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L’ansia da esame non è solo paura del voto. È qualcosa di più sottile: accade quando la prestazione smette di essere un ...
09/06/2026

L’ansia da esame non è solo paura del voto. È qualcosa di più sottile: accade quando la prestazione smette di essere un momento e diventa un’identità. Non stai più semplicemente affrontando una prova, ma stai mettendo in discussione il tuo valore.
Succede piano, quasi senza accorgersene. Il risultato di un esame inizia a pesare più di quanto dovrebbe. Un voto alto diventa la conferma di “essere abbastanza”. Un errore, invece, non è più solo una parte possibile del percorso: si trasforma in un giudizio su chi sei. E così lo studio non è più apprendimento, ma una dimostrazione continua.
Il problema non è l’ansia in sé. Un certo livello di tensione è naturale, perfino utile: ci attiva, ci prepara, ci rende più vigili. Ma quando ogni prova diventa una sentenza, l’ansia cambia forma. Non spinge più avanti, ma blocca.
In questo stato, il fallimento non è contemplato, perché non riguarda più ciò che fai, ma ciò che pensi di essere. E allora si studia con paura, si rimanda per evitare il confronto o si entra in aula con la sensazione di essere già stati giudicati. In realtà, un esame misura una prestazione in un momento specifico, non il tuo valore complessivo, né la tua intelligenza, né il tuo futuro.
Separare identità e risultati non significa smettere di impegnarsi. Significa studiare senza trasformare ogni prova in un giudizio su di sé. Significa accettare che si può andare bene, male o così così, senza che questo definisca chi siamo. La vera sfida è cambiare lo sguardo con cui affrontiamo tutto questo: tornare a vedere la prestazione per ciò che è, un passaggio e non un’etichetta.
Un voto non definisce l’intelligenza, il valore o le possibilità future. Separare ciò che si fa da ciò che si è non significa abbassare le aspettative, ma costruire un rapporto più sano con l’impegno e con l’errore.
Cosa può aiutare:
🟢 darsi obiettivi realistici e sostenibili
🟢 concedersi pause e tempi di recupero
🟢 condividere le proprie difficoltà con qualcuno di fiducia

L'isola di Arturo - Elsa MoranteIl libro racconta del passaggio dall’infanzia all’adolescenza di Arturo Gerace, in una P...
05/06/2026

L'isola di Arturo - Elsa Morante
Il libro racconta del passaggio dall’infanzia all’adolescenza di Arturo Gerace, in una Procida sempre assolata appena prima della Seconda Guerra Mondiale. Figlio unico di un uomo discutibile e misterioso, Wilhem Gerace, cresce senza madre e quasi in solitudine nella grande Casa dei Guaglioni, vivendo nella natura, nelle storie di eroi dei libri trovati in casa, nei racconti del proprio padre e nella costruzione del suo mito. All’arrivo, come d’incanto, della seconda moglie del padre, Nunziata, di poco più grande di lui, la sua vita assume una piega inaspettata, dalla scoperta della gelosia e poi dell’amore, all’ambivalenza verso un padre prima idealizzato, fino alla scelta di prendere in mano il proprio destino.
☑️ Perché lo consigliamo?
Arturo incarna il desiderio di crescere e il mistero di quel passaggio delicato dall’infanzia all’adolescenza. L’atmosfera quasi magica dell’Isola è filtrata dalle vicissitudini del suo animo, inquieto e puro allo stesso tempo. Il rapporto con la figura genitoriale, la scoperta dell’amore, illuminano un tempo che tutti hanno attraversato e che, ancora oggi, in un’epoca senza riti di passaggio, ogni bambin* è chiamato ad attraversare.
Questo passaggio è qualcosa di eterno e difficile, con dinamiche evolutive specifiche, talvolta inquietanti, viste dall’interno come dall’esterno. Eppure, non bisogna sempre spaventarsi: la storia di Arturo è la storia di un desiderio di vita indistruttibile, che tenta, faticosamente, di trovare una forma. La sua storia si può riassumere in questa frase di John Steinbeck: "Credo che questa sia la storia simbolica dell'anima umana. Sto ancora cercando la mia strada, ora, e non mi date addosso se ancora non vedo chiaro. Il più grande terrore di un bambino è quello di non essere amato, e il rifiuto è l'inferno per tutti noi."

Il consenso nelle relazioni stabili e durature è spesso dato per scontato, ma stare insieme da tanto tempo, condividere ...
03/06/2026

Il consenso nelle relazioni stabili e durature è spesso dato per scontato, ma stare insieme da tanto tempo, condividere abitudini, spazi e intimità non significa avere un accesso automatico al corpo, al tempo o alle emozioni dell’altra persona.
Il consenso è una scelta continua, libera e reciproca che si rinnova ogni giorno attraverso il dialogo, l’ascolto e il rispetto. Non è automatico né permanente: deve essere presente ogni volta, anche dopo anni di relazione.
Per essere reale, il consenso deve essere revocabile, specifico, libero, consapevole ed entusiasta. È legittimo cambiare idea in qualsiasi momento; accettare qualcosa non implica accettare anche altro. Deve esistere all’interno di uno spazio privo di pressioni, paura, ricatti emotivi o sensi di colpa: se c’è costrizione o manipolazione, il consenso non esiste. Non è una semplice assenza di rifiuto, ma una partecipazione autentica e una volontà condivisa.
Nelle relazioni, il consenso non riguarda solo la sfera sessuale: riguarda anche i confini emotivi, il bisogno di spazio, il modo in cui ci si parla e ci si prende cura dell’altro. Chiedere, ascoltare e accettare un “no” senza fare pressione è un atto di maturità affettiva. Sentirsi liberi di cambiare idea o di esprimere disagio è fondamentale per una relazione autentica, che non si misura nel possesso o nell’abitudine, ma nella capacità di riconoscere l’altra persona come autonoma. Il consenso non rompe l’intimità, ma la rafforza: sentirsi rispettati e accolti crea fiducia e complicità profonde.
Molti pensano che chiedere consenso possa rovinare la spontaneità: in realtà crea fiducia, rispetto e sicurezza emotiva. Anche nelle relazioni più lunghe, il rispetto passa attraverso l’ascolto reciproco e la libertà di dire sia “sì” sia “no”. Parlare di consenso nelle relazioni durature significa promuovere relazioni più consapevoli, gentili e libere.

Nella nostra vita quotidiana abitiamo due spazi: uno fisico, fatto di corpi, relazioni e confini; e uno digitale, dove i...
29/05/2026

Nella nostra vita quotidiana abitiamo due spazi: uno fisico, fatto di corpi, relazioni e confini; e uno digitale, dove il corpo scompare e possiamo scegliere cosa mostrare, cosa nascondere, chi essere ai nostri occhi e a quelli degli altri.
Raccontarsi è un bisogno profondamente umano: comunicare chi siamo, affermarci, differenziarci, trovare una nostra dimensione. Nel mondo online, però, il “chi siamo” può essere costruito e plasmato: selezioniamo momenti da condividere, parole da usare, dettagli da includere. Tutto sembra sotto il nostro controllo. Allo stesso tempo, il digitale può essere anche uno spazio di esplorazione, un luogo in cui sperimentare aspetti di sé, trovare nuove modalità per raccontarsi, sentirsi meno soli.
Il problema non è il digitale in sé, ma il rapporto che costruiamo con esso. Cosa succede quando si crea una distanza ampia fra l'identità reale e l'identità digitale?
L’identità digitale può diventare uno specchio deformante: amplifica i successi, filtra le fragilità, semplifica la complessità. Nel tempo, questo può generare pressione, senso di inadeguatezza, o la percezione di “non essere abbastanza” rispetto a ciò che vediamo negli altri. Possiamo sentirci spinti ad aderire a un’immagine filtrata di noi, nascondendo parti più vulnerabili, e quando torniamo alle relazioni “offline”, senza schermi né filtri, possiamo sentirci più esposti, meno preparati.
Forse la domanda non è “chi siamo davvero online”, ma quanto ciò che mostriamo è in dialogo con ciò che siamo nella nostra vita reale. C’è spazio per un’autenticità emotiva, anche imperfetta? Possiamo concederci di esistere senza filtri, almeno in alcuni luoghi, con alcune persone?

La vergogna è un’emozione silenziosa e spesso poco condivisibile, ma con un impatto profondo sul modo in cui ci prendiam...
27/05/2026

La vergogna è un’emozione silenziosa e spesso poco condivisibile, ma con un impatto profondo sul modo in cui ci prendiamo cura di noi stessi.
Non riguarda solo ciò che facciamo, ma soprattutto ciò che crediamo di essere. Si manifesta quando alcune parti di noi, pensieri, emozioni o comportamenti, vengono percepiti come inaccettabili, sbagliati o inusuali.
Molte persone provano vergogna non solo per le proprie difficoltà, ma anche per il semplice fatto di averne. Può trattarsi della vergogna legata al proprio stato psicologico: sentirsi fragili, confusi, arrabbiati, dipendenti o portatori di aspetti che appaiono insoliti, dolorosi o difficili da controllare.
Queste “zone d’ombra” possono essere vissute come qualcosa di sbagliato, ingombrante o pericoloso da mostrare. Il timore di essere visti davvero, nelle parti più vulnerabili e meno ordinate, può diventare così intenso da bloccare persino l’idea di chiedere aiuto. In questo senso, la vergogna rappresenta una barriera significativa all’accesso al supporto psicologico. Non è solo una questione di stigma sociale, ma anche di sguardo interno: la convinzione di non meritare attenzione, di dover gestire tutto da soli o di rischiare il giudizio se ci espone. Così, la cura viene rimandata o esclusa ancora prima di essere presa in considerazione.
Lavorare sulla vergogna richiede delicatezza. Significa imparare a riconoscere, condividere e tollerare parti di sé che suscitano disagio. Questo processo di accettazione non implica giustificare ogni comportamento, ma aprire uno spazio in cui ciò che è difficile possa essere guardato e compreso. Spesso è proprio attraverso lo sguardo dell’altro, quando è attento e non giudicante, che diventa possibile scoprire che ciò che temiamo di mostrare non è necessariamente respinto. Integrare aspetti complessi di sé non elimina la vulnerabilità, ma può trasformarla in una risorsa di consapevolezza e possibilità di cambiamento.

L’endometriosi è una patologia infiammatoria cronica che colpisce circa 1 donna su 10 in età fertile e che, nonostante l...
25/05/2026

L’endometriosi è una patologia infiammatoria cronica che colpisce circa 1 donna su 10 in età fertile e che, nonostante la sua diffusione, continua a essere sottodiagnosticata o diagnosticata con molti anni di ritardo: in media, infatti, trascorrono dai 7 ai 10 anni prima di arrivare a una diagnosi corretta (OMS, 2023).
Uno dei motivi principali di questo fenomeno riguarda il modo in cui il dolore femminile è stato storicamente normalizzato e minimizzato. Molte donne crescono ancora oggi sentendosi dire che soffrire durante il ciclo mestruale sia qualcosa di naturale, imparando così a dubitare dei propri sintomi o a considerarli poco importanti, ritardando le richieste di aiuto specialistico. La sottodiagnosi dell’endometriosi riguarda, tra l’altro, anche il modo in cui la medicina si è storicamente costruita attorno a modelli prevalentemente maschili, lasciando a lungo in secondo piano — e spesso stereotipizzando — la salute femminile e il dolore ginecologico.
Per molti anni il corpo delle donne è stato considerato “instabile”, influenzato “eccessivamente” dalle emozioni, e questo ha contribuito a interpretare numerosi sintomi attraverso categorie psicologiche o caratteriali svalutanti, anziché cliniche. Non è raro, infatti, che chi soffre di endometriosi si senta dire di essere “troppo sensibile”, “ansiosa” o “stressata” prima che venga presa seriamente in considerazione l’ipotesi di una patologia organica.
Accanto a questi aspetti — e anche come loro conseguenza — esistono importanti ricadute sulla salute psicologica e relazionale delle donne che convivono con questa patologia. Vivere a lungo con dolore cronico e sentirsi non credute, non comprese o giudicate può generare vissuti di solitudine, frustrazione, sfiducia e svalutazione del proprio corpo.
Quando parliamo di endometriosi, dovremmo quindi interrogarci anche su quanto alcuni stereotipi culturali e di genere influenzino ancora oggi il modo in cui il dolore femminile viene ascoltato, creduto, preso in carico e curato.

L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è un approccio terapeutico supportato da evidenze scientifiche, u...
22/05/2026

L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è un approccio terapeutico supportato da evidenze scientifiche, utilizzato principalmente per il trattamento del trauma psicologico.
Un trauma è un’esperienza percepita come minacciosa o estremamente stressante per sé stessi o per gli altri. A volte il cervello non riesce a elaborare completamente ciò che è accaduto e quell’esperienza continua a influenzare emozioni, pensieri, corpo e relazioni anche nel presente.
L’EMDR si focalizza sui ricordi delle esperienze traumatiche che contribuiscono al disagio attuale. Attraverso la stimolazione bilaterale alternata — come movimenti oculari, tapping o suoni — il cervello viene aiutato a riattivare i naturali processi di elaborazione e integrazione dell’esperienza.
L’obiettivo non è cancellare il ricordo, ma permettere alla persona di ricordare ciò che è accaduto senza riviverne la stessa intensità emotiva. Dopo l’elaborazione EMDR, l’evento viene percepito come parte del passato e integrato in una prospettiva nuova e più funzionale.
È importante ricordare che la stimolazione bilaterale è solo una parte del trattamento: l’EMDR segue infatti un protocollo strutturato in otto fasi, pensato per accompagnare la persona in modo graduale e sicuro all’interno del processo terapeutico.

Lo Straniero - François OzonLo Straniero è un film del 2025, tratto dall'omonimo romanzo di Albert Camus del 1942. Al ce...
18/05/2026

Lo Straniero - François Ozon
Lo Straniero è un film del 2025, tratto dall'omonimo romanzo di Albert Camus del 1942. Al centro della storia c'è Meursault, un giovane impiegato francese ad Algeri che seppellisce la madre senza versare una lacrima e che, giorni dopo, uccide un uomo sulla spiaggia quasi per caso, quasi per inerzia.
Il film non si accontenta di ripercorrere la trama del romanzo, entra nella texture di un'indifferenza che non è cinismo, né crudeltà, ma qualcosa di più difficile da nominare: un modo di stare al mondo senza aderirvi davvero. Il processo che segue non giudica tanto il gesto quanto l'uomo, e più precisamente la sua incapacità di fingere emozioni che non sente. Ozon accompagna tutto questo con una fotografia in bianco e nero densa, quasi soffocante, che restituisce bene il caldo e la luce piatta di un’Algeri anni '30. Benjamin Voisin nei panni di Meursault è preciso, quasi immobile, nel modo giusto.
Quello che sorprende è la fedeltà al romanzo che non diventa mai illustrazione: il film respira con la stessa distanza del testo, senza spiegarla né giustificarla.
☑️ Perché lo consigliamo?
Questo film è capace di farci fermare su una domanda che la nostra cultura tende a rimuovere: fino a che punto le emozioni che mostriamo sono davvero nostre, e fino a che punto le esibiamo perché qualcuno se lo aspetta? Il film tiene questa tensione aperta senza risolverla, senza offrire consolazione facile, lasciando allo spettatore il compito di stare nell'incertezza.
Lo consigliamo a chi sente il peso delle aspettative degli altri su come dovrebbe sentirsi, a chi ha vissuto un dolore in modo diverso da come si aspettava o da come gli sembrava lecito, a chi cerca un film che non tranquillizzi ma che scavi. Le coordinate sono quelle dell'Algeria coloniale degli anni '30, ma il disagio che racconta non ha tempo né luogo. È un film che ricorda che l'autenticità, quando è davvero tale, può diventare la cosa più difficile da difendere.

Nella stanza di terapia O. mi guarda e poi inizia a parlare: "Da piccolo mio padre commentava sempre le ragazze: guarda ...
17/05/2026

Nella stanza di terapia O. mi guarda e poi inizia a parlare:
"Da piccolo mio padre commentava sempre le ragazze: guarda quella che gambe, che c**o, che gnocca! Annuivo in silenzio ma infastidito perché io ero mite e timido. Quando giocavo stavo con Fabio mio fratello, lì mi scatenavo.
A 12 anni c’era un compagno a calcio, pensavo fosse un figo. Ma non volevo essere lui. Volevo solo che lui mi vedesse e ridesse con me. Me ne vergognavo, minimizzai perché da ragazzini è così…poi non l’ho più rivisto. Ero sollevato.
Al liceo Sara, la più bella della scuola ci provò con me. Era perfetta, tutti mi invidiarono. Io invece ero sempre scollegato: poco coinvolto, il piano sessuale faticoso…Continuavo a convincermi che fosse solo inesperienza e ansia da prestazione. Ma Sara si sentiva ignorata. Mi mollò e quell’estate in Croazia mi divertii con diverse ragazze, alcool e cameratismo.
A 18 anni, a Berlino, entrai in un locale. Non successe niente di eclatante, solo un bacio con un ragazzo. In sottofondo c’era Sky and Sand di Paul Kalkbrenner, la conosce? Non me la tolsi dalla testa per due mesi quella canzone. E neanche il bacio. Mi sentii alienato a scuola, poi arrivò l’ansia, ansia di parlare con gli amici delle ragazze, ansia per Sara che ancora piangeva. E poi conobbi Matteo ed esplose un’emozione intensa, complessa e inequivocabile. Ci vedemmo in auto per mesi. L’ansia mi passò solo all’università quando lo dissi agli amici di sempre e fu come consegnargli un macigno che in mano a loro mi sembrò un sassolino.
Dirlo a mio fratello è stato il passaggio più duro. Il mio senso di colpa perché per anni gli avevo nascosto chi ero. Mia madre che invece mi abbracciò perché lei lo sapeva da prima di me.
Mio padre ancora oggi si imbarazza quando Matteo viene a casa. Al lavoro preferisco sorvolare sulla mia vita privata.
Se devo dirla tutta, il coming out non è una porta che si apre una volta sola. È più come smettere, giorno dopo giorno, di uscire dalla stanza ogni volta che ci entra qualcuno.”
Le storie che arrivano in terapia si assomigliano più di quanto pensiamo: O. è un personaggio di fantasia, ma la sua storia è vera, perché appartiene a molti.

Sarò o sono un bravo genitore? Avrò fatto bene? Sono stato troppo autoritario? Sono stato troppo permissivo? Perché non ...
15/05/2026

Sarò o sono un bravo genitore? Avrò fatto bene? Sono stato troppo autoritario? Sono stato troppo permissivo? Perché non mi parla più? Cosa ho sbagliato?
Questi sono solo alcuni dei tanti pensieri che possono affollare la mente di un genitore. Diciamolo: essere genitore è un ruolo complesso. Non riceviamo un manuale su come esserlo. Ognuno di noi, in base alla propria storia e al proprio modo di intendere il ruolo genitoriale, agisce secondo ciò che ritiene più opportuno.
C’è chi si rifà allo stile educativo ricevuto dai propri genitori; c’è chi vuole discostarsene totalmente; c’è chi costruisce un proprio stile cercando un nuovo equilibrio tra ciò che ha ricevuto e i propri desideri.
Essere dei bravi genitori, però, non significa essere genitori perfetti. Per crescere figli sereni e sani non bisogna per forza fare sempre tutto giusto. Inoltre, non tutti i problemi dei figli sono colpa dei genitori o magari non solo. Purtroppo alcune cose, semplicemente, a volte capitano.

Quello che un genitore può provare a fare è essere attento e disponibile ai bisogni del/della figlio/a, essere presente e autentico (con pregi e difetti). Tuo/a figlio/a non ha bisogno di un genitore supereroe. Ha bisogno di te, genitore, per come sei.
Prima di essere genitore, sei un essere umano. È normale commettere errori, sentirsi soli, aver bisogno di aiuto, essere in difficoltà, non sapere cosa fare… Servono genitori abbastanza coraggiosi da mostrarsi fallibili e che insegnino ai loro figli che dagli errori si può imparare e rimediare.

Essere genitore è difficile. Si impara strada facendo e si continua a imparare per tutta la vita. Anche se dovessi sbagliare, sappi che c’è sempre la possibilità di rimediare. La cosa di cui ha più bisogno tuo/a figlio/a è sapere che tu, nonostante tutto, sarai al suo fianco e che continuerai a volergli bene.

Indirizzo

Via Vitruvio, 43
Milan
20124

Orario di apertura

Lunedì 09:30 - 17:00
Martedì 09:30 - 17:00
Mercoledì 09:30 - 17:00
Giovedì 09:30 - 17:00
Venerdì 09:30 - 14:00

Telefono

+390266714156

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