 1,4-1,7 g/kg/die

🏋️ Sport di forza: 1,6-2,0 g/kg/die

L’aumento del fabbisogno è legato al fatto che l’allenamento stimola il turnover delle proteine muscolari. Nella fase di recupero, gli aminoacidi introdotti con la dieta vengono utilizzati per riparare e rimodellare le fibre muscolari, favorendo l’adattamento.

𝗡𝗼𝗻 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗮 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗹𝗮 𝗾𝘂𝗮𝗻𝘁𝗶𝘁𝗮̀

Anche la qualità delle proteine è importante.

Carne, pesce, uova e latticini forniscono proteine ad alto valore biologico e tutti gli aminoacidi essenziali, tra cui la leucina, coinvolta nell’attivazione della sintesi proteica muscolare.

La carne, inoltre, non apporta soltanto proteine: contiene ferro eme, vitamina B12, zinco, creatina e carnosina, nutrienti coinvolti nel metabolismo energetico e nella funzione muscolare.

Questo non significa che lo sportivo debba consumarne eccessive quantità. All’interno di un’alimentazione equilibrata, la carne rappresenta una fonte proteica di qualità da alternare a pesce, uova, latticini e, in subordine, legumi e frutta a guscio.

𝗘 𝗴𝗹𝗶 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗴𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶?

Le proteine in polvere possono essere utili per praticità, ma non hanno proprietà superiori rispetto agli alimenti. Nella maggior parte dei casi, un’alimentazione ben strutturata consente di raggiungere il fabbisogno proteico anche senza ricorrere agli integratori.

𝗟𝗘 𝗣𝗥𝗢𝗧𝗘𝗜𝗡𝗘 𝗡𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗘𝗧𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗢 𝗦𝗣𝗢𝗥𝗧𝗜𝗩𝗢Che le proteine siano fondamentali per chi pratica sport è ormai un dato acquisito...
03/08/2026

𝗟𝗘 𝗣𝗥𝗢𝗧𝗘𝗜𝗡𝗘 𝗡𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗘𝗧𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗢 𝗦𝗣𝗢𝗥𝗧𝗜𝗩𝗢

Che le proteine siano fondamentali per chi pratica sport è ormai un dato acquisito. Meno noto è quanto aumenti realmente il fabbisogno rispetto alla popolazione generale e perché questo incremento sia giustificato dalla fisiologia dell'esercizio.

Se per un adulto sedentario le raccomandazioni per prevenire la carenza proteica indicano un'assunzione di circa 0,8 grammi di proteine per chilogrammo di peso corporeo al giorno, in chi sottopone il proprio organismo a un allenamento regolare i valori possono arrivare tranquillamente al doppio e, in alcune condizioni, anche oltre.

Non si tratta di una moda alimentare né di una conseguenza del successo delle diete iperproteiche. È il risultato di decenni di ricerca sul metabolismo muscolare, che hanno chiarito come l'allenamento aumenti il turnover delle proteine corporee e renda necessario un maggiore apporto di aminoacidi per sostenere recupero e adattamento.

𝗜𝗹 𝗳𝗮𝗯𝗯𝗶𝘀𝗼𝗴𝗻𝗼 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝗶𝗰𝗼 𝗮𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗻 𝗹'𝗮𝗹𝗹𝗲𝗻𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼

Secondo la International Society of Sports Nutrition (ISSN), la maggior parte degli sportivi necessita di un apporto compreso tra 1,4 e 2,0 g di proteine per chilogrammo di peso corporeo al giorno, modulato in funzione della disciplina praticata, del volume di allenamento e degli obiettivi individuali.

In termini pratici, negli sport di endurance, come corsa, ciclismo o nuoto, il fabbisogno si colloca generalmente intorno a 1,2-1,6 g/kg/die. Negli sport di squadra, caratterizzati dall'alternanza di fasi aerobiche e anaerobiche, può arrivare a circa 1,4-1,7 g/kg/die, mentre negli sport di forza e nelle discipline orientate all'aumento della massa muscolare tende a collocarsi tra 1,6 e 2,0 g/kg/die.

Durante periodi di restrizione calorica finalizzati alla perdita di grasso e al mantenimento della massa muscolare, alcuni studi suggeriscono che atleti selezionati possano beneficiare di apporti ancora superiori, fino a 2,3-3,1 g/kg di massa magra al giorno.

Per un soggetto di 75 kg che pratica regolarmente allenamento con i pesi, questo significa assumere indicativamente 120-150 grammi di proteine al giorno, una quantità quasi doppia rispetto al fabbisogno di una persona sedentaria dello stesso peso.

𝗣𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗹𝗼 𝘀𝗽𝗼𝗿𝘁 𝗮𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮 𝗶𝗹 𝗳𝗮𝗯𝗯𝗶𝘀𝗼𝗴𝗻𝗼 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝗶𝗰𝗼

L'allenamento non determina direttamente l'aumento della massa muscolare: rappresenta lo stimolo che induce l'organismo ad adattarsi. Nelle ore successive all'esercizio aumenta la sintesi proteica muscolare e il corpo utilizza gli aminoacidi disponibili per riparare le fibre sottoposte allo stress dell'allenamento e renderle progressivamente più efficienti.

Le proteine contribuiscono quindi alla riparazione dei tessuti, al mantenimento della massa magra, alla sintesi di enzimi e ormoni e al corretto funzionamento del sistema immunitario.

Negli sport di endurance, inoltre, una quota di aminoacidi può essere utilizzata come fonte energetica durante gli sforzi prolungati, soprattutto quando la disponibilità di carboidrati è ridotta.

𝗡𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗾𝘂𝗮𝗻𝘁𝗶𝘁𝗮̀: 𝗹𝗮 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝗶𝗻𝗲

Raggiungere il corretto apporto giornaliero è importante, ma non tutte le proteine hanno lo stesso valore nutrizionale.

Le fonti animali, come carne, pesce, uova e latticini, possiedono generalmente un elevato valore biologico e forniscono tutti gli aminoacidi essenziali nelle proporzioni necessarie alla sintesi proteica muscolare.

Un ruolo particolare è svolto dalla leucina, aminoacido essenziale in grado di attivare i meccanismi cellulari coinvolti nella costruzione delle proteine muscolari. Le evidenze disponibili indicano che un apporto di circa 2-3 grammi di leucina per pasto rappresenta uno stimolo efficace, quantità generalmente raggiungibile con circa 25-40 grammi di proteine di elevata qualità.

Per questo motivo, oltre alla quantità totale, è utile distribuire l'assunzione proteica nell'arco della giornata.

𝗟𝗮 𝗰𝗮𝗿𝗻𝗲 𝗲̀ 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝗶𝗺𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗻𝘁𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗶𝗲𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗼 𝘀𝗽𝗼𝗿𝘁𝗶𝘃𝗼?

Dal punto di vista nutrizionale, la carne fresca rappresenta una fonte particolarmente concentrata di proteine ad alto valore biologico e di diversi nutrienti utili a chi pratica attività fisica.

Oltre agli aminoacidi essenziali, apporta infatti ferro eme, vitamina B12, zinco, creatina e carnosina, sostanze coinvolte nel metabolismo energetico, nella funzione neuromuscolare e nella capacità di sostenere sforzi intensi.

Questo non significa che lo sportivo debba consumare eccessive quantità di carne. Un'alimentazione equilibrata prevede la rotazione delle diverse fonti proteiche, affiancando alla carne il pesce, le uova, i latticini e anche i legumi e la frutta a guscio.

La carne, inserita in un'alimentazione varia ed equilibrata, può continuare a rappresentare una fonte preziosa di proteine e micronutrienti per sostenere salute e performance dello sportivo.

𝗜𝗻𝘁𝗲𝗴𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝗶𝗰𝗶: 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗼𝗻𝗼 𝗱𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼?

Le proteine in polvere non hanno proprietà superiori rispetto agli alimenti. Possono essere utili soprattutto per praticità, ad esempio quando gli allenamenti sono frequenti o quando diventa difficile raggiungere il fabbisogno quotidiano attraverso la normale alimentazione.

Nella maggior parte dei casi, però, una dieta ben strutturata permette di soddisfare le esigenze dello sportivo senza ricorrere necessariamente agli integratori.

𝗣𝗶𝘂̀ 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝗶𝗻𝗲, 𝗾𝘂𝗶𝗻𝗱𝗶 (𝗰𝗼𝗻 𝗰𝗿𝗶𝘁𝗲𝗿𝗶𝗼)

La ricerca scientifica degli ultimi decenni ha chiarito che lo sportivo ha esigenze proteiche superiori rispetto alla popolazione sedentaria. Questo aumento non deve però tradursi in un consumo indiscriminato di proteine, ma in una valutazione del reale fabbisogno individuale.

Quantità adeguate, fonti di qualità e una corretta distribuzione nell'arco della giornata sono gli elementi che permettono alle proteine di svolgere al meglio il loro ruolo nel recupero e nell'adattamento all'allenamento.

𝗣𝗟𝗔𝗡𝗧-𝗕𝗔𝗦𝗘𝗗 𝗡𝗢𝗡 𝗦𝗜𝗚𝗡𝗜𝗙𝗜𝗖𝗔 𝗔𝗨𝗧𝗢𝗠𝗔𝗧𝗜𝗖𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗘 𝗦𝗔𝗡𝗢 Abbiamo iniziato a confondere il fatto che un prodotto derivi da una pian...
21/07/2026

𝗣𝗟𝗔𝗡𝗧-𝗕𝗔𝗦𝗘𝗗 𝗡𝗢𝗡 𝗦𝗜𝗚𝗡𝗜𝗙𝗜𝗖𝗔 𝗔𝗨𝗧𝗢𝗠𝗔𝗧𝗜𝗖𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗘 𝗦𝗔𝗡𝗢

Abbiamo iniziato a confondere il fatto che un prodotto derivi da una pianta con l’idea che sia automaticamente più salutare.

Ma tra un piatto di lenticchie e un burger vegetale progettato per imitare una bistecca esiste una differenza sostanziale. Entrambi possono essere definiti “plant-based”, ma appartengono a contesti nutrizionali molto diversi.

Una recente ricerca condotta sul mercato britannico ha confrontato 71 coppie di prodotti equivalenti, mettendo a confronto alternative vegetali e corrispettivi di origine animale.

Il risultato? Le alternative plant-based alla carne e ad altri prodotti animali presentavano circa il doppio degli additivi complessivi rispetto agli alimenti tradizionali.

Attenzione: questo non significa che gli additivi autorizzati siano automaticamente dannosi. La loro presenza, da sola, non permette di stabilire un effetto negativo sulla salute.

Il punto interessante è un altro: alcuni prodotti nati per rappresentare una scelta più semplice e naturale richiedono invece formulazioni industriali complesse per imitare consistenza, aroma e caratteristiche degli alimenti che sostituiscono.

Proteine concentrate, oli vegetali, aromi, emulsionanti, stabilizzanti e addensanti possono trasformare un ingrediente vegetale in un prodotto molto lontano dall’alimento originario.

Quando la ricerca parla dei benefici di un’alimentazione ricca di vegetali, si riferisce soprattutto a cibi come legumi, verdura, frutta, cereali integrali, frutta secca e semi.

La parola “plant-based” indica l’origine degli ingredienti, non necessariamente il livello di trasformazione o la qualità nutrizionale del prodotto finale.

La domanda più utile, quindi, non è:

“È vegetale o animale?”

Ma:

“Quanto è trasformato? Da quanti ingredienti è composto? Quanto assomiglia all’alimento da cui deriva?”

Perché una dieta di qualità non dipende solo dall’origine degli alimenti, ma dall’insieme delle loro caratteristiche: grado di trasformazione, densità nutrizionale, frequenza di consumo e ruolo complessivo nell’alimentazione quotidiana.

𝗣𝗟𝗔𝗡𝗧-𝗕𝗔𝗦𝗘𝗗 𝗡𝗢𝗡 𝗦𝗜𝗚𝗡𝗜𝗙𝗜𝗖𝗔 𝗔𝗨𝗧𝗢𝗠𝗔𝗧𝗜𝗖𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗘 𝗦𝗔𝗡𝗢: 𝗜𝗟 𝗟𝗔𝗧𝗢 𝗡𝗔𝗦𝗖𝗢𝗦𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗘 𝗔𝗟𝗧𝗘𝗥𝗡𝗔𝗧𝗜𝗩𝗘 𝗩𝗘𝗚𝗘𝗧𝗔𝗟𝗜Dall’idea di cibo naturale ch...
21/07/2026

𝗣𝗟𝗔𝗡𝗧-𝗕𝗔𝗦𝗘𝗗 𝗡𝗢𝗡 𝗦𝗜𝗚𝗡𝗜𝗙𝗜𝗖𝗔 𝗔𝗨𝗧𝗢𝗠𝗔𝗧𝗜𝗖𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗘 𝗦𝗔𝗡𝗢: 𝗜𝗟 𝗟𝗔𝗧𝗢 𝗡𝗔𝗦𝗖𝗢𝗦𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗘 𝗔𝗟𝗧𝗘𝗥𝗡𝗔𝗧𝗜𝗩𝗘 𝗩𝗘𝗚𝗘𝗧𝗔𝗟𝗜

Dall’idea di cibo naturale che il termine “vegetale” tende a evocare nasce uno dei più interessanti paradossi della moderna alimentazione: abbiamo iniziato a confondere il fatto che un prodotto derivi da una pianta con l’idea che sia implicitamente più salutare.

Ma tra un piatto di lenticchie e un burger vegetale progettato in laboratorio per imitare una bistecca esiste una differenza sostanziale. Entrambi possono essere definiti “plant-based”, eppure appartengono a contesti nutrizionali molto diversi.

Una nuova analisi condotta sul mercato britannico aggiunge un elemento importante alla discussione. Lo studio “Number and type of food additives in plant-based vs animal-based products: an analysis of a UK supermarket range”, pubblicato il 25 giugno 2026 sulla rivista scientifica Food Additives & Contaminants: Part A, ha analizzato 71 coppie di prodotti “equivalenti” venduti in un supermercato britannico, confrontando alternative plant-based e corrispettivi di origine animale. Risultato? Le alternative vegetali alla carne e ad altri prodotti animali presentavano circa il doppio degli additivi complessivi rispetto agli alimenti tradizionali.

Capiamoci: gli additivi non sono automaticamente pericolosi. Quelli autorizzati vengono sottoposti a valutazioni di sicurezza e la loro presenza, da sola, non permette di stabilire un effetto negativo sulla salute. Ma il risultato è comunque interessante, perché mette in luce una contraddizione spesso ignorata: alcuni prodotti nati per rappresentare una scelta più semplice e naturale richiedono invece formulazioni sempre più complesse per assomigliare agli alimenti che intendono sostituire. Questi prodotti plant-based ricadono a pieno titolo nel novero degli alimenti ultraprocessati.

La carne, un uovo o un formaggio possiedono naturalmente una struttura fisica e caratteristiche sensoriali difficili da replicare. Una proteina vegetale isolata non ha la stessa consistenza, lo stesso aroma, la stessa succosità. Per questo l’industria alimentare deve intervenire con tecnologie specifiche: proteine concentrate, oli vegetali, aromi, coloranti, emulsionanti, stabilizzanti e addensanti.

Il risultato può essere un prodotto perfettamente compatibile con una scelta vegetariana o vegana, ma non necessariamente un alimento semplice, né, men che meno, naturale. Ed è proprio qui che nasce il principale equivoco: quando si parla dei benefici di un’alimentazione ricca di vegetali, la ricerca scientifica si riferisce soprattutto a cibi come legumi, verdura, frutta, cereali integrali, frutta secca e semi. Sono questi alimenti ad avere caratteristiche nutrizionali associate agli effetti positivi osservati negli studi epidemiologici.

Questo è il punto in cui il marketing e la nutrizione iniziano a parlare due lingue diverse. La parola plant-based descrive l’origine degli ingredienti, non il loro livello di trasformazione né la qualità nutrizionale del prodotto finito. Eppure, nella percezione di molti consumatori, “vegetale” finisce per diventare sinonimo di “più sano”, anche quando si tratta di alimenti ottenuti attraverso formulazioni industriali complesse.

La domanda più utile, quindi, non dovrebbe essere: “Questo prodotto è vegetale o animale?” Dovremmo chiederci piuttosto: quanto è trasformato? Da quanti ingredienti è composto? Quanto assomiglia all’alimento da cui deriva?

Perché la qualità di una dieta non dipende soltanto dall’origine botanica o animale degli alimenti, ma dall’insieme delle loro caratteristiche: grado di trasformazione, densità nutrizionale, frequenza di consumo e ruolo complessivo nell’alimentazione quotidiana.

Il vero obiettivo non è sostituire gli alimenti animali con tentativi malriusciti di loro copie vegetali, ma imparare a distinguere tra un alimento che nasce da una pianta e un prodotto industriale che usa una pianta per costruire qualcosa di completamente diverso.

𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗘𝗧𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗧𝗜 𝗙𝗔 𝗣𝗘𝗥𝗗𝗘𝗥𝗘 𝟭𝟬 𝗞𝗚... 𝗘 𝗧𝗜 𝗣𝗥𝗘𝗣𝗔𝗥𝗔 𝗔 𝗥𝗜𝗣𝗥𝗘𝗡𝗗𝗘𝗥𝗟𝗜!La bilancia scende. Finalmente. Dopo settimane di sacrifi...
09/07/2026

𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗘𝗧𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗧𝗜 𝗙𝗔 𝗣𝗘𝗥𝗗𝗘𝗥𝗘 𝟭𝟬 𝗞𝗚... 𝗘 𝗧𝗜 𝗣𝗥𝗘𝗣𝗔𝗥𝗔 𝗔 𝗥𝗜𝗣𝗥𝗘𝗡𝗗𝗘𝗥𝗟𝗜!

La bilancia scende.

Finalmente.

Dopo settimane di sacrifici, il numero sulla bilancia sembra confermare che la dieta sta funzionando.

Ma c’è una domanda che spesso viene dimenticata:

𝗖𝗵𝗲 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗵𝗼 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼 𝗿𝗲𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲?

Il peso corporeo non è fatto solo di grasso.

Quando dimagriamo possiamo perdere anche acqua, glicogeno e, in alcuni casi, massa muscolare.

Ed è proprio qui che alcuni percorsi dimagranti possono nascondere un problema.

Perché perdere chili non sempre significa ottenere un risultato positivo per il corpo.

Può capitare di perdere peso e poi ritrovarsi con:

🔹 meno energia
🔹 meno forza
🔹 meno tono muscolare
🔹 più fame
🔹 maggiore difficoltà nel mantenere il risultato nel tempo

Il muscolo non è solo una questione estetica.

È un tessuto fondamentale per il metabolismo, per la gestione degli zuccheri nel sangue, per la forza e per la capacità di mantenere un peso stabile.

Un buon percorso dimagrante non dovrebbe avere come unico obiettivo far scendere il numero sulla bilancia.

Dovrebbe aiutare a ridurre il grasso corporeo preservando salute, funzionalità e benessere.

Perché perdere peso è un risultato.

𝗣𝗲𝗿𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗽𝗲𝘀𝗼 𝗻𝗲𝗹 𝗺𝗼𝗱𝗼 𝗴𝗶𝘂𝘀𝘁𝗼 è l’obiettivo più importante.

Ti è mai capitato di dimagrire e poi sentirti con meno energie o di riprendere rapidamente i chili persi?

Scrivilo nei commenti 👇

𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗘𝗧𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗧𝗜 𝗙𝗔 𝗣𝗘𝗥𝗗𝗘𝗥𝗘 𝟭𝟬 𝗞𝗚... 𝗘 𝗧𝗜 𝗣𝗥𝗘𝗣𝗔𝗥𝗔 𝗔 𝗥𝗜𝗣𝗥𝗘𝗡𝗗𝗘𝗥𝗟𝗜!Quando una persona inizia una dieta, spesso il primo (e a...
09/07/2026

𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗘𝗧𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗧𝗜 𝗙𝗔 𝗣𝗘𝗥𝗗𝗘𝗥𝗘 𝟭𝟬 𝗞𝗚... 𝗘 𝗧𝗜 𝗣𝗥𝗘𝗣𝗔𝗥𝗔 𝗔 𝗥𝗜𝗣𝗥𝗘𝗡𝗗𝗘𝗥𝗟𝗜!

Quando una persona inizia una dieta, spesso il primo (e a volte unico) parametro che considera è il peso.

La bilancia scende e questo viene interpretato come un segnale di successo.

Ma il peso corporeo non è solo grasso.

Dentro quel numero ci sono anche acqua, glicogeno, muscolo e altri tessuti. Per questo motivo è possibile dimagrire e, allo stesso tempo, non ottenere il risultato che ci si aspetta.

Succede soprattutto quando si seguono diete restrittive, ipocaloriche, nutrienti insufficienti o senza un’adeguata attenzione alla massa muscolare.

🔹 Il risultato?

La persona perde chili, ma dopo alcune settimane inizia ad accorgersi che qualcosa non torna:

- si sente più stanca e con meno energia
- fa più fatica a fare attività fisica
- nota meno tono muscolare
- ha più fame rispetto a prima
- dopo la dieta recupera rapidamente il peso perso (e con gli interessi).

Dimagrire è importante, ma è il modo in cui si perde peso che fa la differenza. Non tutti i chili persi hanno lo stesso significato per la salute.

Il muscolo non è soltanto una questione estetica: è un tessuto fondamentale per il metabolismo, per la gestione degli zuccheri nel sangue, per la forza e per mantenere nel tempo un peso stabile.

Per questo, davanti a un calo di peso, la domanda che dovresti farti non è soltanto:

“Quanti chili ho perso?”

ma anche:

“𝗖𝗵𝗲 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗵𝗼 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼 𝗿𝗲𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲?”

Un percorso dimagrante non dovrebbe limitarsi a far scendere il numero sulla bilancia. Dovrebbe aiutare a ridurre il grasso corporeo preservando energia, funzionalità e salute metabolica.

Perché perdere peso è un risultato.

Perdere peso nel modo giusto è un obiettivo molto più importante.

𝗧𝗶 𝗲' 𝗺𝗮𝗶 𝗰𝗮𝗽𝗶𝘁𝗮𝘁𝗼 𝗱𝗶 𝗱𝗶𝗺𝗮𝗴𝗿𝗶𝗿𝗲 𝗲 𝗽𝗼𝗶 𝗱𝗶 𝘀𝗲𝗻𝘁𝗶𝗿𝘁𝗶 𝗰𝗼𝗻 𝗺𝗲𝗻𝗼 𝗳𝗼𝗿𝘇𝗲 𝗲 𝗺𝗲𝗻𝗼 𝘁𝗼𝗻𝗼 𝗼 𝗮𝗱𝗱𝗶𝗿𝗶𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮 𝗱𝗶 𝗿𝗶𝗽𝗿𝗲𝗻𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗿𝗮𝗽𝗶𝗱𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗶 𝗰𝗵𝗶𝗹𝗶 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗶?

01/07/2026

𝗜𝗟 𝗥𝗘𝗙𝗟𝗨𝗦𝗦𝗢 𝗡𝗢𝗡 𝗦𝗜 𝗚𝗘𝗦𝗧𝗜𝗦𝗖𝗘 𝗦𝗢𝗟𝗢 𝗖𝗢𝗡 𝗜 𝗙𝗔𝗥𝗠𝗔𝗖𝗜

Esiste anche un approccio non farmacologico che può contribuire a ridurre i sintomi, intervenendo sulle cause e sui fattori che li favoriscono.

𝗟𝗔 𝗥𝗜𝗩𝗢𝗟𝗨𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗩𝗘𝗚𝗘𝗧𝗔𝗟𝗘 𝗣𝗨𝗢' 𝗔𝗧𝗧𝗘𝗡𝗗𝗘𝗥𝗘: 𝗟’𝟴𝟲,𝟲% 𝗗𝗘𝗚𝗟𝗜 𝗜𝗧𝗔𝗟𝗜𝗔𝗡𝗜 𝗥𝗘𝗦𝗧𝗔 𝗢𝗡𝗡𝗜𝗩𝗢𝗥𝗢C'è una distanza curiosa tra il racconto ch...
25/06/2026

𝗟𝗔 𝗥𝗜𝗩𝗢𝗟𝗨𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗩𝗘𝗚𝗘𝗧𝗔𝗟𝗘 𝗣𝗨𝗢' 𝗔𝗧𝗧𝗘𝗡𝗗𝗘𝗥𝗘: 𝗟’𝟴𝟲,𝟲% 𝗗𝗘𝗚𝗟𝗜 𝗜𝗧𝗔𝗟𝗜𝗔𝗡𝗜 𝗥𝗘𝗦𝗧𝗔 𝗢𝗡𝗡𝗜𝗩𝗢𝗥𝗢

C'è una distanza curiosa tra il racconto che domina il dibattito pubblico e quello che emerge dalle statistiche. Nei media, la crescita delle diete vegetariane e vegane è spesso descritta come una trasformazione irreversibile delle abitudini alimentari. Documentari, campagne ambientaliste, influencer, aziende del settore plant-based e una crescente attenzione verso questi temi hanno dato ai modelli alimentari veg una visibilità senza precedenti, alimentando la percezione di un fenomeno in continua espansione.

Ma i numeri confermano davvero questa narrazione? A leggere il Rapporto Italia 2026 di Eurispes, si direbbe di no. Gli italiani che si definiscono onnivori sono infatti passati dall’84,9% del 2025 all’86,6% del 2026. Nello stesso periodo, la quota complessiva di vegetariani e vegani è scesa dal 9,5% all’8,5%. I vegetariani sono diminuiti dal 6,6% al 5,3%, mentre i vegani sono saliti leggermente dal 2,9% al 3,2%.

Sono cifre che, al di là delle oscillazioni annuali, sembrano confermare una tendenza più ampia: la rivoluzione vegetale annunciata da molti osservatori non si è tradotta in una trasformazione reale delle abitudini alimentari italiane.

🔹 Una crescita che non arriva mai

L’aspetto più interessante emerge quando si osservano i dati nel lungo periodo. Da oltre un decennio Eurispes monitora le scelte alimentari degli italiani. Eppure, nonostante il rilievo assunto da questi temi nel dibattito contemporaneo, le percentuali registrate mostrano una sorprendente stabilità.

Anno dopo anno si osservano piccoli movimenti, qualche crescita, qualche flessione, ma senza alcuna progressione costante e significativa. Le quote di vegetariani e vegani oscillano generalmente all’interno di un intervallo relativamente ristretto, senza mostrare quella dinamica espansiva che ci si aspetterebbe da un fenomeno realmente in forte diffusione.

In altre parole, veganismo e vegetarianismo sembrano godere di una visibilità pubblica molto superiore al loro peso numerico reale.

Si tratta di un fenomeno interessante anche dal punto di vista sociologico. La scelta vegetariana o vegana ha assunto negli ultimi anni una forte riconoscibilità culturale. Tuttavia, sul piano dei comportamenti collettivi, il cambiamento appare molto più contenuto: la stragrande maggioranza degli italiani continua a seguire un’alimentazione onnivora.

🔹 Perché i numeri non aumentano?

I dati a nostra disposizione non permettono di rispondere direttamente a questa domanda, ma consentono alcune riflessioni.

Una prima possibilità è che esista un continuo ricambio all’interno di questi gruppi: ogni anno alcune persone decidono di adottare un’alimentazione plant-based, mentre altre fanno il percorso inverso e tornano a consumare alimenti di origine animale. Se questo accadesse con frequenza significativa, il risultato sarebbe proprio quello che osserviamo: numeri sostanzialmente stabili nel tempo, nonostante nuove adesioni continue.
Si tratta di un’ipotesi plausibile e compatibile con quanto emerge da studi condotti in diversi Paesi, che hanno documentato come una parte delle persone che intraprende un percorso vegetariano o vegano non lo mantenga nel lungo periodo. Le ragioni riportate dagli ex aderenti sono molteplici e comprendono difficoltà pratiche nella vita quotidiana, aspetti sociali, insoddisfazione rispetto alle alternative alimentari, costi e cambiamenti nelle motivazioni iniziali (Faunalytics. Study of Current and Former Vegetarians and Vegans: Qualitative Findings. 2015).

Un’altra possibilità è che molte persone riducano il consumo di carne senza eliminarla. Questo aspetto è spesso sottovalutato: le scelte alimentari moderne non si dividono necessariamente tra onnivori e vegani. Esiste una vasta area intermedia composta da persone che limitano alcuni prodotti animali rispetto al passato e aumentano la quota di vegetali, senza però identificarsi come vegetariane o vegane. In questo scenario, un cambiamento c’è, ma non assume la forma di una conversione di massa verso regimi completamente vegetali.

🔹 Quanto sono affidabili questi dati?

Esiste poi un’altra questione interessante, raramente discussa. Le indagini Eurispes si basano su questionari e dichiarazioni degli intervistati. Non misurano direttamente ciò che le persone mangiano, ma ciò che dichiarano di mangiare.

Si tratta di una metodologia consolidata e ampiamente utilizzata nelle ricerche sociali, ma che presenta inevitabilmente alcuni limiti. Chi si definisce vegano segue davvero una dieta rigorosamente priva di ogni alimento di origine animale? Chi si dichiara vegetariano esclude realmente qualunque tipo di carne e pesce? E’ impossibile stabilirlo con precisione.

La letteratura scientifica mostra da tempo che spesso esiste una discrepanza tra identità alimentare dichiarata e comportamento reale (si veda, ad esempio, Vinnari M et al, Identifying vegetarians and their food consumption according to self-identification and operationalized definition in Finland. Public Health Nutr. 2009 Apr;12(4):481-8). Alcune persone si definiscono vegetariane pur consumando occasionalmente pesce o carne. Altre si identificano come vegane pur mantenendo diverse eccezioni. Altre ancora modificano la propria alimentazione nel corso dell’anno, ma continuano a utilizzare la stessa etichetta quando rispondono ai questionari.

Paradossalmente, questo significa che le percentuali rilevate potrebbero persino sovrastimare la reale diffusione delle diete vegetariane e vegane.

🔹 La dieta mediterranea non è una dieta veg

C’è infine un aspetto culturale che merita attenzione. La dieta mediterranea viene descritta come un’alimentazione prevalentemente vegetale. Ed è corretto, naturalmente: cereali, legumi, verdura, frutta e olio extravergine d’oliva rappresentano storicamente il nucleo centrale di questo modello nutrizionale. Ma la dieta mediterranea non è mai stata vegetariana: pesce, latticini, uova e carne hanno sempre fatto parte della tradizione alimentare dei Paesi mediterranei. La riduzione degli eventuali eccessi non ha mai coinciso con l’eliminazione degli alimenti di origine animale.

Anche questo potrebbe contribuire a spiegare perché molti italiani percepiscano la possibilità di migliorare la propria alimentazione senza necessariamente rinunciare alla carne.

🔹 Una specie onnivora, tra biologia e tradizione

I dati Eurispes 2026 non dimostrano che vegetarianismo e veganismo siano destinati a scomparire, né che siano modelli alimentari in declino irreversibile. Documentano però qualcosa di diverso e forse più interessante.

Nonostante decenni di dibattito, una straordinaria esposizione mediatica e una crescente attenzione verso le tematiche ambientali ed etiche, la quota di italiani che rinuncia alla carne e agli altri alimenti animali continua a rappresentare una minoranza relativamente stabile, e decisamente contenuta, della popolazione.

La vera notizia non è che esistano vegetariani e vegani, ma che, dopo tutti questi anni, la maggioranza degli italiani continui a non voler diventare tale.

☕ 𝗟𝗔 𝗖𝗢𝗟𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗣𝗘𝗥𝗙𝗘𝗧𝗧𝗔 𝗘𝗦𝗜𝗦𝗧𝗘 𝗗𝗔𝗩𝗩𝗘𝗥𝗢? 𝗦𝗣𝗢𝗜𝗟𝗘𝗥: 𝗣𝗥𝗢𝗕𝗔𝗕𝗜𝗟𝗠𝗘𝗡𝗧𝗘 𝗡𝗢C’è chi si sveglia affamato e non vede l’ora di fare co...
17/06/2026

☕ 𝗟𝗔 𝗖𝗢𝗟𝗔𝗭𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗣𝗘𝗥𝗙𝗘𝗧𝗧𝗔 𝗘𝗦𝗜𝗦𝗧𝗘 𝗗𝗔𝗩𝗩𝗘𝗥𝗢? 𝗦𝗣𝗢𝗜𝗟𝗘𝗥: 𝗣𝗥𝗢𝗕𝗔𝗕𝗜𝗟𝗠𝗘𝗡𝗧𝗘 𝗡𝗢

C’è chi si sveglia affamato e non vede l’ora di fare colazione.
Chi invece al mattino non riesce proprio a mangiare nulla.
Chi ama il classico dolce, chi preferisce il salato, chi d’estate cerca qualcosa di fresco e leggero.

Ma allora qual è la scelta migliore?

La risposta è che la colazione dovrebbe adattarsi alla persona, non il contrario: alle abitudini, agli orari, ai gusti e anche alle necessità metaboliche.

Ne ho parlato stamattina a Obiettivo Salute - Radio 24, ospite di Nicoletta Carbone, raccontando come costruire una colazione equilibrata partendo dai diversi modi di vivere il risveglio.

🎙️ Ascolta l’intervento: lo trovi nel mio primo commento

E tu che tipo di "colazionista" sei?
👇 Dolce, salato, solo caffè o aspetti qualche ora prima di mangiare?

Indirizzo

Milan

Notifiche

Lasciando la tua email puoi essere il primo a sapere quando Dott. Luca Avoledo, Nutrizionista e Naturopata pubblica notizie e promozioni. Il tuo indirizzo email non verrà utilizzato per nessun altro scopo e potrai annullare l'iscrizione in qualsiasi momento.

Scelte rapide

Condividi