01/06/2025
Il di
Il gesto estremo che ha spezzato la vita di Martina non nasce all’improvviso. È il frutto di un mondo interno disturbato, confuso, dove amore e possesso, dolore e rabbia, realtà e fantasia si mescolano senza confini. Il ragazzo che l’ha uccisa non ha compiuto solo un delitto: ha manifestato un crollo psichico totale, un’esplosione di angoscia non pensabile, non contenibile, non dicibile.
Nel suo universo interno, la ragazza non è mai stata un’altra persona con un’esistenza propria, ma un’estensione del suo essere. Una presenza necessaria per definire se stesso. Quando lei tenta di allontanarsi, lui non vive quel gesto come un addio, ma come un atto di distruzione: senza di lei, lui non sa più chi è. L’abbandono viene vissuto come annientamento. E così reagisce: non lasciando andare.
Le emozioni che lo attraversano ,umiliazione, rabbia, fragilità, non riescono a trasformarsi in pensiero. Restano grezze, roventi, e si riversano sul corpo dell’altro. Il gesto diventa parola, perché la parola, quella vera, non esiste. L’agito è il suo unico modo per “dire” qualcosa. Non riesce a contenere il dolore della perdita, quindi distrugge ciò che glielo provoca.
Quando Martina smette di essere la ragazza che lo ama, diventa per lui una minaccia, un nemico, un oggetto da eliminare. La mente non riesce a integrare la complessità, a tenere insieme amore e rifiuto. Per questo la sua violenza non è solo vendetta: è un tentativo disperato di ristabilire ordine nel caos. Di togliere di mezzo ciò che lo ferisce, come se cancellando l’altro potesse liberarsi del proprio vuoto.
Fame di controllo e fragilità identitaria:
Chi non ha un centro stabile dentro di sé cerca di costruirlo fuori. Martina, per lui, era un’ancora. Quando ha provato a liberarsi, lui ha vissuto quella libertà come una condanna. Non tollerava che lei potesse scegliere, decidere, essere autonoma. Non perché fosse geloso nel senso banale del termine, ma perché il suo stesso equilibrio psichico dipendeva dal tenerla vicina, sottomessa.
La violenza estrema rivela la totale incapacità di concepire l’altro come altro. In quel gesto c’è un delirio di potere e di disperazione: se non posso averti, non devi esistere. Non è amore che uccide, ma una forma primitiva di fusione che non tollera la separazione.
Il profilo psicologico che emerge è quello di una mente senza pelle: vulnerabile, narcisisticamente ferita, incapace di tollerare la frustrazione. Non ha strumenti per contenere la perdita, per accettare il no, per sopportare il vuoto. Il suo gesto non è solo omicidio: è la rappresentazione estrema di una psiche che, non sapendo piangere, devasta.