01/10/2026
Tumore al polmone avanzato: l'immunoterapia preventiva apre a nuove possibilità di cura
Ad ASTRO 2026, il più importante congresso mondiale di radioterapia oncologica, tenutosi a Boston, il professor Andrea Filippi, direttore della nostra Struttura Complessa di Radioterapia, ha presentato uno studio internazionale, a cui ha partecipato anche l'INT, che apre nuove prospettive per alcuni malati di tumore al polmone.
La ricerca, entrata negli highlights del congresso, ha coinvolto 142 pazienti con malattia localmente avanzata, non metastatica, al terzo stadio: casi trattati storicamente con la chirurgia oppure con chemioradioterapia seguita da immunoterapia.
"Abbiamo testato due coorti separate di pazienti", spiega Filippi. Alla prima, con malattia chirurgica fin dall'inizio, sono stati somministrati due cicli di chemio-immunoterapia, seguiti da una nuova valutazione del team multidisciplinare: confermata la fattibilità, si procedeva con l'intervento e con l'immunoterapia di consolidamento.
La seconda coorte, più innovativa, riuniva pazienti con malattia più avanzata, che tradizionalmente andavano alla chemioradioterapia. "Abbiamo invece provato a fare prima due cicli di chemio-immunoterapia. Dopo la valutazione, alcuni sono stati avviati alla chirurgia, altri alla chemioradioterapia seguita da immunoterapia di mantenimento".
Alla fine, su 142 pazienti arruolati solo 11 non sono stati in condizione né di essere operati né di essere indirizzati alla radioterapia. Più del 92% è arrivato a un trattamento curativo.
"I pazienti operati sono andati estremamente bene, come ci si aspettava", commenta Filippi. "Ma abbiamo ottenuto risultati molto positivi anche per chi, dopo i due cicli iniziali, è stato spostato sulla chemioradioterapia. È molto probabile che averli intercettati prima e aver fatto la radioterapia al momento giusto abbia consentito loro di tollerarla molto meglio, con risultati migliori e simili a quelli chirurgici”.
In pratica si può partire con un'induzione, cioè una prima parte di chemio-immunoterapia, per decidere poi quale sia la miglior terapia locale, chirurgia o radioterapia. Una strategia adattativa che, dice Filippi, "offre un'ottima possibilità di portare il paziente alla cura".
Questo, aggiunge il professore, "cambia un po' la prospettiva con cui si dice ai pazienti in stadio 3 fin dall'inizio che sono o non sono operabili, con tutte le conseguenze anche psicologiche che ne derivano. Il messaggio ai pazienti è quindi più positivo".