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09/10/2026

Oggi è la Giornata mondiale della salute mentale e vorrei riflettere su quanto facciamo in Italia per prevenire il disagio psicologico e garantire cure accessibili.

Le difficoltà legate alla salute mentale coinvolgono milioni di persone. La consapevolezza cresce, ma accedere ai servizi rimane difficile.

Lo vediamo nella sanità in generale. Da cittadino, prima ancora che da psicologo, sperimento quanto sia complicato ottenere prestazioni attraverso il Servizio Sanitario Nazionale, ricorrendo spesso al privato, che non tutti possono permettersi.

Nella salute mentale questo pesa ancora di più, perché prevenzione e cura richiedono continuità, professionisti e risorse. Qualche incontro isolato può aiutare, ma non sostituisce un servizio strutturato.

Per questo credo sia importante superare le contrapposizioni politiche e ascoltare chi lavora in questi ambiti. Come ha ricordato la presidente del CNOP, Gulino, parlando di educazione affettiva a scuola, “È prevenzione. Si ascolti chi ci lavora”.

Potremmo investire fin dall’infanzia in attività adeguate alle diverse età, per comprendere le emozioni, sviluppare competenze relazionali, affrontare i conflitti, parlare di consenso e prevenire la violenza.

Accanto a queste attività servirebbero psicologi stabilmente presenti nelle scuole, accessibili anche a chi desidera semplicemente confrontarsi, senza dover essere segnalato.

E occorrerebbe potenziare i servizi territoriali per bambini, adolescenti, adulti e anziani.

Lo dico anche da libero professionista, quindi senza interesse economico diretto. Anzi🙃 Però, credo sia fondamentale poter scegliere un professionista privato di cui ci fidiamo, ma potendo scegliere un sostegno adeguato nella sanità pubblica, indipendentemente dalle proprie disponibilità economiche.

Vorrei conoscere le vostre opinioni ed esperienze, positive o negative, con i servizi psicologici pubblici e privati.

❤️ 🔖 📤 Se condividete questa riflessione, salvate e condividete il post.

Per informazioni sui miei percorsi potete scrivermi in DM o a [email protected].

08/10/2026

Questo reel l’ho registrato qualche settimana fa, dopo un commento anonimo di una presunta collega che, oltre a contestare alcune mie considerazioni, svalutava le posizioni degli Ordini professionali e dell’OMS a cui facevo riferimento, lasciando intendere che dietro ci fossero interessi o motivazioni poco trasparenti. In realtà era un tema di cui volevo parlare già da tempo, al di là di questo episodio e l’anonimato dietro cui potrebbe esserci solo un fake.

Chi mi segue sa che ormai ho quasi rinunciato all’idea che sui social bastino dati e studi per convincere qualcuno a cambiare posizione, soprattutto quando tocchiamo convinzioni che si intrecciano con il modo in cui vediamo noi stessi, gli altri e il mondo e che, proprio per questo, ci restituiscono una certa sensazione di coerenza e sicurezza.

Metterle in discussione può significare mettere in discussione anche qualcosa di noi e diventa naturale difenderle. Per questo credo meno nella persuasione del singolo a colpi di paper e molto di più in un lavoro lento di informazione e costruzione culturale.

Lo abbiamo visto con i vaccini, ma persino con temi apparentemente più semplici. Abbiamo ormai interiorizzato che fumare faccia male, mentre facciamo ancora molta più fatica ad accettare quello che sappiamo sull’alcol.

Nella salute mentale accade qualcosa di simile quando il narcisismo diventa un’etichetta da usare contro qualcuno, quando sulla violenza dimentichiamo la complessità biopsicosociale dei comportamenti umani oppure quando identità di genere ed educazione affettiva diventano terreni di appartenenza politica prima ancora che questioni sulle quali confrontarsi con ciò che sappiamo.

Finché a farlo è un cittadino qualsiasi, fa parte anche della libertà di ciascuno di costruirsi le proprie convinzioni. La questione per me cambia quando a parlare siamo noi professionisti sanitari e utilizziamo anche il nostro titolo per dare maggiore autorevolezza a ciò che sosteniamo.

Società scientifiche, Ordini, linee guida ed enti internazionali possono naturalmente essere criticati e la scienza progredisce anche attraverso il dissenso. Ma quelle posizioni non nascono dal nulla.

👇 Co

Oggi mia nonna avrebbe compiuto 102 anni. E, come capita quando parliamo delle persone che abbiamo amato, devo usare il ...
07/10/2026

Oggi mia nonna avrebbe compiuto 102 anni. E, come capita quando parliamo delle persone che abbiamo amato, devo usare il condizionale perché non c’è più da quando avevo 18 anni. Oggi ne ho 36 e mi fa uno strano effetto pensare che la vita condivisa con lei appartenga ormai alla prima metà della mia.

Ci sarebbe molto da raccontare su mia nonna e su ciò che ha rappresentato per me. Sono cresciuto con lei e per anni abbiamo dormito persino nella stessa camera, con il mio letto accanto al suo. Era gravemente malata di artrite reumatoide e, crescendo, ho imparato ad aiutarla quando faceva fatica a mangiare, a muoversi o a fare i suoi bisogni, insieme alla mia famiglia.

Forse anche per questo, già da bambino, l’idea di perderla era diventata una delle mie paure più profonde e mai ammesse. Cercavo di tenerla per me, quasi come se parlarne potesse aggiungere dolore a qualcosa che faceva già male anche solo immaginare.

Oggi, da psicoterapeuta, posso dare nomi diversi a quelle paure: paura della perdita e dell’abbandono, vulnerabilità davanti a qualcosa su cui non abbiamo potere, bisogno di controllo. Ma conoscerle meglio non mi rende estraneo a esse.

La malattia, il tempo che passa e la morte hanno qualcosa di quasi democratico: prima o poi entrano nella vita di tutti. Possiamo vivere senza pensarci, finché qualcosa ce le rimette davanti.

E spesso proprio in terapia cerchiamo di dare spazio e dignità a ciò che preferiremmo tenere lontano. Stare in contatto con la nostra vulnerabilità fa paura, ma può ricordarci ciò che conta davvero per noi.

Oggi mi tornano in mente tante immagini di mia nonna, alcune sbiadite dal tempo, e la consapevolezza che una parte di ciò che sono e delle scelte che ho fatto porta ancora qualcosa di quegli anni. Anche l’essere diventato psicoterapeuta.

Questo post vorrei fosse anche un piccolo modo per ricordarla. Grazie, nonna. ❤️

E, così come voi avete ascoltato me (e vi ringrazio) se vi va mi piacerebbe ascoltare voi: avete conosciuto questa paura, quella di perdere qualcuno che amate? Oppure c’è una vulnerabilità, una ferita o un dolore che oggi riuscite a guardare con occhi diversi? ❤️

06/10/2026

C’è una cosa che vedo sempre più spesso sui social, cioè l’idea che tutto ciò che riguarda l’avere bisogno dell’altro debba metterci in allarme.

Capisco da dove arrivi. Esistono relazioni in cui la paura di perdere qualcuno diventa dipendenza, controllo, possessività o ricatto. E sappiamo quanto la paura dell’abbandono possa entrare in dinamiche gravi.

Il problema è che, nel tentativo di proteggerci da tutto questo, rischiamo di andare nella direzione opposta e raccontarci che dovremmo bastarci da soli.

Così persino una frase iperbolica come “non potrei vivere senza di te”, detta per comunicare quanto qualcuno sia diventato importante, finisce nel contenitore delle cose “tossiche”.

Eppure difficilmente reagiremmo allo stesso modo sentendo qualcuno che, dopo aver perso un genitore o un figlio, dice “non so come farò a vivere senza di lui”.

Perché allora pretendiamo che nelle relazioni romantiche il dolore della perdita debba essere immediatamente trasformato in autonomia?

Forse abbiamo talmente paura di soffrire per amore che abbiamo iniziato a difenderci anche dall’idea di avere bisogno di qualcuno.

Siamo mammiferi sociali. Cresciamo dentro relazioni, costruiamo legami di attaccamento e una parte enorme della nostra vita prende forma insieme agli altri. Quando amiamo qualcuno per anni costruiamo abitudini, ricordi, progetti e persino l’immagine del futuro che pensavamo di vivere.

Perderlo può voler dire perdere molte di queste cose.

Possiamo imparare a ricostruire una vita e lavorare sui modi di aggrapparci all’altro che ci fanno male. Possiamo tollerare una separazione senza trasformare la paura della perdita in controllo, minaccia o coercizione.

Ma avere bisogno degli altri non è una patologia. E diventare adulti emotivamente sani non richiede di arrivare al punto in cui nessuno conta abbastanza da farci soffrire terribilmente se lo perdiamo.

E tu hai mai pensato di qualcuno “non so come farei senza di te”? Cosa rappresentava nella tua vita?

Se ti ha fatto pensare a qualcuno, salva o condividi il reel.

Per un percorso, scrivimi in DM o a [email protected].

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Stasera voglio condividere una riflessione che mi porto dietro da un po’, molto importante per me e che racconta anche u...
05/10/2026

Stasera voglio condividere una riflessione che mi porto dietro da un po’, molto importante per me e che racconta anche un’esperienza personale iniziata molti anni fa, proprio nelle foto che vedete qui. Per alcuni aspetti può essere anche un po’ scomoda, perché ci porta a guardare chi abbiamo scelto di tenere nella nostra vita, anche quando alcuni segnali forse raccontavano già qualcosa.

Ci porta anche a fare i conti con la nostra vulnerabilità e con una fragilità umana che nella quotidianità siamo spesso bravi a dimenticare.

Ci svegliamo, andiamo a scuola, all’università o al lavoro, organizziamo aperitivi, cene, vacanze e finiamo per dare quasi per scontato che la vita continuerà così.

Poi può arrivare un lutto, una diagnosi, una malattia o qualcosa capace di ricordarci, anche brutalmente, quanto siamo vulnerabili. Ed è lì che può diventare ancora più evidente chi abbiamo intorno.

Avere accanto le persone che amiamo non cancella quello che accade, non restituisce chi abbiamo perso e non elimina una malattia. Può però cambiare profondamente il modo in cui attraversiamo tutto questo.

E può fare male scoprire che qualcuno su cui avevamo investito molto, magari per anni, proprio quando avremmo avuto bisogno della sua presenza non c’era.

Anche quella consapevolezza può accompagnarci da lì in avanti, ricordandoci quanto conta scegliere chi vogliamo accanto nei momenti difficili e nelle giornate più leggere, senza rincorrere chi ci offre briciole di tempo, attenzione o presenza.

Credo ci sia qualcosa di prezioso nei rapporti in cui desideriamo esserci l’uno per l’altro nella quotidianità, nei giorni felici e quando la vita diventa più difficile, sentendo che quella disponibilità, pur con i nostri limiti, può esistere anche nella direzione opposta.

E a te è capitato, in un momento difficile, di non trovare chi avresti voluto o di renderti conto della sua assenza? Raccontalo nei commenti. ❤️
Se pensi possa risuonare anche ad altri, salvalo 🔖 o condividilo 📤

Se alcune di queste ferite continuano a pesare e vorresti lavorarci in un percorso, scrivimi in DM o a [email protected].

Nelle relazioni, la fiducia non si costruisce soltanto attraverso le grandi promesse o quando tutto procede bene. Una pa...
04/10/2026

Nelle relazioni, la fiducia non si costruisce soltanto attraverso le grandi promesse o quando tutto procede bene. Una parte importante si gioca nei momenti in cui attraversiamo una difficoltà e cerchiamo nell’altro una risposta.

È un tema su cui torna anche John Gottman, di cui avevo già parlato in altri contenuti: quanto contino quei momenti in cui ci rivolgiamo al partner cercando vicinanza, comprensione o semplicemente la sensazione che ciò che stiamo vivendo abbia importanza anche per lui o per lei.

Può succedere dopo una giornata pesante, quando siamo preoccupati o vulnerabili e avremmo bisogno di sentirci visti. Possiamo trovare qualcuno che prova ad avvicinarsi, magari senza avere le parole perfette, ma cercando di ascoltare e rimanere presente. Oppure possiamo sentirci respinti proprio mentre avremmo bisogno di vicinanza.

La ferita può diventare ancora più profonda quando proviamo a raccontare ciò che ci è mancato e ci sentiamo rispondere che stiamo esagerando, chiedendo troppo o che “non è successo niente”.

Il problema è che, quando esperienze simili si ripetono, possono cambiare il modo in cui ci avviciniamo all’altro. Possiamo iniziare a chiedere con più insistenza, proteggerci, trattenere ciò che sentiamo oppure smettere progressivamente di cercarlo. Così, anche “avevo bisogno di te e non c’eri” può finire per contenere molto più di un singolo episodio.

In terapia si può lavorare anche su questo. Individualmente, comprendendo cosa renda alcune assenze particolarmente dolorose, come esprimiamo i nostri bisogni e cosa facciamo quando temiamo che non verranno accolti. In coppia, osservando come uno cerca vicinanza, come l’altro interpreta quella richiesta e quale circolo finisce per costruirsi tra entrambi.

Riparare può significare anche riuscire a comprendere cosa sia accaduto per l’altro e provare, da lì, a rispondergli diversamente.

💬 Ti è mai capitato di pensare “Avevo bisogno di te e non c’eri”? Cosa avrebbe fatto la differenza?

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