02/09/2026
Il sistema nervoso si abitua a tutto.
Ed è proprio questo il problema
All'inizio un rumore ci disturba. Dopo qualche tempo quasi non lo sentiamo più. Entriamo in una casa vicina alla ferrovia e ci domandiamo come sia possibile dormirci, mentre chi ci vive da anni quasi non sente passare i treni. È una delle capacità più straordinarie degli esseri viventi: ci adattiamo. Ma siamo sicuri che sia sempre una buona notizia?
Agli inizi del Novecento alcuni studiosi tedeschi cominciarono a mettere in discussione l'idea di un sistema nervoso sostanzialmente rigido. Richard Semon, nel 1904, propose che l'esperienza lasciasse nell'organismo una traccia, che chiamò engramma. Non attraversiamo semplicemente un'esperienza per poi tornare identici a prima: qualcosa rimane. Pochi decenni dopo il fisiologo tedesco Albrecht Bethe utilizzò un'espressione ancora più esplicita. Nel 1933 pubblicò un lavoro intitolato Die Plastizität (Anpassungsfähigkeit) des Nervensystems, la plasticità, cioè la capacità di adattamento, del sistema nervoso. Il sistema nervoso non appariva più come una macchina definitivamente cablata, ma come una struttura vivente che, mentre risponde al mondo, modifica progressivamente se stessa.
Kurt Goldstein, studiando soprattutto uomini che avevano subito lesioni cerebrali durante la Prima guerra mondiale, portò il ragionamento ancora più avanti. L'organismo danneggiato non tenta necessariamente di ricostruire esattamente la condizione precedente, cerca un nuovo equilibrio possibile. In altre parole, adattarsi non significa sempre ritornare alla normalità: può significare costruirne una nuova. È qui che un problema apparentemente neurologico comincia a riguardarci molto da vicino.
Quando oggi parliamo di neuroplasticità tendiamo a considerarla qualcosa di positivo. Imparare una lingua modifica il cervello, suonare uno strumento lo modifica, acquisire una nuova capacità modifica circuiti e connessioni. Ma la plasticità non possiede una morale. Il sistema nervoso non decide se una trasformazione sarà buona per noi tra dieci anni, si modifica in relazione alle condizioni che incontra ripetutamente. Anche il dolore cronico produce plasticità, così come possono produrla dipendenze, stress persistente e condizioni prolungate di allarme. Il sistema nervoso diventa più efficiente nel fare ciò che gli facciamo fare spesso, e questo è molto meno rassicurante della retorica contemporanea sul meraviglioso cervello plastico.
Nella seconda metà del Novecento un altro concetto ha ampliato il quadro: l'allostasi. L'organismo non aspetta semplicemente che qualcosa alteri il proprio equilibrio per ripristinarlo, impara le caratteristiche dell'ambiente e si prepara a ciò che probabilmente accadrà. Se vivo in una situazione continuamente pericolosa, l'ipervigilanza può essere utile. Se vivo in un ambiente nel quale devo reagire rapidamente, imparo a reagire rapidamente. L'organismo costruisce, entro certi limiti, una fisiologia adeguata al mondo nel quale si trova. Il problema nasce quando quel mondo è patologico, perché possiamo adattarci anche a quello.
Ed eccoci allo smartphone. Messaggio, notifica, video, titolo, immagine, WhatsApp, mail, un'altra notifica, una guerra, una battuta, un gatto che cade dal divano, una pubblicità. Tutto in pochi minuti. Poi mettiamo via il telefono e dopo trenta secondi lo riprendiamo. Perché? La risposta più semplice è che siamo distratti, annoiati o dipendenti. Forse c'è qualcosa di più profondo: potremmo esserci adattati. Abbiamo costruito un ambiente caratterizzato da stimolazione frequente, novità continua, ricompense intermittenti, rapidi cambiamenti dell'attenzione e forti sollecitazioni emotive. Poi abbiamo consegnato a uno degli organismi più adattabili comparsi sulla Terra il compito di viverci dentro per molte ore ogni giorno. Sarebbe sorprendente se non cambiasse.
Qui si verifica un passaggio decisivo. All'inizio una grande quantità di stimoli rappresenta una sovrastimolazione, poi ci abituiamo e quella quantità di stimolazione diventa progressivamente normale. A quel punto può accadere qualcosa di ancora più interessante: la sua assenza viene percepita come una mancanza. Il silenzio diventa noioso, aspettare irritante, una conversazione lenta perde attrattiva, leggere venti pagine senza interrompersi richiede uno sforzo insolito, camminare senza ascoltare o controllare qualcosa sembra tempo inutilizzato. Non necessariamente perché queste attività siano cambiate. Siamo cambiati noi. Il sistema nervoso ha imparato quale quantità e quale velocità di stimolazione aspettarsi. Quello che ieri sarebbe stato eccessivo oggi appare normale, mentre ciò che ieri chiamavamo tranquillità può cominciare ad assomigliare al vuoto.
Qui sta il grande equivoco dell'adattamento. Da Darwin in poi abbiamo imparato ad associarlo alla sopravvivenza, ma ciò che permette di funzionare in un determinato ambiente non coincide necessariamente con ciò che è migliore per l'individuo. Possiamo adattarci al rumore, alla mancanza di sonno, alla tensione, alla fretta, alla frammentazione e alla continua interruzione. Possiamo perfino diventare molto efficienti dentro queste condizioni. Essere perfettamente adattati a un ambiente disfunzionale, però, non rende funzionale quell'ambiente. Al contrario, può renderlo più difficile da riconoscere.
Questo è forse il punto più inquietante. Quando qualcosa ci fa male possiamo accorgercene e reagire. Quando invece ci siamo adattati, il problema può progressivamente scomparire dalla percezione, non perché sia scomparso, ma perché è diventato normale. Un animale che percepisse continuamente come eccezionale ogni caratteristica stabile del proprio ambiente sarebbe probabilmente incapace di viverci. Il sistema nervoso deve imparare che cosa ignorare, che cosa prevedere e a che cosa prepararsi. È una necessità biologica. La stessa capacità che ci salva, però, può renderci ciechi.
Siamo abituati a pensare alla libertà come possibilità di scegliere, ma prima della scelta esiste una questione più sottile: chi è colui che sceglie dopo anni di adattamento? Se modifico per migliaia di ore il mio ambiente attentivo, emotivo e cognitivo, non posso dare per scontato che il soggetto che alla fine compie una scelta sia identico a quello che aveva iniziato. L'ambiente non determina necessariamente ciò che pensiamo, fa qualcosa di più discreto: contribuisce a costruire le condizioni dalle quali penseremo.
E questo vale ben oltre il digitale. Vale per il lavoro, la paura, la propaganda, il consumo, la violenza, la competizione e qualsiasi ambiente sufficientemente persistente da diventare parte della nostra normalità. Da Semon a Bethe, da Goldstein fino alle neuroscienze contemporanee emerge un'immagine dell'essere umano molto diversa da quella di un osservatore che attraversa il mondo rimanendo sostanzialmente uguale a se stesso. Siamo permeabili all'esperienza. Il mondo ci attraversa e in parte ci costruisce.
Questa capacità ci permette di imparare, sopravvivere e affrontare situazioni che i nostri antenati non avrebbero neppure potuto immaginare. Ma proprio questa straordinaria adattabilità contiene il suo contrario: possiamo abituarci anche a ciò a cui non avremmo mai dovuto abituarci. Forse una delle domande decisive del nostro tempo non è quindi quanto l'essere umano possa adattarsi. Sappiamo che può farlo in misura impressionante. La domanda è a che cosa vogliamo permettere al nostro sistema nervoso di adattarsi. Perché un ambiente abitato abbastanza a lungo smette, almeno in parte, di essere soltanto intorno a noi: diventa noi.