14/08/2026
Mi confrontavo l’altro giorno con una professionista nell’ambito delle relazioni d’aiuto.
Lei sosteneva che per rimanere autorevoli nei confronti dei clienti è necessario mantenere il più completo riserbo sulla propria vita privata.
Evitare di raccontare loro le nostre vicende personali, soprattutto le esperienze difficili e dolorose che può capitarci di attraversare.
Secondo lei, quando raccontiamo di noi e della nostra vita, mostrandoci nella nostra fragilità, avviene che perdiamo il nostro ruolo; smettiamo di essere quella “roccia” integra ed affidabile a cui le persone sentono di potersi aggrappare per superare le proprie difficoltà.
Io non sono affatto d’accordo.
Credo che proprio chi lavora con le persone, chi è al servizio degli altri, non possa rinunciare a mostrarsi nella propria umana fragilità.
Capisco che qualcuno ne approfitti: in molti casi raccontare di sé può essere uno stratagemma per eliminare i ruoli, avvicinare a sé il cliente e creare uno pseudo legame di intesa che di fatto è dipendenza.
Ma è proprio la nostra esperienza diretta della vita a renderci empatici e che costituisce quel “capitale” che possiamo e dobbiamo mettere a disposizione degli altri perché possano superare le loro difficoltà e progredire nel loro cammino.
Lo stesso Jung associava il mito di Chirone, il guaritore che attraverso la propria sofferenza impara l’arte della cura – proprio alla figura del terapeuta.
Sosteneva che il terapeuta può comprendere la sofferenza dell’altro solo riconoscendo e integrando la propria sofferenza, non come debolezza o fragilità, ma come forza e strumento per poter entrare in contatto con l’altro.
Anche Hilda Chalton, guaritrice spirituale, diceva che “non possiamo insegnare ciò che non abbiamo sperimentato”.
Come a dire che le specifiche prove di sofferenza che ci troviamo ad affrontare via via nella nostra vita diventano poi la “specializzazione” del nostro curriculum professionale.
Posso dire che questo è vero.
Ogni qual volta nella mia vita mi sono trovata ad affrontare una specifica difficoltà personale o famigliare, una volta superata, mi sono arrivati clienti che mi chiedevano aiuto per quella stessa tematica.
E’ successo per temi che riguardavano in generale il campo familiare ma anche per malattie o sintomi fisici che mi hanno direttamente interessata o hanno interessato qualcuno dei miei familiari.
Spesso succede che il terapeuta/guaritore venga visto come entità astratta che ha in sé le tecniche e gli strumenti appresi teoricamente per poter guarire l’altro, che possiede la verità, immune dalla sofferenza, infallibile.
In realtà a mio avviso un buon terapeuta/guaritore è un uomo o una donna ferito/a, che è entrato in contatto con la propria sofferenza e che ci ha “fatto i conti”, che l’ha affrontata, l’ha integrata, e da questa ferita ha trovato la via per prendere contatto con le ferite altrui.