09/08/2026
L’anoressia e la bulimia non sono categorizzabili con un’unica accezione. Nella clinica psicoanalitica esse si declinano diversamente a seconda della struttura sottostante. Il rifiuto del cibo, al di là della compensazione del segno d’amore, é soggettivazione rispetto all’altro che ottura il bisogno, neutralizza la domanda, esclude radicalmente la possibilità dell’emergenza del desiderio oppure muro che protegge dal desiderio, tentativo di ripetizione e imitazione infinita del godimento uno, oppure punto d’arresto, tentativo infinito di separazione, di dire no al godimento dell’altro. L’alimentazione umana non è sotto l’infallibile guida dell’istinto, non è mero atto del corpo biologico, al contrario, è irrimediabilmente segnata dal linguaggio, dal segno che la priva di una quota di esistenza, di un più di godimento ed al contempo la umanizza per sempre. Non è un mero comportamento, l’anoressia/bulimia non rappresentano una devianza, uno sbandamento dalla logica naturale dell’istinto ma sono espressione della mancanza, dell’incolmabile vuoto pulsionale, dell’umanizzazione dell’atto del nutrirsi. Non mangiare è scavare il vuoto nell’Altro, attualizzare la presenza della mancanza in risposta alla mancanza di mancanza.
La psicoanalisi non appiattisce il soggetto al sintomo, non fa del sintomo una struttura, una diagnosi e tantomeno un soggetto.
Il corpo si fa segno, insegna, elemento uno, granitico, non vi è il rilancio che è proprio della catena significante.
Il lavoro preliminare spesso termina quando si traduce nel saturare, otturare la domanda, nel rispondere con un sapere ad una domanda legata ad un sapere immaginario, fallace per definizione, destinato allo scarto. Ingozzare di sapere mette in ombra il soggetto.