22/09/2026
Anche il silenzio, in terapia, può curare
C'è un'idea che mi accompagna nel lavoro, ed è di Irvin Yalom: "è la relazione che cura".
Non le tecniche, non i protocolli in sé, ma il legame autentico tra terapeuta e paziente — con tutto ciò che un legame vero comporta, comprese le sue crisi.
Non ho paura di discutere con le persone che seguo, soprattutto quando capisco che la discussione sarà il seme di un'evoluzione della cura.
Perché una relazione terapeutica, se è davvero viva, attraversa anche momenti di incomprensione, di distanza, persino di silenzio.
Il/la paziente che si chiude, la seduta in cui sembra che nulla si muova, il momento in cui la terapeuta stessa si sente messa alla prova: sono passaggi che spaventano, perché sembrano segnali che qualcosa non funziona. Nella mia esperienza, spesso è l'opposto. È lì che si gioca la parte più importante della cura.
In tanti anni di lavoro come medico psicoterapeuta, soprattutto accanto a persone che portano dentro di sé un trauma, ho imparato che la fiducia non si costruisce nonostante le crisi della relazione, ma anche attraverso di esse.
Una persona traumatizzata ha spesso imparato, nella sua storia, che le relazioni si rompono quando vengono messe alla prova. Poter attraversare insieme un momento di crisi — e restare — è già, di per sé, un'esperienza riparativa. Non serve "risolverla" subito: a volte basta restare, con onestà, in quel silenzio.
Non è la perfezione della relazione terapeutica a curare. È la sua capacità di reggere, di ripararsi, di rimanere autentica anche quando, apparentemente, si incrina.