17/04/2026
Nel panorama dello shiatsu contemporaneo, più che una “tradizione coerente”, si incontra spesso una sorprendente varietà di interpretazioni. In Italia e in Europa, ciò che viene definito “shiatsu tradizionale” assume forme molto diverse, a volte anche difficilmente conciliabili tra loro. Ogni scuola, ogni insegnante — talvolta ogni singolo operatore — sembra custodire una propria versione autentica, con tanto di linguaggio, mappe e principi ritenuti imprescindibili.
Il risultato è un mosaico affascinante, ma anche un po’ disorientante, in cui la coerenza originaria lascia spazio a una pluralità di letture personali. Più che una tradizione viva che evolve, si ha talvolta la sensazione di assistere a una moltiplicazione di “ortodossie individuali”, dove il riferimento culturale iniziale viene reinterpretato, adattato — e occasionalmente reinventato — con una certa libertà.
In questo contesto, il rischio non è tanto la diversità in sé, quanto la perdita di un criterio chiaro di comprensione: cosa stiamo realmente facendo quando tocchiamo? Su quali basi fondiamo ciò che percepiamo e ciò che diciamo di fare?
È qui che l’incontro con modelli come quelli della fisica dei campi diventa interessante, non per aggiungere un ulteriore “stile” alla collezione, ma per cambiare il piano del discorso. Se la realtà è fatta di campi, relazioni e interazioni, allora anche il lavoro corporeo può essere riletto in termini meno dogmatici e più verificabili nell’esperienza.
In questa prospettiva, il corpo non è più una mappa da interpretare secondo una scuola o un’altra, ma un sistema dinamico che si organizza nella relazione. Il tocco non è l’applicazione di una tecnica corretta secondo un certo lignaggio, ma un’interazione che prende forma momento per momento.
L’approccio dell’Hado Shiatsu, sviluppato da Patrizia Stefanini, si muove precisamente in questa direzione. Senza bisogno di proclamarsi “più autentico” o “più tradizionale”, propone un cambio di prospettiva: spostare l’attenzione dalla correttezza formale alla qualità della relazione. In questo senso, anche i meridiani cessano di essere territori da difendere e diventano traiettorie che emergono nell’esperienza diretta.
Parlare di “relazione quantistica” introduce allora un elemento di chiarezza, più che di moda linguistica. Non si tratta di evocare concetti complessi per legittimare una visione, ma di riconoscere che l’operatore non è mai esterno a ciò che accade. La relazione non è un contesto: è il fenomeno stesso.
Il seminario “La relazione quantistica”, che si terrà a Firenze il 26 aprile con Chiara Zagonel e Patrizia Stefanini, nasce proprio per attraversare questo passaggio. Non promette nuove tecniche definitive né verità da adottare, ma un’occasione per verificare direttamente — nel corpo e nella pratica — cosa accade quando si esce dalle interpretazioni e si entra nella relazione.
Un invito, forse, a sospendere per un momento il bisogno di avere ragione su “come si fa shiatsu”, per scoprire cosa succede quando lo si incontra davvero...
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