Antonietta Caputo, Psicologa-Psicoterapeuta

Antonietta Caputo, Psicologa-Psicoterapeuta Psicologa-psicoterapeuta ad approccio sistemico-relazionale integrato. Milano | Online. Antonietta Caputo, Psicologa-Psicoterapeuta

Ci sono persone che rispondono sempre.Anche quando la domanda non è per loro.Riempiono gli spazi, anticipano i bisogni, ...
21/04/2026

Ci sono persone che rispondono sempre.
Anche quando la domanda non è per loro.

Riempiono gli spazi, anticipano i bisogni, si infilano nelle pieghe delle conversazioni altrui.

A volte lo fanno con premura, altre con urgenza.

Sembrano presenti, attente, indispensabili.
E spesso lo sono davvero.

Ma sotto quella prontezza può nascondersi altro.

Una paura silenziosa:
“E se non mi vedono?”

E allora meglio esserci sempre.
Meglio dire qualcosa, fare qualcosa, prendersi cura.
Anche troppo.
Anche se faticoso.
Anche se sacrificante.

Perché il rischio di restare fuori
fa più paura dell'invadere l'altro e dell'appesantire se stessi.

Così l'attenzione diventa ipercura invasiva.

La presenza diventa pre - occupazione asfissiante.

E l’altro, senza accorgersene, può sentirsi un po'... stretto. Talvolta si ammala.

Non è cattiveria.
È immaturità, insicurezza, trascuratezza emotiva accumulata nel tempo. Bisogni nascosti e ingoiati.

È un modo per tenere vicino ciò che si teme di perdere.

Ma le relazioni respirano solo quando c’è spazio:
Anche il vuoto, a volte, è un modo per restare.

Imparare a farlo è una buona responsabilità ❤️

Ci sono persone che rispondono sempre.Anche quando la domanda non è per loro.Riempiono gli spazi, anticipano i bisogni, ...
21/04/2026

Ci sono persone che rispondono sempre.
Anche quando la domanda non è per loro.

Riempiono gli spazi, anticipano i bisogni, si infilano nelle pieghe delle conversazioni altrui.

A volte lo fanno con premura, altre con urgenza.

Sembrano presenti, attente, indispensabili.
E spesso lo sono davvero.

Ma sotto quella prontezza può nascondersi altro.

Una paura silenziosa:
“E se non mi vedono?”

E allora meglio esserci sempre.
Meglio dire qualcosa, fare qualcosa, prendersi cura.
Anche troppo.
Anche se faticoso.
Anche se sacrificante.

Perché il rischio di restare fuori
fa più paura dell'invadere l'altro e dell'appesantire se stessi.

Così l'attenzione diventa ipercura invasiva.

La presenza diventa pre - occupazione asfissiante.

E l’altro, senza accorgersene, può sentirsi un po'... stretto. Talvolta si ammala.

Non è cattiveria.
È immaturità, insicurezza, trascuratezza emotiva accumulata nel tempo. Bisogni nascosti e ingoiati.

È un modo per tenere vicino ciò che si teme di perdere.

Ma le relazioni respirano solo quando c’è spazio:
Anche il vuoto, a volte, è un modo per restare.

Imparare a farlo è una buona responsabilità ❤️

Antonietta Caputo, Psicologa-Psicoterapeuta

26/01/2026

Crescita 19/02

26/01/2026

📚 L’Università non è solo un luogo di studio.
È soprattutto un rito di passaggio.

Cosa intendo?

All'università viviamo un tempo in cui non stiamo solo imparando nozioni, ma stiamo – spesso senza accorgercene – strutturando chi siamo.

Per molti studenti e studentesse, l’Università rappresenta il primo vero rito di separazione dalla famiglia di origine:

dalle aspettative dei genitori,

dall’idea di “chi dovrei essere”,

dal copione scritto da altri.

Tra esami, libri, notti insonni e scelte apparentemente pratiche, accade qualcosa di più profondo:

💭 una formazione interiore,
🔥 una lenta e necessaria disobbedienza.

Disobbedire non significa rifiutare o distruggere.

Significa iniziare a chiedersi:

“Questo desiderio è davvero mio?”

“Questa strada la sto scegliendo io?”

Prima del "perché ho scelto questo percorso" ci si dovrebbe chiedere "PER CHI?".

In questo senso, l’Università diventa un rito simbolico di passaggio:

un luogo in cui ci si autorizza, magari per la prima volta, a differenziarsi dai genitori e soprattutto dalle aspettative che attraverso essi ci impone il silente processo del "si deve fare così o coli".

E questo non è mai un processo lineare o indolore, certamente.

Ma è spesso da lì che nasce un’identità più autentica.

✨ Se ti va, raccontamelo nei commenti:
l’Università per te è/è stata un luogo di conferma o di disobbedienza?
O entrambe le cose?

22/01/2026

Inutilità dei genitori? Di cosa stiamo parlando?

Nella costruzione della propria identità, molti figli sentono i genitori troppo presenti sui risultati, sulla produttività, sul “devi farcela”.

Succede spesso all’università, quando le scelte iniziano a dire qualcosa di profondo su chi si vuole diventare.

Eppure, a volte, per essere davvero utili...
un genitore deve sperimentare un po’ di inutilità.

“Inutilità” non significa assenza o disinteresse.

Significa FARE SPAZIO.

Lasciare che un figlio possa sbagliare, fermarsi, scegliere, cambiare idea.

Scoprire la propria identità sapendo però che c’è un punto fermo:

un adulto disponibile al supporto, al confronto, all’ascolto.

Quando invece il genitore invade la sfera più intima della decisione — chi devi essere, cosa devi diventare, quanto devi rendere e come — l’investimento diventa così forte da produrre un effetto paradossale:

il blocco.

Crescere, insieme, vuol dire accettare di non essere i protagonisti delle storie dei figli
e di non pretendere il genitore al centro di ogni passo.

Crescere vuol dire un po’ disobbedire.

Ti ritrovi in questo tema?
Fammi sapere che ne pensi! 💬

Ieri ero al concerto di Edoardo Bennato a Milano e ho ascoltato una sua frase che continua a risuonarmi dentro:“In fondo...
10/01/2026

Ieri ero al concerto di Edoardo Bennato a Milano e ho ascoltato una sua frase che continua a risuonarmi dentro:

“In fondo, le favole raccontano le nostre schizofrenie.” 🪄

È maledettamente vero.
Ma perché le favole parlano così tanto di noi?

Forse perché, pensandoci, mettono in scena le contraddizioni interne che tutti, prima o poi, incontriamo nella vita:

il desiderio di essere liberi e, insieme, la paura di esserlo;
il bisogno di appartenere e la spinta a fuggire;
il bene e il male che convivono dentro la stessa persona.
Le nostri parti interne, più o meno scisse.

Prendiamo Cappuccetto Rosso.

Cappuccetto è la parte ingenua e fiduciosa, quella che vuole esplorare il mondo e sentirsi grande.

Il bosco rappresenta la libertà, l'esplorazione, ma anche il rischio.

Il lupo non è solo “il cattivo”: è la parte istintiva e trasgressiva che mette alla prova i confini.

E la nonna? Rappresenta la sicurezza, la casa, la protezione.

Eppure è proprio travestendosi da nonna che il lupo inganna Cappuccetto, come a dire che ciò che ci protegge può anche confonderci? Oppure, seguendo una riflessione Junghiana, rappresentano - come nei sogni - parti di noi che tentano di parlarsi e, quindi, con-fondersi?

Pensiamo ora a Pinocchio.

Pinocchio è diviso tra il desiderio di diventare “un bambino vero” e l’attrazione continua per la fuga, il gioco, l’irresponsabilità.

Geppetto rappresenta la cura, il limite, l’attesa.

Il Gatto e la Volpe sono la tentazione della scorciatoia, dell’illusione.

Il Paese dei Balocchi è il sogno di una libertà senza regole che, però, ha un prezzo.

Pinocchio oscilla continuamente tra queste parti, senza riuscire a sceglierne una sola rappresentando il limbo della frammentazione e della contraddittorietà umane.

Le favole non risolvono queste tensioni, non le aggiustano:

Le mettono in scena.

Ed è per questo che da bambini ci aiutano a crescere e da adulti continuano a parlarci, fuori e dentro di noi.

Raccontano, in modo semplice e profondamente umano, il nostro tentativo quotidiano di tenere insieme pezzi diversi di noi stessi senza andare in frantumi.

Forse è per questo che, come canta Bennato, le favole non finiscono mai davvero

08/01/2026

Doppio vincolo o Doppio Legame*: quando nella comunicazione in famiglia c'è un paradosso, quasi sempre l'effetto è un Blocco Evolutivo.

Ne parliamo oggi nel nostro GioveDiPsi 🌱

Da leggere 🌱
04/01/2026

Da leggere 🌱

Nel dibattito sull’origine dell’ADHD, la posizione di Gabor Maté si distingue in modo netto da quella della psichiatria e delle neuroscienze contemporanee. Nel suo libro Una mente in frammenti (Scattered Minds), Maté propone una lettura dell’ADHD non come disturbo geneticamente determinato, ma come l'esito di un processo di sviluppo che coinvolge l’esperienza emotiva e relazionale dei primi anni di vita.
Maté non nega l’esistenza di una base biologica innata. Al contrario, afferma che molte persone con ADHD nascono con un sistema nervoso particolarmente sensibile, più ricettivo agli stimoli, alle emozioni e alle tensioni dell’ambiente. Questa sensibilità, che egli considera un tratto temperamentale e non una patologia, può essere ereditata e spesso si ritrova all’interno delle stesse famiglie. Tuttavia, ciò che viene trasmesso non è l’ADHD in sé, ma una maggiore vulnerabilità neuroemotiva. Secondo Maté, parlare di genetica dell’ADHD rischia di semplificare eccessivamente un fenomeno che riguarda il modo in cui un bambino impara a regolarsi in relazione al mondo.
Nella sua prospettiva, l’ADHD emerge quando un bambino altamente sensibile cresce in un contesto che, per varie ragioni, non riesce a offrire una regolazione emotiva sufficiente. Non si tratta necessariamente di traumi evidenti o di genitori inadeguati, ma anche di stress cronico, tensioni relazionali, assenze emotive involontarie o ritmi di vita troppo intensi. In queste condizioni, il bambino sviluppa strategie adattive per proteggersi e autoregolarsi, per cui la disattenzione può diventare una forma di ritiro, l’iperattività un modo per scaricare la tensione, l’impulsività una risposta ad un sovraccarico interno. Col tempo, queste modalità si stabilizzano e vengono riconosciute come sintomi di ADHD.
Maté interpreta quindi l’ADHD non come un difetto neurobiologico, ma come un adattamento precoce a un ambiente vissuto come eccessivo per quel particolare sistema nervoso. Questo spiega, secondo lui, anche perché l’ADHD sembri ripetersu nelle famiglie: genitori sensibili e spesso a loro volta non diagnosticati possono avere maggiori difficoltà di autoregolazione emotiva, creando senza volerlo un contesto più stressante per un bambino altrettanto sensibile. La trasmissione, in questa lettura, è quindi intergenerazionale ma non riducibile ai soli geni.
Questa posizione si discosta in modo significativo dal consenso scientifico attuale, che attribuisce all’ADHD un’elevata ereditabilità e riconosce un ruolo centrale ai fattori genetici, seppur in interazione con l’ambiente. La teoria di Maté è stata criticata per la sua scarsa aderenza ai dati genetici su larga scala, ma resta influente perché riporta al centro la dimensione dell’esperienza soggettiva, dell’attaccamento e della storia di sviluppo della persona.
L’ADHD per Maté, non è ciò che una persona è geneticamente destinata a diventare, ma è l'esito di ciò che è accaduto ad una sensibilità precoce nel suo incontro con il mondo esterno.

Quest’anno, nello studio, c’è un albero di Natale. 🎄Ogni pallina contiene parole lasciate dalle persone che attraversano...
25/12/2025

Quest’anno, nello studio, c’è un albero di Natale. 🎄

Ogni pallina contiene parole lasciate dalle persone che attraversano questo spazio:

desideri, fatiche, pensieri, e anche “cose” che qualcuno ha sentito il bisogno di lasciare andare.

Perché il Natale, per molti, non è solo festa.

È un tempo che condensa:

un anno intero di vissuti,
le storie e le tragedie familiari che si riattivano dentro e fuori,
le assenze, i conflitti — latenti o espliciti —
le fragilità che in questi giorni diventano più presenti e pressanti.

Il Natale amplifica.

E, spesso, amplifica proprio ciò che è rimasto in sospeso.

Su questo albero ci sono anche spazi vuoti.
Palline assenti, rimaste senza parole.
Scelte di chi non ha voluto, potuto o sentito di partecipare.

E anche questo ha un suo senso.
Un senso sacro.

Perché il silenzio, a volte, è già una forma di comunicazione. E il non dire è comunque un dire.

Questo albero, nello studio, è diventato così un gesto simbolico di rinnovamento:

non un invito a stare bene a tutti i costi
(cosa in cui, talvolta, può scadere anche la divulgazione psicologica), ma uno spazio che accoglie sia la parola pesante sia il vuoto.

Uno spazio simbolico di accoglienza,
di testimonianza autentica
e, quando serve, soccorrevole. 💖

Buon Natale nel cuore. 🎄

Quest’anno, nello studio, c’è un albero di Natale. 🎄Ogni pallina contiene parole lasciate dalle persone che attraversano...
22/12/2025

Quest’anno, nello studio, c’è un albero di Natale. 🎄

Ogni pallina contiene parole lasciate dalle persone che attraversano questo spazio:

desideri, fatiche, pensieri, e anche “cose” che qualcuno ha sentito il bisogno di lasciare andare.

Perché il Natale, per molti, non è solo festa.

È un tempo che condensa:

un anno intero di vissuti,
le storie e le tragedie familiari che si riattivano dentro e fuori,
le assenze, i conflitti — latenti o espliciti —
le fragilità che in questi giorni diventano più presenti e pressanti.

Il Natale amplifica.

E, spesso, amplifica proprio ciò che è rimasto in sospeso.

Su questo albero ci sono anche spazi vuoti.
Palline assenti, rimaste senza parole.
Scelte di chi non ha voluto, potuto o sentito di partecipare.

E anche questo ha un suo senso.
Un senso sacro.

Perché il silenzio, a volte, è già una forma di comunicazione. E il non dire è comunque un dire.

Questo albero, nello studio, è diventato così un gesto simbolico di rinnovamento:

non un invito a stare bene a tutti i costi
(cosa in cui, talvolta, può scadere anche la divulgazione psicologica), ma uno spazio che accoglie sia la parola pesante sia il vuoto.

Uno spazio simbolico di accoglienza,
di testimonianza autentica
e, quando serve, soccorrevole. 💖

Buon Natale nel cuore. 🎄

Antonietta Caputo, Psicologa-Psicoterapeuta

Ringrazio la mia amica e co-terapeuta Paola Alicandro Psicologa-Psicoterapeuta per la condivisione dell'idea 💖

18/12/2025

Tagliare con i propri genitori: sì, ma quali?

⚠️ Un avviso gentile
Quello di oggi è un tema delicato, a tratti scivoloso.
Se senti che per te è attivante, puoi scegliere liberamente di passare oltre.

🔍
A volte prendere distanza dai genitori è una scelta di protezione, soprattutto per molti giovani adulti che hanno vissuto – e talvolta vivono ancora – esperienze relazionali dolorose, esplicite o più sottili.

Ma il tema è più complesso di un semplice “tagliare i ponti”.

È importante fare una distinzione.
Ci sono i genitori esterni… e i genitori interni, o meglio, interiorizzati.

Con i primi si può scegliere una distanza funzionale al proprio benessere, soprattutto quando una certa vicinanza – fisica ma soprattutto emotiva – diventa troppo faticosa o invischiante.

Con i secondi è diverso.

Tentare di eliminare i genitori interni rischia di creare altre ferite.

I genitori interni (o interiorizzati) non sono solo il ricordo dei genitori reali.
Sono parti della nostra struttura psichica: voci, modelli relazionali, modi di stare con noi stessi e con gli altri che si sono formati molto presto.

Quando si tenta di eliminarli del tutto, il rischio è quello della scissione.

La scissione è un tentativo di protezione:
una parte di noi cerca di separarsi da ciò che fa male, dividendo nettamente il “buono” dal “cattivo”.

Il problema è che ciò che viene escluso non scompare davvero.
Resta attivo sotto forma di autocritica, vergogna, rigidità o relazioni disfunzionali che tendono a ripetersi.

Può manifestarsi anche come:
– senso di vuoto o di frammentazione
– difficoltà a costruire il proprio progetto di vita
– fatica a integrare ambivalenza, limiti e una dipendenza sana

La protezione non passa sempre dall’eliminazione totale.
A volte passa dall’integrazione.

E integrare non significa giustificare, perdonare o riavvicinarsi necessariamente.
Significa trasformare quelle presenze interne affinché non governino più la nostra vita dall’ombra.

❤️

Indirizzo

Via Fratelli Rosselli, 5
Milan
20139

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