29/03/2020
Cari amici,
in attesa di poter riprendere le attività sospese il 23 febbraio, condividiamo una breve riflessione e uno stupendo orizzonte dipinto da Boudin:
Strane queste giornate segnate da una solitudine imposta.
Solitudine che può tradursi in passività, in tempo subito, ma anche in un’opportunità, in un’occasione per guardare meglio in noi stessi, i nostri percorsi interiori.
Le circostanze particolari che stiamo vivendo ci hanno confinati in una sorta di sospensione che presenta non poche similitudini con lo spazio che si determina quando pratichiamo, un intervallo che ci consente di sottrarci al consueto.
Così come nella nostra pratica siamo invitati a scoprire che i gesti possono organizzarsi lungo tracciati diversi da quelli a noi noti, anche in questo spazio imposto, illimitato e confinato allo stesso tempo, possiamo scoprire che in grande misura le azioni che ci sono abituali possono trovare una sospensione.
In entrambi i casi, le nostre premesse sono inoperanti. Abbiamo l’opportunità di sperimentare noi stessi al di là dei modelli ai quali ci riferiamo normalmente. Una delle cose più difficili per noi è prendere le distanze dal proprio “pensato”. Esiste quello che pensiamo, ma esiste anche quello “che non siamo in grado di pensare”: noi stessi in un modo diverso.
L’idea che abbiamo di noi stessi è il paradigma di riferimento, l’immagine che plasma il nostro corpo, la nostra postura, il modo in cui organizziamo i nostri gesti e anche, oltre a questo, l’interazione con gli altri. La scoperta che la pratica ci regala avviene quando ci sorprendiamo essere diversi, come se postura e gestualità appartenessero a qualcun altro. Com’è possibile questo? Cosa si è interrotto in noi? E se qualcosa si è interrotto, cos’altro è rimasto attivo?
La finezza, la difficoltà della pratica suggerita da Patanjali sta nell’offrire la possibilità di nuovi scenari, nel modo in cui interpretare le nostre percezioni. È un “fuori quadro” della nostra coscienza, che non possiamo anticipare o prefigurare: non ne sappiamo nulla fino a quando non vi siamo immersi.
E ora, a causa di un invisibile virus, su tutto il territorio nazionale ci è imposto di arrestare tutto, di “rimanere in casa”! Di sospendere tutte, o quasi, le attività, le azioni che definivano la nostra quotidianità, il nostro modo di essere. In particolare, rinunciare a quel ritmo incalzante di atti e di pensieri, di parole e reazioni che in quest’epoca ci definisce, ci identifica. E se questo non è certo facile, può tuttavia rivelarsi interessante.
Sentirsi vivi in altri modi, prendere le distanze dal “pensiero” a cui attingiamo, interrogare il nostro essere vivi “al di fuori” dei soliti schemi.
Questo “al di fuori” sembra essere una condizione propizia per riconoscere che esiste un altrove della coscienza.
Quando Patanjali all’inizio degli Yoga Sutra afferma:
Yoga chittavritti nirodah (I-2) [Essere uno – un altrove della coscienza –diventa possibile quando l’attività reattiva della mente si sospende], sembra invitare a farsi da parte, a liberare uno spazio per una parte di noi impensata.
Questo è un punto di partenza interessante per una riflessione sulla nostra pratica, una rivisitazione delle ragioni che stanno alla base del nostro yoga.
Renata e Moiz