Dott.ssa Barbara Funaro Psicologa Psicoterapeuta PsicoanalistaSpp

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Dott.ssa Barbara  Funaro  Psicologa Psicoterapeuta PsicoanalistaSpp Dr. Barbara Funaro Psicologa Psicoterapeuta Psicoanalista Sessuologa e Criminologa a Milano

25/08/2026
Il vero lusso? Star bene.Nel salto ostacoli non esistono scorciatoie. Esistono preparazione, fiducia, disciplina e un pe...
27/06/2026

Il vero lusso? Star bene.

Nel salto ostacoli non esistono scorciatoie. Esistono preparazione, fiducia, disciplina e un perfetto equilibrio tra corpo e mente.

Per un’amazzone, ogni percorso inizia molto prima dell’ingresso in campo. Inizia dalla cura di sé.

Per questo Ginevra Ferrario, amazzone e atleta, ha scelto Medices Health Clinic, mettendo la salute al centro della propria performance. Perché il benessere è il primo traguardo da raggiungere.

Ogni salto racconta una storia di impegno.
Ogni vittoria nasce dalla prevenzione.
Ogni grande performance parte dalla salute.

Medices Health Clinic
Il vero lusso, star bene.

08/05/2026

Ciò che conta davvero non ha bisogno di pubblico, ma di radici.
Le gioie più autentiche non nascono dall’essere viste, approvate o raccontate: nascono nell’intimità di ciò che custodisci con cura.
Viaggia senza annunciare ogni partenza.
Ama senza esibire ogni emozione.
Costruisci in silenzio ciò che sogni.
Proteggi la tua pace come si protegge una fiamma dal vento.

Perché non tutto ciò che si mostra fiorisce; molte cose, appena esposte, si consumano sotto il peso delle aspettative, dei commenti, delle proiezioni altrui.
Esiste una bellezza discreta nel tenere per sé ciò che è sacro: non segretezza, ma custodia; non chiusura, ma discernimento.

A volte la felicità più piena è quella che non ha testimoni, se non il tuo cuore che finalmente riconosce di essere nel posto giusto.

Da psicoterapeuta, trovo questo tipo di affermazioni non solo semplicistiche, ma profondamente fuorvianti. Definire la f...
19/04/2026

Da psicoterapeuta, trovo questo tipo di affermazioni non solo semplicistiche, ma profondamente fuorvianti. Definire la famiglia come “luogo pericoloso” in senso generalizzato è un’operazione retorica che suona più come provocazione da palcoscenico che come riflessione fondata su basi cliniche solide.
La psicoanalisi quella vera, non quella ridotta a slogan ,ci insegna esattamente il contrario: la famiglia è il primo spazio simbolico in cui il soggetto si struttura, il luogo in cui si costituiscono legami, limiti, desiderio. Certo, è anche il luogo del conflitto. Ma confondere il conflitto con il pericolo è un errore teorico grave.
Freud non ha mai parlato della famiglia come “pericolosa” in sé, ma come teatro delle dinamiche fondamentali dello sviluppo psichico. Winnicott ci parla di “ambiente sufficientemente buono”, non di ambiente ideale. Lacan ci ricorda che è proprio attraverso l’Altro ,incarnato inizialmente dalla famiglia ,che il soggetto prende forma.
Dire che “i ragazzi stanno sempre peggio” e che “li capiamo sempre meno” senza distinguere tra trasformazioni culturali, cambiamenti sociali e crisi del simbolico è una semplificazione che rischia di alimentare solo allarmismo sterile.
Più che una verità clinica, questa sembra una costruzione narrativa pensata per catturare attenzione. E quando la complessità della psiche viene sacrificata per fare audience, il risultato non è divulgazione: è distorsione.
La famiglia non è un luogo pericoloso. È un luogo complesso. E la complessità merita rispetto, non slogan.




Mentre i giovani presenti invocano pace, come ha raccontato uno dei sopravvissuti, si impone una domanda più profonda e ...
04/01/2026

Mentre i giovani presenti invocano pace, come ha raccontato uno dei sopravvissuti, si impone una domanda più profonda e scomoda: dov’era l’adulto? Non l’adulto inteso come figura genitoriale, ma l’adulto come funzione sociale, come garante della sicurezza, come presidio di vigilanza e protezione. È in questa assenza che si concentra il vero nodo della tragedia. Le critiche rivolte ai ragazzi, accusati di non aver reagito o di non aver compreso la gravità della situazione, ignorano ciò che le neuroscienze spiegano con chiarezza: non si è trattato di superficialità o apatia, ma di un limite fisiologico dei sistemi di allerta. Il cervello umano non riconosce il pericolo in modo oggettivo, ma lo valuta in relazione alle aspettative. L’amigdala si attiva quando uno stimolo rompe lo schema di sicurezza o richiama un’esperienza traumatica pregressa. In una discoteca, soprattutto la notte di Capodanno, fumo, calore, luci intermittenti, rumori assordanti e confusione sono elementi perfettamente coerenti con il contesto. Per questo la mente dei ragazzi ha interpretato ciò che stava accadendo come parte della festa e non come una minaccia immediata alla vita. Quando un ambiente è codificato come spazio di divertimento, il cervello tende a inibire i segnali di allarme che, in altri luoghi, avrebbero attivato una risposta di fuga istantanea. A questo si aggiunge un fattore storico e culturale: il progresso e la civilizzazione hanno progressivamente attenuato gli istinti primari di autoprotezione, rendendo la gestione del rischio un compito che non può più essere affidato all’intuizione individuale, ma deve essere garantito da strutture, regole e responsabilità adulte. A complicare ulteriormente il quadro intervengono le dinamiche della folla. Quando l’individuo è immerso in una moltitudine, il pensiero critico si attenua, il senso di responsabilità personale si diluisce e prevale una dimensione emotiva collettiva, impulsiva e suggestionabile. In un clima di euforia condivisa, tipico di una celebrazione di fine anno e spesso amplificato dall’alcol, è irrealistico pretendere lucidità, prontezza decisionale e capacità di gestione dell’emergenza da parte di minorenni. I ragazzi erano semplicemente dove dovevano essere, a fare ciò che è naturale alla loro età: festeggiare. Colpevolizzarli per non aver intuito subito il pericolo, per aver filmato o per non essere fuggiti significa fraintendere il funzionamento profondo della mente umana e delle dinamiche sociali. Significa attribuire ai giovani una responsabilità che non compete loro. In quella notte non è mancata la maturità dei ragazzi, è mancata la tutela degli adulti. La responsabilità non risiede negli smartphone accesi, ma nelle autorizzazioni concesse, nei piani di sicurezza inadeguati, nei controlli assenti e nella vigilanza insufficiente di chi aveva il dovere di proteggere quella spensieratezza. In quell’assenza, dolorosa e collettiva, siamo chiamati a riconoscerci tutti.






Cinque ragazzi.Cinque volti ancora sospesi tra l’adolescenza e l’età adulta, quell’età in cui si crede di essere invinci...
23/11/2025

Cinque ragazzi.
Cinque volti ancora sospesi tra l’adolescenza e l’età adulta, quell’età in cui si crede di essere invincibili e invece si è fragilissimi.
Cinque vite che, in una manciata di minuti, hanno preso una direzione che segnerà per sempre la loro esistenza e quella di un altro giovane, colpito fino a spezzargli non solo il corpo, ma il futuro.
È facile, oggi, guardarli e vedere solo il gesto.
La brutalità.
La vigliaccheria.
La violenza cieca.
Ed è giusto indignarsi: ciò che hanno fatto è inaccettabile, feroce, devastante.
Ma dietro la ferocia c’erano cinque ragazzi.
Cinque storie che nessuno aveva mai frenato.
Cinque impulsi mai ascoltati.
Cinque caratteri cresciuti senza argini, senza quella voce adulta che dice “no”, quella che insegna la misura, il limite, il peso delle conseguenze.
Cinque adolescenti convinti di essere un branco quando, in realtà, erano solo cinque solitudini che si facevano eco l’una con l’altra.
Non erano mostri quando sono nati.
Non erano destinati a diventarlo.
Lo sono diventati piano, nel silenzio, nella disattenzione, nella leggerezza di chi non ha visto la rabbia che cresceva, la noia che marciva, l’assenza di confini mascherata da libertà.
E ora?
Ora ci sono cinque ragazzi che scoprono, forse per la prima volta, cosa significhi distruggere davvero.
Cinque giovani che dovranno convivere con il peso di un gesto che non possono cancellare.
Cinque volti che il resto del mondo guarderà per anni come se fossero la loro azione e nient’altroe forse è questa la pena più profonda: essere imprigionati nel peggio di sé, anche quando un giorno si vorrebbe cambiare.
È difficile provare compassione per loro, e non deve essere obbligatorio.
Ma è impossibile ignorare una verità amara:
cinque ragazzi hanno rovinato un ragazzo perché, da qualche parte, il mondo degli adulti aveva smesso di fare il suo lavoro.
Aveva smesso di proteggerli dai loro stessi limiti, di insegnare la responsabilità, di mostrare l’ombra prima che diventasse tempesta.
Oggi quei cinque ragazzi non stanno solo pagando per ciò che hanno fatto.
Stanno pagando anche per ciò che non hanno ricevuto.
Per le parole non dette, gli avvertimenti non dati, gli esempi mancati.
Per tutte le volte in cui qualcuno avrebbe potuto fermarli e non l’ha fatto.
E forse, quando la rabbia del momento si raffredderà, resterà una domanda dolorosa:
se qualcuno avesse teso loro una mano prima della notte del pestaggio,
li avremmo mai visti lì, insieme, precipitare nella violenza?
Forse no.
Forse queste cinque vite avrebbero potuto essere altro.
Ed è proprio questo, alla fine, a spezzare il cuore.































Il caso di   aveva solo nove anni.Scomparve un sabato di novembre del 1997.Disse che doveva recuperare dei colori dalla ...
01/06/2025

Il caso di aveva solo nove anni.

Scomparve un sabato di novembre del 1997.
Disse che doveva recuperare dei colori dalla zia.
Una bugia piccola, quasi invisibile. Ma dentro quella bugia c’era tutto.
C’era il dolore, la paura, la vergogna.
Silvestro stava andando da chi lo abusava.
Andrea Allocca, 70 anni, lo aveva attirato nella sua casa. Non era solo.
Con lui c’erano Gregorio Sommese e Pio Trocchia, i suoi due generi.
Tre adulti contro un bambino.
Tre uomini che, per settimane, lo hanno violentato, tenuto sotto ricatto, spogliato della sua infanzia e della sua voce.
Silvestro aveva smesso di chiedere aiuto.
Si era piegato nel silenzio, come fanno molti bambini che subiscono violenza.
Poi, un giorno, aveva provato a dire basta.
Voleva essere lasciato andare.
Non lo hanno lasciato vivere.
Lo hanno ucciso.
E nascosto.
Per anni, il suo corpo è rimasto in una valigia.
Abbandonato, come si abbandona un oggetto da cancellare.
Quando fu ritrovato, il 18 aprile 2005, c’erano le sue scarpette, un orologio, una collanina.
C’era tutto ciò che bastava a sua madre per riconoscerlo.
E il DNA ha confermato quello che il cuore già sapeva.
Sono una psicoterapeuta e criminologa, e conosco le dinamiche profonde di questi legami malati.
Conosco il silenzio dell’abusato, l’onnipotenza dell’abusante, il dolore invisibile che si annida negli interstizi della quotidianità.
Ma ogni volta che leggo, studio o ascolto una storia come quella di Silvestro, non riesco a non pensare a quante volte abbiamo scelto di non vedere.
Andrea Allocca è morto in carcere.
Gregorio Sommese, condannato all’ergastolo per omicidio e violenza sessuale, oggi è libero.
Pio Trocchia, condannato per occultamento di ca****re, ha scontato la sua pena.
Ma Silvestro no.
Silvestro non ha avuto giustizia piena.
Silvestro è rimasto lì, nella valigia, nel tempo interrotto, nel dolore che ancora oggi ci guarda in faccia.

Dobbiamo parlare.
Dobbiamo educare.
Dobbiamo creare spazi dove i bambini possano raccontare senza paura, e gli adulti sappiano riconoscere il non detto.
Perché nessun altro bambino debba più mentire per sopravvivere.
Perché il silenzio non sia mai più una condanna a morte.






Il   di    Il gesto estremo che ha spezzato la vita di Martina non nasce all’improvviso. È il frutto di un mondo interno...
01/06/2025

Il di


Il gesto estremo che ha spezzato la vita di Martina non nasce all’improvviso. È il frutto di un mondo interno disturbato, confuso, dove amore e possesso, dolore e rabbia, realtà e fantasia si mescolano senza confini. Il ragazzo che l’ha uccisa non ha compiuto solo un delitto: ha manifestato un crollo psichico totale, un’esplosione di angoscia non pensabile, non contenibile, non dicibile.
Nel suo universo interno, la ragazza non è mai stata un’altra persona con un’esistenza propria, ma un’estensione del suo essere. Una presenza necessaria per definire se stesso. Quando lei tenta di allontanarsi, lui non vive quel gesto come un addio, ma come un atto di distruzione: senza di lei, lui non sa più chi è. L’abbandono viene vissuto come annientamento. E così reagisce: non lasciando andare.
Le emozioni che lo attraversano ,umiliazione, rabbia, fragilità, non riescono a trasformarsi in pensiero. Restano grezze, roventi, e si riversano sul corpo dell’altro. Il gesto diventa parola, perché la parola, quella vera, non esiste. L’agito è il suo unico modo per “dire” qualcosa. Non riesce a contenere il dolore della perdita, quindi distrugge ciò che glielo provoca.
Quando Martina smette di essere la ragazza che lo ama, diventa per lui una minaccia, un nemico, un oggetto da eliminare. La mente non riesce a integrare la complessità, a tenere insieme amore e rifiuto. Per questo la sua violenza non è solo vendetta: è un tentativo disperato di ristabilire ordine nel caos. Di togliere di mezzo ciò che lo ferisce, come se cancellando l’altro potesse liberarsi del proprio vuoto.

Fame di controllo e fragilità identitaria:
Chi non ha un centro stabile dentro di sé cerca di costruirlo fuori. Martina, per lui, era un’ancora. Quando ha provato a liberarsi, lui ha vissuto quella libertà come una condanna. Non tollerava che lei potesse scegliere, decidere, essere autonoma. Non perché fosse geloso nel senso banale del termine, ma perché il suo stesso equilibrio psichico dipendeva dal tenerla vicina, sottomessa.
La violenza estrema rivela la totale incapacità di concepire l’altro come altro. In quel gesto c’è un delirio di potere e di disperazione: se non posso averti, non devi esistere. Non è amore che uccide, ma una forma primitiva di fusione che non tollera la separazione.
Il profilo psicologico che emerge è quello di una mente senza pelle: vulnerabile, narcisisticamente ferita, incapace di tollerare la frustrazione. Non ha strumenti per contenere la perdita, per accettare il no, per sopportare il vuoto. Il suo gesto non è solo omicidio: è la rappresentazione estrema di una psiche che, non sapendo piangere, devasta.










Indirizzo

Spazioorbita, Viale Premuda 10
Milan
20129

Orario di apertura

Lunedì 08:30 - 20:00
Martedì 08:30 - 20:00
Mercoledì 08:30 - 20:00
Giovedì 08:30 - 20:00
Venerdì 08:30 - 20:00

Telefono

+393355201126

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