Dott. Luca Avoledo, Nutrizionista e Naturopata

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Dott. Luca Avoledo, Nutrizionista e Naturopata Biologo Nutrizionista, Specialista in Scienza dell'Alimentazione e Master in Naturopatia. Relatore e Docente ECM | Consulenza Aziendale & Brand | Media.

Fondatore de La Clinica del Cibo a Milano, dove ricevo i pazienti. Scienza, natura e buon senso. Sono un Biologo Nutrizionista, Specialista in Scienza dell’Alimentazione e Master in Naturopatia. Lavoro a Milano, con l’obiettivo di aiutare le persone a migliorare la salute e il benessere attraverso alimentazione consapevole e rimedi naturali. Sono fondatore de La Clinica del Cibo, dove da vent'anni integro nutrizione e naturopatia per supportare pazienti in ogni condizione di salute, con particolare esperienza in:

• malattia da reflusso gastroesofageo
• microbiota intestinale
• sindrome dell'intestino irritabile
• patologie digestive in genere
• intolleranze alimentari
• dimagrimento
• ansia e stress
• oncologia
• colesterolo, trigliceridi e salute cardiovascolare
• malattie croniche di varia natura. Il mio intervento si basa su un approccio personalizzato, unendo evidenze scientifiche e strategie naturali, per ottenere risultati concreti e sostenibili nel tempo. Alle visite in studio affianco una costante attività di:

• docente in corsi di aggiornamento medico-scientifico per professionisti sanitari
• conferenziere
• consulente per aziende del settore
• conduttore di gruppi di pazienti oncologici
• divulgatore scientifico su tutti i media.

☀️ 𝗩𝗜𝗧𝗔𝗠𝗜𝗡𝗔 𝗗: 𝗙𝗔𝗖𝗖𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗖𝗛𝗜𝗔𝗥𝗘𝗭𝗭𝗔!Ieri mattina sono stato ospite di TV2000, nella trasmissione "Il Mio Medico", per parl...
09/10/2026

☀️ 𝗩𝗜𝗧𝗔𝗠𝗜𝗡𝗔 𝗗: 𝗙𝗔𝗖𝗖𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗖𝗛𝗜𝗔𝗥𝗘𝗭𝗭𝗔!

Ieri mattina sono stato ospite di TV2000, nella trasmissione "Il Mio Medico", per parlare di vitamina D: una sostanza fondamentale per il metabolismo del calcio, la salute delle ossa, il corretto funzionamento del sistema immunitario e molto altro.

Ma come capire se ne assumiamo a sufficienza? Quando è utile misurarne i livelli nel sangue? Sole e alimentazione sono sufficienti? E quando è necessario ricorrere a un’integrazione? Con vitamina K2 o senza?

Ho approfondito tutti questi aspetti in trasmissione, facendo chiarezza tra evidenze scientifiche, falsi miti e indicazioni pratiche.

▶️ Guarda la puntata (link nel primo commento qui sotto) e scopri cosa è importante sapere sulla vitamina D!

📺 Grazie a TV2000 e alla redazione de Il mio medico per l’invito!

💬 Hai dubbi sulla vitamina D o sull’opportunità di integrarla? Scrivili nei commenti!

𝗗𝗜𝗘𝗧𝗔 𝗩𝗘𝗚𝗔𝗡𝗔 𝗗𝗢𝗣𝗢 𝗜 𝟲𝟱 𝗔𝗡𝗡𝗜: 𝗜𝗟 𝗥𝗜𝗦𝗖𝗛𝗜𝗢 𝗗𝗜 𝗣𝗘𝗥𝗗𝗘𝗥𝗘 𝗠𝗨𝗦𝗖𝗢𝗟𝗢Un trial randomizzato, pubblicato pochi giorni fa sull’America...
30/09/2026

𝗗𝗜𝗘𝗧𝗔 𝗩𝗘𝗚𝗔𝗡𝗔 𝗗𝗢𝗣𝗢 𝗜 𝟲𝟱 𝗔𝗡𝗡𝗜: 𝗜𝗟 𝗥𝗜𝗦𝗖𝗛𝗜𝗢 𝗗𝗜 𝗣𝗘𝗥𝗗𝗘𝗥𝗘 𝗠𝗨𝗦𝗖𝗢𝗟𝗢

Un trial randomizzato, pubblicato pochi giorni fa sull’American Journal of Clinical Nutrition, mette sotto esame uno dei punti più delicati della dieta vegana in età avanzata: l’apporto di proteine e aminoacidi necessari a conservare la massa muscolare (Domić J et al. “A self-selected vegan diet reduces skeletal muscle mass in healthy older adults: a randomized controlled trial”, Am J Clin Nutr. 2026 Sep;124(3):101416).

72 persone sane, tutte con almeno 65 anni, hanno seguito per 12 settimane una delle tre strategie previste dallo studio: dieta vegana, alimentazione onnivora abituale, dieta vegana associata a esercizi contro resistenza (ovvero esercizi per stimolare la muscolatura, come quelli con i pesi).

🔹 Nel gruppo vegano, l’assunzione di proteine è scesa rapidamente. Da circa 1,0 g/kg di peso corporeo al giorno all’inizio dello studio si è arrivati a circa 0,7 g/kg. Nello stesso periodo si è ridotto anche l’apporto di quasi tutti gli aminoacidi essenziali.

I muscoli hanno seguito la stessa sorte. La massa magra degli arti è diminuita di circa 1,15 kg e il volume della muscolatura della coscia di circa 0,61 litri.

Inoltre, i tassi giornalieri di sintesi proteica muscolare sono risultati inferiori con la dieta vegana.

🔹 Nel gruppo che invece aveva mantenuto la dieta onnivora abituale queste variazioni non si sono verificate.

Si tratta di un risultato particolarmente rilevante in questa fase della vita. Con l’invecchiamento, la capacità di mantenere la massa muscolare fisiologicamente si riduce e il fabbisogno di proteine diventa più difficile da soddisfare. Una perdita di massa muscolare in sole 12 settimane non è dunque un effetto trascurabile della dieta.

Secondo gli autori, la spiegazione più plausibile è proprio la minore quantità di proteine e aminoacidi essenziali assunta con la dieta vegana. Le proteine vegetali presentano mediamente una densità proteica più bassa e, rispetto alle proteine animali, caratteristiche meno favorevoli per composizione aminoacidica e digeribilità.

L’esercizio contro resistenza ha aiutato, ma non ha risolto la situazione. Nel gruppo vegano che si allenava la perdita di muscolo è stata attenuata, senza però essere completamente evitata.

Lo studio ha un limite evidente: i partecipanti non hanno seguito una dieta vegana appositamente formulata per garantire un determinato apporto proteico, ma una dieta autoimpostata. Non consente quindi di concludere che una dieta vegana adeguatamente pianificata provochi necessariamente perdita di massa muscolare.

🔹 Il risultato dimostra, tuttavia, qualcosa di meno teorico: una dieta completamente vegetale rende difficile per gli anziani assumere una quantità adeguata di proteine di alta qualità e aminoacidi essenziali, facilitando così la perdita di massa muscolare. A 65, 70 o 80 anni, quando preservare il muscolo dovrebbe essere una priorità nutrizionale, questo non è un dettaglio che si può pensare di correggere a posteriori.

A ben guardare, è proprio qui che la dieta vegana pone una difficoltà che merita di essere evidenziata senza slogan o paraocchi ideologici: chi desidera eliminare gli alimenti animali dalla propria dieta deve preoccuparsi di riuscire a sostituire, giorno dopo giorno, ciò che quegli alimenti fornivano.

𝗙𝗥𝗜𝗚𝗚𝗜𝗧𝗥𝗜𝗖𝗘 𝗔𝗗 𝗔𝗥𝗜𝗔: 𝗗𝗔𝗩𝗩𝗘𝗥𝗢 𝗦𝗔𝗡𝗔 𝗖𝗢𝗠𝗘 𝗖𝗥𝗘𝗗𝗜?La friggitrice ad aria non frigge davvero. Fa circolare aria molto calda in...
17/09/2026

𝗙𝗥𝗜𝗚𝗚𝗜𝗧𝗥𝗜𝗖𝗘 𝗔𝗗 𝗔𝗥𝗜𝗔: 𝗗𝗔𝗩𝗩𝗘𝗥𝗢 𝗦𝗔𝗡𝗔 𝗖𝗢𝗠𝗘 𝗖𝗥𝗘𝗗𝗜?

La friggitrice ad aria non frigge davvero. Fa circolare aria molto calda intorno all’alimento, ottenendo una superficie croccante e dorata con molto meno olio rispetto alla frittura tradizionale.

Questo è indubbiamente un vantaggio. Ma "meno olio" non significa automaticamente "cottura più salutare".

La doratura è legata alla reazione di Maillard, che produce aromi e croccantezza, ma anche alcuni composti che è meglio non accumulare in eccesso.

Uno dei più studiati è l'acrilammide.

Ed è qui che c’è un equivoco. La friggitrice ad aria sembra una cottura "pulita": niente immersione nell’olio, solo aria calda. Questo può creare l’illusione che eliminando l’olio si eliminino anche i problemi delle alte temperature.

Purtroppo non è così.

L’acrilammide non si forma perché si frigge nell’olio. Può formarsi anche nella friggitrice ad aria, soprattutto negli alimenti ricchi di amido come patate, pane e prodotti da forno, quando vengono cotti ad alte temperature e raggiungono una marcata doratura.

Questo non significa che la friggitrice ad aria sia peggiore della frittura. Nel complesso, è generalmente preferibile alla frittura a immersione, soprattutto perché permette di usare molto meno olio e, in determinate condizioni, può produrre anche meno acrilammide.

Ma non può essere considerata una cottura "senza conseguenze".

L’acrilammide è una sostanza che è ragionevole cercare di limitare: negli studi sperimentali ha mostrato effetti genotossici e cancerogeni, sebbene nell’uomo il rapporto tra esposizione alimentare e tumori sia meno chiaro.

La regola pratica è semplice: meglio una doratura uniforme che una superficie molto scura o bruciata.

La friggitrice ad aria è un buon modo per ridurre i grassi rispetto alla frittura. Non trasforma però automaticamente in salutare qualsiasi alimento ci mettiamo dentro.

Quindi, possiamo ritenerla una cottura sana?

Direi che è una cottura ragionevolmente favorevole, soprattutto se usata al posto della frittura tradizionale e senza esasperare temperatura e doratura. Ma non è una cottura "innocua" per definizione.

𝗥𝗘𝗙𝗟𝗨𝗦𝗦𝗢 𝗜𝗡 𝗚𝗢𝗟𝗔: 𝗣𝗘𝗥𝗖𝗛É 𝗡𝗢𝗡 𝗣𝗔𝗦𝗦𝗔? Gola irritata, voce roca al mattino, muco, bisogno di schiarire continuamente la voc...
14/09/2026

𝗥𝗘𝗙𝗟𝗨𝗦𝗦𝗢 𝗜𝗡 𝗚𝗢𝗟𝗔: 𝗣𝗘𝗥𝗖𝗛É 𝗡𝗢𝗡 𝗣𝗔𝗦𝗦𝗔?

Gola irritata, voce roca al mattino, muco, bisogno di schiarire continuamente la voce o quella fastidiosa sensazione di nodo in gola.

E magari hai già provato una terapia per il reflusso, senza ottenere il risultato che speravi.

Quando questi sintomi persistono, non è detto che il problema sia semplicemente «troppo acido».

Nel reflusso laringofaringeo possono entrare in gioco diversi fattori: alimentazione, organizzazione e orari dei pasti, abitudini quotidiane, caratteristiche del reflusso e sensibilità della mucosa laringea.

Per questo anche sul piano nutrizionale è importante non applicare una dieta standard, ma capire quali elementi possono avere un ruolo nel singolo caso.

Se riconosci i tuoi sintomi e vuoi approfondire il ruolo dell’alimentazione nel tuo caso, puoi fissare una visita con me presso La Clinica del Cibo a Milano oppure online.

👉 Per informazioni e appuntamenti trovi il link in bio.

𝗟𝗔 𝗣𝗨𝗡𝗧𝗨𝗥𝗔 𝗡𝗢𝗡 𝗕𝗔𝗦𝗧𝗔: 𝗣𝗘𝗥𝗖𝗛𝗘́ 𝗖𝗢𝗡 𝗜 𝗙𝗔𝗥𝗠𝗔𝗖𝗜 𝗣𝗘𝗥 𝗗𝗜𝗠𝗔𝗚𝗥𝗜𝗥𝗘 𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗘𝗧𝗔 𝗥𝗘𝗦𝗧𝗔 𝗖𝗥𝗨𝗖𝗜𝗔𝗟𝗘La diffusione degli analoghi delle incr...
10/09/2026

𝗟𝗔 𝗣𝗨𝗡𝗧𝗨𝗥𝗔 𝗡𝗢𝗡 𝗕𝗔𝗦𝗧𝗔: 𝗣𝗘𝗥𝗖𝗛𝗘́ 𝗖𝗢𝗡 𝗜 𝗙𝗔𝗥𝗠𝗔𝗖𝗜 𝗣𝗘𝗥 𝗗𝗜𝗠𝗔𝗚𝗥𝗜𝗥𝗘 𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗘𝗧𝗔 𝗥𝗘𝗦𝗧𝗔 𝗖𝗥𝗨𝗖𝗜𝗔𝗟𝗘

La diffusione degli analoghi delle incretine - farmaci, soprattutto iniettabili, che agiscono sui sistemi ormonali delle incretine modulando appetito, sazietà e metabolismo energetico - ha generato una narrazione semplificata e potenzialmente rischiosa: il medicinale come soluzione autonoma al sovrappeso.

Questa prospettiva è biologicamente inesatta e clinicamente problematica.

𝗖𝗼𝘀𝗮 𝗳𝗮𝗻𝗻𝗼 𝘃𝗲𝗿𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲 𝗾𝘂𝗲𝘀𝘁𝗶 𝗳𝗮𝗿𝗺𝗮𝗰𝗶

Gli agonisti del recettore GLP-1, come semaglutide (Ozempic e Wegovy) e liraglutide (Saxenda), e gli agonisti duali, come tirzepatide (Mounjaro), non si limitano a ridurre l'appetito.

Agiscono su molteplici livelli: stimolano il rilascio di insulina in risposta all'aumento della glicemia, riducono la secrezione di glucagone, rallentano lo svuotamento gastrico e modulano i segnali di fame e sazietà a livello cerebrale. Nel complesso, contribuiscono a ridurre l'introito calorico e a migliorare il controllo metabolico.

Gli agonisti duali hanno un profilo farmacologico particolarmente potente perché agiscono contemporaneamente sulle vie di segnalazione di GLP-1 e GIP.

Recenti ricerche suggeriscono inoltre effetti benefici che vanno oltre il semplice calo di peso.

Il farmaco crea quindi un ambiente biologico favorevole al dimagrimento. Ma, ovviamente, non può insegnare al paziente come costruire un'alimentazione adeguata.

𝗜𝗹 𝗺𝗮𝗹𝗶𝗻𝘁𝗲𝘀𝗼 𝗽𝗲𝗿𝗶𝗰𝗼𝗹𝗼𝘀𝗼

Molti pazienti obesi o in sovrappeso iniziano la terapia con la convinzione implicita: "Adesso basta la puntura, non devo fare niente di più". Non seguono alcun percorso nutrizionale, non modificano necessariamente la qualità della propria alimentazione e considerano il farmaco sufficiente.

Purtroppo non è così.

𝗖𝗼𝘀𝗮 𝗮𝗰𝗰𝗮𝗱𝗲 𝗾𝘂𝗮𝗻𝗱𝗼 𝗶𝗹 𝗱𝗶𝗺𝗮𝗴𝗿𝗶𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼 𝗮𝘃𝘃𝗶𝗲𝗻𝗲 𝘀𝗲𝗻𝘇𝗮 𝘂𝗻𝗮 𝗱𝗶𝗲𝘁𝗮 𝘀𝘁𝗿𝘂𝘁𝘁𝘂𝗿𝗮𝘁𝗮

Quando si perde peso, non si perde soltanto grasso: una quota della perdita riguarda anche la massa magra, che comprende la massa muscolare. Preservarla il più possibile è quindi un obiettivo importante durante un dimagrimento significativo.

Un adeguato apporto proteico, insieme all'attività fisica e soprattutto all'esercizio contro resistenza, contribuisce a preservare la massa muscolare e la funzione fisica. La quantità di proteine, tuttavia, deve essere individualizzata in funzione di peso, composizione corporea, età, attività fisica e condizioni cliniche.

Le conseguenze di una perdita eccessiva di massa muscolare possono andare ben oltre il semplice numero sulla bilancia:

◉ Perdita di forza e capacità funzionale: la riduzione della massa e della funzione muscolare può compromettere le prestazioni fisiche e, soprattutto nelle persone più anziane, contribuire alla fragilità e al rischio di cadute;

◉ Peggioramento della qualità del dimagrimento: perdere peso non significa necessariamente ottenere una composizione corporea ottimale; preservare la massa magra è parte integrante di un dimagrimento ben condotto;

◉ Riduzione della capacità funzionale: muscolo, forza e movimento sono strettamente interconnessi e diventano particolarmente importanti quando il dimagrimento è consistente;

◉ Maggiore vulnerabilità alla perdita di massa magra: età avanzata, sedentarietà, apporto proteico insufficiente e dimagrimento rapido possono aumentare questo rischio.

Inoltre, una marcata riduzione dell'introito alimentare può rendere più difficile coprire adeguatamente il fabbisogno di vitamine e minerali, soprattutto quando la dieta diventa poco varia o quantitativamente molto ridotta.

Lo stesso rallentamento dello svuotamento gastrico, effetto farmacologico caratteristico di questi medicinali, può contribuire a una maggiore sazietà e a una riduzione dell'introito alimentare. Per questo, quando si mangia molto meno, diventa ancora più importante che ciò che si mangia sia nutrizionalmente adeguato.

𝗜𝗹 𝗳𝗮𝗿𝗺𝗮𝗰𝗼 𝗻𝗼𝗻 𝗶𝗻𝘀𝗲𝗴𝗻𝗮 𝗮 𝗺𝗮𝗻𝗴𝗶𝗮𝗿𝗲

Questo è il punto dirimente.

Il farmaco riduce la fame e aumenta la sazietà, ma non sostituisce l'educazione alimentare. Può ridurre spontaneamente quantità, fame e interesse per alcuni alimenti, ma non garantisce da solo che l'alimentazione diventi completa, equilibrata e adeguata alle esigenze individuali.

Se prima una persona consumava frequentemente biscotti e bevande zuccherate, il farmaco può portarla a consumarne meno. Ma questo non significa necessariamente che abbia imparato a costruire un'alimentazione migliore.

Il deficit calorico ci sarà, il dimagrimento potrà avvenire, ma il semplice fatto di mangiare meno non garantisce un adeguato apporto di proteine e micronutrienti né una composizione corporea ottimale.

𝗖𝗼𝘀𝗮 𝗱𝗶𝗰𝗼𝗻𝗼 𝗹𝗲 𝗿𝗶𝗰𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲

Le evidenze disponibili mostrano che i farmaci incretinici sono strumenti molto efficaci per ottenere una significativa riduzione del peso corporeo. Ma le raccomandazioni cliniche non li considerano una sostituzione dell'intervento sullo stile di vita.

L'approccio più completo associa infatti farmacoterapia, alimentazione adeguata, attività fisica e, quando necessario, supporto comportamentale e psicologico.

Un aspetto cruciale è quindi la qualità del dimagrimento: non conta soltanto quanto peso si perde, ma anche da quali compartimenti corporei proviene il peso perso e come viene preservata la funzione fisica.

Nei trial clinici, una parte della perdita di peso ottenuta con questi farmaci è costituita da massa magra. Questo non significa che i farmaci "mangino il muscolo": significa che, come in qualunque dimagrimento importante, la preservazione della massa magra deve essere considerata un obiettivo specifico.

𝗖𝗼𝗻 𝗹𝗲 𝗽𝘂𝗻𝘁𝘂𝗿𝗲 𝗹𝗮 𝗱𝗶𝗲𝘁𝗮 𝗻𝗼𝗻 𝗲̀ 𝗳𝗮𝗰𝗼𝗹𝘁𝗮𝘁𝗶𝘃𝗮

Con gli agonisti GLP-1 o gli agonisti duali, l'alimentazione non diventa meno importante: diventa parte integrante della gestione del dimagrimento.

Significa prestare attenzione alla qualità complessiva della dieta, garantire un adeguato apporto proteico, scegliere alimenti ricchi di nutrienti, distribuire adeguatamente l'apporto alimentare e associare, quando possibile e appropriato, attività fisica e allenamento contro resistenza.

In alcuni pazienti può essere necessaria anche un'integrazione mirata, ma questa dovrebbe essere valutata sulla base delle reali necessità nutrizionali e cliniche, non automaticamente prescritta.

Senza queste attenzioni, il potenziale terapeutico del farmaco non viene necessariamente sfruttato al meglio. E il paziente può perdere una quantità significativa di massa magra o non riuscire a coprire adeguatamente i propri fabbisogni nutrizionali.

Infine, quando la terapia viene sospesa, il recupero del peso è frequente. Questo non significa semplicemente che il paziente "non ha imparato a mangiare": l'obesità è una condizione cronica multifattoriale e il farmaco agisce anche su meccanismi biologici che vengono meno con la sua sospensione.

Per questo la gestione del peso non dovrebbe essere ridotta alla sola prescrizione di una terapia farmacologica.

Gli analoghi delle incretine sono farmaci preziosi e potenti. Ma proprio perché consentono di mangiare meno, diventa ancora più importante assicurarsi che quel "meno" contenga tutto ciò di cui l'organismo ha bisogno.

E questo richiede un approccio nutrizionale personalizzato, integrato con attività fisica e, quando necessario, supporto psicologico.

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𝗣𝗜𝗨̀ 𝗣𝗥𝗢𝗧𝗘𝗜𝗡𝗘 𝗡𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗘𝗧𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗢 𝗦𝗣𝗢𝗥𝗧𝗜𝗩𝗢: 𝗤𝗨𝗔𝗡𝗧𝗘 𝗘 𝗤𝗨𝗔𝗟𝗜? Chi pratica sport ha esigenze nutrizionali diverse rispetto a ...
03/08/2026

𝗣𝗜𝗨̀ 𝗣𝗥𝗢𝗧𝗘𝗜𝗡𝗘 𝗡𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗘𝗧𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗢 𝗦𝗣𝗢𝗥𝗧𝗜𝗩𝗢: 𝗤𝗨𝗔𝗡𝗧𝗘 𝗘 𝗤𝗨𝗔𝗟𝗜?

Chi pratica sport ha esigenze nutrizionali diverse rispetto a una persona sedentaria.

Per un adulto sedentario il fabbisogno proteico è circa 0,8 g per kg di peso corporeo al giorno.

Negli sportivi, secondo le indicazioni della International Society of Sports Nutrition (ISSN), l’apporto può salire generalmente a 1,4-2,0 g/kg/die, in funzione della disciplina, del volume di allenamento e degli obiettivi.

Indicativamente:

🏃 Sport di endurance: 1,2-1,6 g/kg/die

⚽ Sport di squadra: 1,4-1,7 g/kg/die

🏋️ Sport di forza: 1,6-2,0 g/kg/die

L’aumento del fabbisogno è legato al fatto che l’allenamento stimola il turnover delle proteine muscolari. Nella fase di recupero, gli aminoacidi introdotti con la dieta vengono utilizzati per riparare e rimodellare le fibre muscolari, favorendo l’adattamento.

𝗡𝗼𝗻 𝗰𝗼𝗻𝘁𝗮 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗹𝗮 𝗾𝘂𝗮𝗻𝘁𝗶𝘁𝗮̀

Anche la qualità delle proteine è importante.

Carne, pesce, uova e latticini forniscono proteine ad alto valore biologico e tutti gli aminoacidi essenziali, tra cui la leucina, coinvolta nell’attivazione della sintesi proteica muscolare.

La carne, inoltre, non apporta soltanto proteine: contiene ferro eme, vitamina B12, zinco, creatina e carnosina, nutrienti coinvolti nel metabolismo energetico e nella funzione muscolare.

Questo non significa che lo sportivo debba consumarne eccessive quantità. All’interno di un’alimentazione equilibrata, la carne rappresenta una fonte proteica di qualità da alternare a pesce, uova, latticini e, in subordine, legumi e frutta a guscio.

𝗘 𝗴𝗹𝗶 𝗶𝗻𝘁𝗲𝗴𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶?

Le proteine in polvere possono essere utili per praticità, ma non hanno proprietà superiori rispetto agli alimenti. Nella maggior parte dei casi, un’alimentazione ben strutturata consente di raggiungere il fabbisogno proteico anche senza ricorrere agli integratori.

𝗟𝗘 𝗣𝗥𝗢𝗧𝗘𝗜𝗡𝗘 𝗡𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗘𝗧𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗢 𝗦𝗣𝗢𝗥𝗧𝗜𝗩𝗢Che le proteine siano fondamentali per chi pratica sport è ormai un dato acquisito...
03/08/2026

𝗟𝗘 𝗣𝗥𝗢𝗧𝗘𝗜𝗡𝗘 𝗡𝗘𝗟𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗘𝗧𝗔 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗢 𝗦𝗣𝗢𝗥𝗧𝗜𝗩𝗢

Che le proteine siano fondamentali per chi pratica sport è ormai un dato acquisito. Meno noto è quanto aumenti realmente il fabbisogno rispetto alla popolazione generale e perché questo incremento sia giustificato dalla fisiologia dell'esercizio.

Se per un adulto sedentario le raccomandazioni per prevenire la carenza proteica indicano un'assunzione di circa 0,8 grammi di proteine per chilogrammo di peso corporeo al giorno, in chi sottopone il proprio organismo a un allenamento regolare i valori possono arrivare tranquillamente al doppio e, in alcune condizioni, anche oltre.

Non si tratta di una moda alimentare né di una conseguenza del successo delle diete iperproteiche. È il risultato di decenni di ricerca sul metabolismo muscolare, che hanno chiarito come l'allenamento aumenti il turnover delle proteine corporee e renda necessario un maggiore apporto di aminoacidi per sostenere recupero e adattamento.

𝗜𝗹 𝗳𝗮𝗯𝗯𝗶𝘀𝗼𝗴𝗻𝗼 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝗶𝗰𝗼 𝗮𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮 𝗰𝗼𝗻 𝗹'𝗮𝗹𝗹𝗲𝗻𝗮𝗺𝗲𝗻𝘁𝗼

Secondo la International Society of Sports Nutrition (ISSN), la maggior parte degli sportivi necessita di un apporto compreso tra 1,4 e 2,0 g di proteine per chilogrammo di peso corporeo al giorno, modulato in funzione della disciplina praticata, del volume di allenamento e degli obiettivi individuali.

In termini pratici, negli sport di endurance, come corsa, ciclismo o nuoto, il fabbisogno si colloca generalmente intorno a 1,2-1,6 g/kg/die. Negli sport di squadra, caratterizzati dall'alternanza di fasi aerobiche e anaerobiche, può arrivare a circa 1,4-1,7 g/kg/die, mentre negli sport di forza e nelle discipline orientate all'aumento della massa muscolare tende a collocarsi tra 1,6 e 2,0 g/kg/die.

Durante periodi di restrizione calorica finalizzati alla perdita di grasso e al mantenimento della massa muscolare, alcuni studi suggeriscono che atleti selezionati possano beneficiare di apporti ancora superiori, fino a 2,3-3,1 g/kg di massa magra al giorno.

Per un soggetto di 75 kg che pratica regolarmente allenamento con i pesi, questo significa assumere indicativamente 120-150 grammi di proteine al giorno, una quantità quasi doppia rispetto al fabbisogno di una persona sedentaria dello stesso peso.

𝗣𝗲𝗿𝗰𝗵𝗲́ 𝗹𝗼 𝘀𝗽𝗼𝗿𝘁 𝗮𝘂𝗺𝗲𝗻𝘁𝗮 𝗶𝗹 𝗳𝗮𝗯𝗯𝗶𝘀𝗼𝗴𝗻𝗼 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝗶𝗰𝗼

L'allenamento non determina direttamente l'aumento della massa muscolare: rappresenta lo stimolo che induce l'organismo ad adattarsi. Nelle ore successive all'esercizio aumenta la sintesi proteica muscolare e il corpo utilizza gli aminoacidi disponibili per riparare le fibre sottoposte allo stress dell'allenamento e renderle progressivamente più efficienti.

Le proteine contribuiscono quindi alla riparazione dei tessuti, al mantenimento della massa magra, alla sintesi di enzimi e ormoni e al corretto funzionamento del sistema immunitario.

Negli sport di endurance, inoltre, una quota di aminoacidi può essere utilizzata come fonte energetica durante gli sforzi prolungati, soprattutto quando la disponibilità di carboidrati è ridotta.

𝗡𝗼𝗻 𝘀𝗼𝗹𝗼 𝗾𝘂𝗮𝗻𝘁𝗶𝘁𝗮̀: 𝗹𝗮 𝗾𝘂𝗮𝗹𝗶𝘁𝗮̀ 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗲 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝗶𝗻𝗲

Raggiungere il corretto apporto giornaliero è importante, ma non tutte le proteine hanno lo stesso valore nutrizionale.

Le fonti animali, come carne, pesce, uova e latticini, possiedono generalmente un elevato valore biologico e forniscono tutti gli aminoacidi essenziali nelle proporzioni necessarie alla sintesi proteica muscolare.

Un ruolo particolare è svolto dalla leucina, aminoacido essenziale in grado di attivare i meccanismi cellulari coinvolti nella costruzione delle proteine muscolari. Le evidenze disponibili indicano che un apporto di circa 2-3 grammi di leucina per pasto rappresenta uno stimolo efficace, quantità generalmente raggiungibile con circa 25-40 grammi di proteine di elevata qualità.

Per questo motivo, oltre alla quantità totale, è utile distribuire l'assunzione proteica nell'arco della giornata.

𝗟𝗮 𝗰𝗮𝗿𝗻𝗲 𝗲̀ 𝗮𝗻𝗰𝗼𝗿𝗮 𝗶𝗺𝗽𝗼𝗿𝘁𝗮𝗻𝘁𝗲 𝗻𝗲𝗹𝗹𝗮 𝗱𝗶𝗲𝘁𝗮 𝗱𝗲𝗹𝗹𝗼 𝘀𝗽𝗼𝗿𝘁𝗶𝘃𝗼?

Dal punto di vista nutrizionale, la carne fresca rappresenta una fonte particolarmente concentrata di proteine ad alto valore biologico e di diversi nutrienti utili a chi pratica attività fisica.

Oltre agli aminoacidi essenziali, apporta infatti ferro eme, vitamina B12, zinco, creatina e carnosina, sostanze coinvolte nel metabolismo energetico, nella funzione neuromuscolare e nella capacità di sostenere sforzi intensi.

Questo non significa che lo sportivo debba consumare eccessive quantità di carne. Un'alimentazione equilibrata prevede la rotazione delle diverse fonti proteiche, affiancando alla carne il pesce, le uova, i latticini e anche i legumi e la frutta a guscio.

La carne, inserita in un'alimentazione varia ed equilibrata, può continuare a rappresentare una fonte preziosa di proteine e micronutrienti per sostenere salute e performance dello sportivo.

𝗜𝗻𝘁𝗲𝗴𝗿𝗮𝘁𝗼𝗿𝗶 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝗶𝗰𝗶: 𝘀𝗲𝗿𝘃𝗼𝗻𝗼 𝗱𝗮𝘃𝘃𝗲𝗿𝗼?

Le proteine in polvere non hanno proprietà superiori rispetto agli alimenti. Possono essere utili soprattutto per praticità, ad esempio quando gli allenamenti sono frequenti o quando diventa difficile raggiungere il fabbisogno quotidiano attraverso la normale alimentazione.

Nella maggior parte dei casi, però, una dieta ben strutturata permette di soddisfare le esigenze dello sportivo senza ricorrere necessariamente agli integratori.

𝗣𝗶𝘂̀ 𝗽𝗿𝗼𝘁𝗲𝗶𝗻𝗲, 𝗾𝘂𝗶𝗻𝗱𝗶 (𝗰𝗼𝗻 𝗰𝗿𝗶𝘁𝗲𝗿𝗶𝗼)

La ricerca scientifica degli ultimi decenni ha chiarito che lo sportivo ha esigenze proteiche superiori rispetto alla popolazione sedentaria. Questo aumento non deve però tradursi in un consumo indiscriminato di proteine, ma in una valutazione del reale fabbisogno individuale.

Quantità adeguate, fonti di qualità e una corretta distribuzione nell'arco della giornata sono gli elementi che permettono alle proteine di svolgere al meglio il loro ruolo nel recupero e nell'adattamento all'allenamento.

𝗣𝗟𝗔𝗡𝗧-𝗕𝗔𝗦𝗘𝗗 𝗡𝗢𝗡 𝗦𝗜𝗚𝗡𝗜𝗙𝗜𝗖𝗔 𝗔𝗨𝗧𝗢𝗠𝗔𝗧𝗜𝗖𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗘 𝗦𝗔𝗡𝗢 Abbiamo iniziato a confondere il fatto che un prodotto derivi da una pian...
21/07/2026

𝗣𝗟𝗔𝗡𝗧-𝗕𝗔𝗦𝗘𝗗 𝗡𝗢𝗡 𝗦𝗜𝗚𝗡𝗜𝗙𝗜𝗖𝗔 𝗔𝗨𝗧𝗢𝗠𝗔𝗧𝗜𝗖𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗘 𝗦𝗔𝗡𝗢

Abbiamo iniziato a confondere il fatto che un prodotto derivi da una pianta con l’idea che sia automaticamente più salutare.

Ma tra un piatto di lenticchie e un burger vegetale progettato per imitare una bistecca esiste una differenza sostanziale. Entrambi possono essere definiti “plant-based”, ma appartengono a contesti nutrizionali molto diversi.

Una recente ricerca condotta sul mercato britannico ha confrontato 71 coppie di prodotti equivalenti, mettendo a confronto alternative vegetali e corrispettivi di origine animale.

Il risultato? Le alternative plant-based alla carne e ad altri prodotti animali presentavano circa il doppio degli additivi complessivi rispetto agli alimenti tradizionali.

Attenzione: questo non significa che gli additivi autorizzati siano automaticamente dannosi. La loro presenza, da sola, non permette di stabilire un effetto negativo sulla salute.

Il punto interessante è un altro: alcuni prodotti nati per rappresentare una scelta più semplice e naturale richiedono invece formulazioni industriali complesse per imitare consistenza, aroma e caratteristiche degli alimenti che sostituiscono.

Proteine concentrate, oli vegetali, aromi, emulsionanti, stabilizzanti e addensanti possono trasformare un ingrediente vegetale in un prodotto molto lontano dall’alimento originario.

Quando la ricerca parla dei benefici di un’alimentazione ricca di vegetali, si riferisce soprattutto a cibi come legumi, verdura, frutta, cereali integrali, frutta secca e semi.

La parola “plant-based” indica l’origine degli ingredienti, non necessariamente il livello di trasformazione o la qualità nutrizionale del prodotto finale.

La domanda più utile, quindi, non è:

“È vegetale o animale?”

Ma:

“Quanto è trasformato? Da quanti ingredienti è composto? Quanto assomiglia all’alimento da cui deriva?”

Perché una dieta di qualità non dipende solo dall’origine degli alimenti, ma dall’insieme delle loro caratteristiche: grado di trasformazione, densità nutrizionale, frequenza di consumo e ruolo complessivo nell’alimentazione quotidiana.

𝗣𝗟𝗔𝗡𝗧-𝗕𝗔𝗦𝗘𝗗 𝗡𝗢𝗡 𝗦𝗜𝗚𝗡𝗜𝗙𝗜𝗖𝗔 𝗔𝗨𝗧𝗢𝗠𝗔𝗧𝗜𝗖𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗘 𝗦𝗔𝗡𝗢: 𝗜𝗟 𝗟𝗔𝗧𝗢 𝗡𝗔𝗦𝗖𝗢𝗦𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗘 𝗔𝗟𝗧𝗘𝗥𝗡𝗔𝗧𝗜𝗩𝗘 𝗩𝗘𝗚𝗘𝗧𝗔𝗟𝗜Dall’idea di cibo naturale ch...
21/07/2026

𝗣𝗟𝗔𝗡𝗧-𝗕𝗔𝗦𝗘𝗗 𝗡𝗢𝗡 𝗦𝗜𝗚𝗡𝗜𝗙𝗜𝗖𝗔 𝗔𝗨𝗧𝗢𝗠𝗔𝗧𝗜𝗖𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗘 𝗦𝗔𝗡𝗢: 𝗜𝗟 𝗟𝗔𝗧𝗢 𝗡𝗔𝗦𝗖𝗢𝗦𝗧𝗢 𝗗𝗘𝗟𝗟𝗘 𝗔𝗟𝗧𝗘𝗥𝗡𝗔𝗧𝗜𝗩𝗘 𝗩𝗘𝗚𝗘𝗧𝗔𝗟𝗜

Dall’idea di cibo naturale che il termine “vegetale” tende a evocare nasce uno dei più interessanti paradossi della moderna alimentazione: abbiamo iniziato a confondere il fatto che un prodotto derivi da una pianta con l’idea che sia implicitamente più salutare.

Ma tra un piatto di lenticchie e un burger vegetale progettato in laboratorio per imitare una bistecca esiste una differenza sostanziale. Entrambi possono essere definiti “plant-based”, eppure appartengono a contesti nutrizionali molto diversi.

Una nuova analisi condotta sul mercato britannico aggiunge un elemento importante alla discussione. Lo studio “Number and type of food additives in plant-based vs animal-based products: an analysis of a UK supermarket range”, pubblicato il 25 giugno 2026 sulla rivista scientifica Food Additives & Contaminants: Part A, ha analizzato 71 coppie di prodotti “equivalenti” venduti in un supermercato britannico, confrontando alternative plant-based e corrispettivi di origine animale. Risultato? Le alternative vegetali alla carne e ad altri prodotti animali presentavano circa il doppio degli additivi complessivi rispetto agli alimenti tradizionali.

Capiamoci: gli additivi non sono automaticamente pericolosi. Quelli autorizzati vengono sottoposti a valutazioni di sicurezza e la loro presenza, da sola, non permette di stabilire un effetto negativo sulla salute. Ma il risultato è comunque interessante, perché mette in luce una contraddizione spesso ignorata: alcuni prodotti nati per rappresentare una scelta più semplice e naturale richiedono invece formulazioni sempre più complesse per assomigliare agli alimenti che intendono sostituire. Questi prodotti plant-based ricadono a pieno titolo nel novero degli alimenti ultraprocessati.

La carne, un uovo o un formaggio possiedono naturalmente una struttura fisica e caratteristiche sensoriali difficili da replicare. Una proteina vegetale isolata non ha la stessa consistenza, lo stesso aroma, la stessa succosità. Per questo l’industria alimentare deve intervenire con tecnologie specifiche: proteine concentrate, oli vegetali, aromi, coloranti, emulsionanti, stabilizzanti e addensanti.

Il risultato può essere un prodotto perfettamente compatibile con una scelta vegetariana o vegana, ma non necessariamente un alimento semplice, né, men che meno, naturale. Ed è proprio qui che nasce il principale equivoco: quando si parla dei benefici di un’alimentazione ricca di vegetali, la ricerca scientifica si riferisce soprattutto a cibi come legumi, verdura, frutta, cereali integrali, frutta secca e semi. Sono questi alimenti ad avere caratteristiche nutrizionali associate agli effetti positivi osservati negli studi epidemiologici.

Questo è il punto in cui il marketing e la nutrizione iniziano a parlare due lingue diverse. La parola plant-based descrive l’origine degli ingredienti, non il loro livello di trasformazione né la qualità nutrizionale del prodotto finito. Eppure, nella percezione di molti consumatori, “vegetale” finisce per diventare sinonimo di “più sano”, anche quando si tratta di alimenti ottenuti attraverso formulazioni industriali complesse.

La domanda più utile, quindi, non dovrebbe essere: “Questo prodotto è vegetale o animale?” Dovremmo chiederci piuttosto: quanto è trasformato? Da quanti ingredienti è composto? Quanto assomiglia all’alimento da cui deriva?

Perché la qualità di una dieta non dipende soltanto dall’origine botanica o animale degli alimenti, ma dall’insieme delle loro caratteristiche: grado di trasformazione, densità nutrizionale, frequenza di consumo e ruolo complessivo nell’alimentazione quotidiana.

Il vero obiettivo non è sostituire gli alimenti animali con tentativi malriusciti di loro copie vegetali, ma imparare a distinguere tra un alimento che nasce da una pianta e un prodotto industriale che usa una pianta per costruire qualcosa di completamente diverso.

𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗘𝗧𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗧𝗜 𝗙𝗔 𝗣𝗘𝗥𝗗𝗘𝗥𝗘 𝟭𝟬 𝗞𝗚... 𝗘 𝗧𝗜 𝗣𝗥𝗘𝗣𝗔𝗥𝗔 𝗔 𝗥𝗜𝗣𝗥𝗘𝗡𝗗𝗘𝗥𝗟𝗜!La bilancia scende. Finalmente. Dopo settimane di sacrifi...
09/07/2026

𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗘𝗧𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗧𝗜 𝗙𝗔 𝗣𝗘𝗥𝗗𝗘𝗥𝗘 𝟭𝟬 𝗞𝗚... 𝗘 𝗧𝗜 𝗣𝗥𝗘𝗣𝗔𝗥𝗔 𝗔 𝗥𝗜𝗣𝗥𝗘𝗡𝗗𝗘𝗥𝗟𝗜!

La bilancia scende.

Finalmente.

Dopo settimane di sacrifici, il numero sulla bilancia sembra confermare che la dieta sta funzionando.

Ma c’è una domanda che spesso viene dimenticata:

𝗖𝗵𝗲 𝗰𝗼𝘀𝗮 𝗵𝗼 𝗽𝗲𝗿𝘀𝗼 𝗿𝗲𝗮𝗹𝗺𝗲𝗻𝘁𝗲?

Il peso corporeo non è fatto solo di grasso.

Quando dimagriamo possiamo perdere anche acqua, glicogeno e, in alcuni casi, massa muscolare.

Ed è proprio qui che alcuni percorsi dimagranti possono nascondere un problema.

Perché perdere chili non sempre significa ottenere un risultato positivo per il corpo.

Può capitare di perdere peso e poi ritrovarsi con:

🔹 meno energia
🔹 meno forza
🔹 meno tono muscolare
🔹 più fame
🔹 maggiore difficoltà nel mantenere il risultato nel tempo

Il muscolo non è solo una questione estetica.

È un tessuto fondamentale per il metabolismo, per la gestione degli zuccheri nel sangue, per la forza e per la capacità di mantenere un peso stabile.

Un buon percorso dimagrante non dovrebbe avere come unico obiettivo far scendere il numero sulla bilancia.

Dovrebbe aiutare a ridurre il grasso corporeo preservando salute, funzionalità e benessere.

Perché perdere peso è un risultato.

𝗣𝗲𝗿𝗱𝗲𝗿𝗲 𝗽𝗲𝘀𝗼 𝗻𝗲𝗹 𝗺𝗼𝗱𝗼 𝗴𝗶𝘂𝘀𝘁𝗼 è l’obiettivo più importante.

Ti è mai capitato di dimagrire e poi sentirti con meno energie o di riprendere rapidamente i chili persi?

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