Francesco Boz - Psicologia

Francesco Boz - Psicologia Ogni giorno uno spunto su cui riflettere insieme, per finire la giornata con qualcosa in più 🧠

04/09/2026

Cos’è davvero la fiducia in se stessi
La fiducia in se stessi viene spesso confusa con autostima, sicurezza o ottimismo.
Sono concetti collegati, ma non identici.
Il costrutto più vicino, nella letteratura psicologica, è quello di self-efficacy proposto da Albert Bandura: la convinzione di essere in grado di organizzare e mettere in atto i comportamenti necessari per affrontare determinate situazioni.
È importante perché l’autoefficacia è specifica: una persona può sentirsi molto competente sul lavoro e completamente insicura nelle relazioni, o viceversa.
E soprattutto non si costruisce soltanto attraverso pensieri positivi.
Una delle sue fonti principali sono le mastery experiences: affrontare situazioni reali e scoprire, attraverso l’esperienza, di riuscire a gestirle.
Per questo la fiducia non richiede la certezza del successo.
Richiede qualcosa di più realistico:
la convinzione di possedere, o poter sviluppare, le risorse necessarie per affrontare quello che succederà.
Bibliografia
Bandura, A. (1977). Self-efficacy: Toward a unifying theory of behavioral change. Psychological Review, 84(2), 191–215.
Bandura, A. (1997). Self-efficacy: The exercise of control. W. H. Freeman.
Maddux, J. E. (2009). Self-efficacy: The power of believing you can. In C. R. Snyder & S. J. Lopez (Eds.), Oxford handbook of positive psychology (2nd ed., pp. 335–343). Oxford University Press.
Stajkovic, A. D., & Luthans, F. (1998). Self-efficacy and work-related performance: A meta-analysis. Psychological Bulletin, 124(2), 240–261.

03/09/2026

Chi dice parolacce è più onesto
L’idea “chi dice parolacce è più onesto” nasce soprattutto da uno studio di Feldman e colleghi del 2017.
Gli autori condussero tre studi: uno su 276 partecipanti, uno sull’uso linguistico di oltre 73.000 utenti Facebook e uno su indicatori aggregati dei 50 stati americani. In tutti trovarono un’associazione positiva tra uso di profanity e misure di onestà o integrità.
Questo però non permette di usare le parolacce come test di sincerità.
Le misure erano diverse nei tre studi e i risultati sono correlazionali. Non dimostrano che dire parolacce renda una persona più onesta né che una singola persona che impreca dica necessariamente la verità.
Una possibile interpretazione è che il linguaggio profano sia spesso meno sottoposto alle convenzioni di presentazione sociale e possa quindi accompagnare un’espressione più diretta delle proprie emozioni. Gli stessi autori richiamano anche studi in cui il linguaggio contenente parolacce veniva percepito come più credibile.
Quindi: titolo provocatorio, conclusione più precisa.
Le parolacce possono essere associate a maggiore franchezza. Non sono un certificato di onestà.
Bibliografia
Feldman, G., Lian, H., Kosinski, M., & Stillwell, D. (2017). Frankly, we do give a damn: The relationship between profanity and honesty. Social Psychological and Personality Science, 8(7), 816–826.
Rassin, E., & Van Der Heijden, S. (2005). Appearing credible? Swearing helps! Psychology, Crime & Law, 11(2), 177–182.

02/09/2026

Quando vivi la relazione come un palco
All’inizio possiamo conquistare qualcuno con ciò che sappiamo già fare bene.
Poi però la relazione comincia a chiederci risposte che non abbiamo ancora preparato.
Ed è spesso lì che si vede la differenza tra saper conquistare qualcuno e saper costruire qualcosa con lui.
Bibliografia
Birnbaum, G. E., Iluz, M., & Reis, H. T. (2020). Making the right first impression: Sexual priming encourages attitude change and self-presentation lies during encounters with potential partners. Journal of Experimental Social Psychology, 86, 103904.
Laurenceau, J. P., Barrett, L. F., & Pietromonaco, P. R. (1998). Intimacy as an interpersonal process: The importance of self-disclosure, partner disclosure, and perceived partner responsiveness in interpersonal exchanges. Journal of Personality and Social Psychology, 74(5), 1238–1251.
Wickham, R. E. (2013). Perceived authenticity in romantic partners. Journal of Experimental Social Psychology, 49(5), 878–887.

01/09/2026

Dove qualcosa soffre, qualcosa parla
La formulazione “dove qualcosa soffre, qualcosa parla” sintetizza un passaggio di Jacques Lacan contenuto ne La cosa freudiana o senso del ritorno a Freud in psicoanalisi: “ça parle… là où ça souffre”.
Nella prospettiva psicoanalitica il sintomo non viene considerato soltanto un disturbo da eliminare, ma qualcosa che può esprimere un conflitto o un significato non immediatamente accessibile alla coscienza.
Oggi non è necessario aderire alla teoria lacaniana per conservare una parte utile di questa intuizione.
Anche molti approcci contemporanei cercano di comprendere la funzione di un comportamento o di un’esperienza emotiva all’interno del contesto in cui compare.
Questo non significa romanticizzare la sofferenza o pensare che ogni sintomo contenga una verità nascosta.
Significa evitare di ridurre automaticamente il problema a:
“Come faccio a farlo sparire?”
A volte è altrettanto importante chiedersi:
“Che cosa sta succedendo nella mia vita perché questa esperienza continui a presentarsi?”
Bibliografia
Lacan, J. (1966). La chose freudienne ou sens du retour à Freud en psychanalyse. In Écrits. Éditions du Seuil. [Testo originariamente presentato nel 1955].
Hayes, S. C., Strosahl, K. D., & Wilson, K. G. (2012). Acceptance and commitment therapy: The process and practice of mindful change (2nd ed.). Guilford Press.
Linehan, M. M. (2015). DBT skills training manual (2nd ed.). Guilford Press.

31/08/2026

Non dimenticarti di vivere mentre costruisci il futuro
Non tutto il tempo deve produrre qualcosa per il futuro.
Una parte dovrebbe semplicemente diventare vita.
Bibliografia
Carstensen, L. L., Isaacowitz, D. M., & Charles, S. T. (1999). Taking time seriously: A theory of socioemotional selectivity. American Psychologist, 54(3), 165–181.
Löckenhoff, C. E., & Carstensen, L. L. (2004). Socioemotional selectivity theory, aging, and health: The increasingly delicate balance between regulating emotions and making tough choices. Journal of Personality, 72(6), 1395–1424.
Stolarski, M., Fieulaine, N., & van Beek, W. (2020). Deviation from the balanced time perspective: A systematic review of empirical relationships with psychological variables. Personality and Individual Differences, 156, 109772.

30/08/2026

Una relazione sana deve cambiarti
L’idea che una relazione sana non debba cambiarci è poco realistica.
Le relazioni significative producono inevitabilmente influenza reciproca.
Nel modello della self-expansion, Aron e colleghi descrivono come il partner possa diventare progressivamente parte della rappresentazione che abbiamo di noi stessi, ampliando prospettive, attività, risorse e identità.
Anche le aspettative relazionali e i modelli di attaccamento possono modificarsi attraverso esperienze ripetute di sicurezza, disponibilità, conflitto e riparazione.
Questo però non significa che ogni cambiamento sia positivo.
Una relazione può renderti più sicuro, flessibile e capace di fidarti.
Ma può anche renderti più ansioso, ipervigilante, chiuso o insicuro.
Per questo il criterio non dovrebbe essere:
“Con questa persona sono rimasto esattamente me stesso.”
Piuttosto:
“La persona che sto diventando dentro questa relazione mi piace?”
Essere influenzati non è necessariamente perdere se stessi.
In una buona relazione può significare sviluppare parti di sé che da soli sarebbero rimaste meno accessibili.
Bibliografia
Aron, A., Aron, E. N., Tudor, M., & Nelson, G. (1991). Close relationships as including other in the self. Journal of Personality and Social Psychology, 60(2), 241–253.
Fraley, R. C. (2019). Attachment in adulthood: Recent developments, emerging debates, and future directions. Annual Review of Psychology, 70, 401–422.
Mikulincer, M., & Shaver, P. R. (2016). Attachment in adulthood: Structure, dynamics, and change (2nd ed.). Guilford Press.
Rusbult, C. E., & Van Lange, P. A. M. (2003). Interdependence, interaction, and relationships. Annual Review of Psychology, 54, 351–375.

29/08/2026

La socialità è passata da essere spontanea a essere un impegno
“La socialità è diventata un impegno” è ovviamente una generalizzazione, non una legge storica universale.
Ma descrive bene un cambiamento frequente nel passaggio all’età adulta.
Molte amicizie giovanili vengono facilitate da contesti che producono automaticamente prossimità e ripetizione: scuola, università, sport, quartiere, gruppi condivisi.
Quando questi contesti scompaiono, il legame deve essere mantenuto più intenzionalmente.
La ricerca mostra inoltre che le reti sociali cambiano durante il corso della vita e che il tempo trascorso insieme è una componente importante nello sviluppo dell’amicizia.
Questo significa che organizzare una cena tre settimane prima non rende necessariamente l’amicizia meno autentica.
Può semplicemente essere il modo adulto di produrre artificialmente ciò che prima avveniva spontaneamente.
Il rischio vero è aspettare che la socialità continui a “capitare” come quando avevamo vent’anni.
Perché spesso, da adulti, le persone che continui a vedere sono semplicemente quelle per cui hai continuato a creare spazio.
Bibliografia
Festinger, L., Schachter, S., & Back, K. (1950). Social pressures in informal groups: A study of human factors in housing. Stanford University Press.
Hall, J. A. (2019). How many hours does it take to make a friend? Journal of Social and Personal Relationships, 36(4), 1278–1296.
Wrzus, C., Hänel, M., Wagner, J., & Neyer, F. J. (2013). Social network changes and life events across the life span: A meta-analysis. Psychological Bulletin, 139(1), 53–80.
Sandstrom, G. M., & Dunn, E. W. (2014). Social interactions and well-being: The surprising power of weak ties. Personality and Social Psychology Bulletin, 40(7), 910–922.

28/08/2026

Ranma 1/2 e la fatica di essere una persona sola
Ranma 1/2, manga di Rumiko Takahashi pubblicato tra il 1987 e il 1996, sembra una commedia assurda sulle trasformazioni. Ma sotto c’è un tema molto potente: l’identità.
Ranma cambia forma, ma resta sempre alle prese con la stessa domanda: come si fa a essere sé stessi quando dentro di noi convivono parti diverse?
Nella vita reale non ci trasformiamo con l’acqua fredda, ma cambiamo ruolo, tono, sicurezza, fragilità, modo di presentarci.
Il problema non è avere parti diverse.
Il problema è credere che una parte renda falsa l’altra.
Forse crescere significa proprio questo: non diventare finalmente “uno solo”, ma imparare a non trattare ogni contraddizione come una colpa.
Bibliografia
Harter, S. (1999). The construction of the self: A developmental perspective. Guilford Press.
McAdams, D. P. (2001). The psychology of life stories. Review of General Psychology, 5(2), 100–122.
Rogers, C. R. (1961). On becoming a person: A therapist’s view of psychotherapy. Houghton Mifflin.
Takahashi, R. (1987–1996). Ranma 1/2. Shogakukan.

28/08/2026
27/08/2026

Nausicaä e l’intelligenza di chi non reagisce subito con la guerra
Nausicaä della Valle del vento non parla solo di ecologia o guerra.
Parla di cosa succede alla mente quando ha paura.
La paura è utile: ci protegge, ci attiva, ci prepara a reagire.
Ma quando diventa l’unico filtro con cui guardiamo il mondo, iniziamo a vedere nemici ovunque.
Nausicaä è interessante perché non elimina la paura.
La attraversa.
Resta curiosa dove gli altri diventano violenti.
Cerca di capire dove gli altri vogliono controllare.
Si avvicina dove gli altri distruggono.
E forse questa è una delle forme più alte di maturità psicologica: non reagire subito alla minaccia percepita, ma chiedersi se abbiamo davvero capito quello che stiamo combattendo.
Bibliografia
Fredrickson, B. L. (2001). The role of positive emotions in positive psychology: The broaden-and-build theory of positive emotions. American Psychologist, 56(3), 218–226.
LeDoux, J. E. (1996). The emotional brain: The mysterious underpinnings of emotional life. Simon & Schuster.
Miyazaki, H. (1982–1994). Nausicaä della Valle del vento. Tokuma Shoten.
Miyazaki, H. (1984). Nausicaä della Valle del vento [Film]. Topcraft; Tokuma Shoten.
Öhman, A. (2005). The role of the amygdala in human fear: Automatic detection of threat. Psychoneuroendocrinology, 30(10), 953–958.

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