07/08/2026
RIFLESSO UMANO
Da giorni centinaia di persone dormono fuori dallo Spin Time di Roma.
Tende.
Brandine.
Valigie.
E una frase pronunciata da alcuni residenti continua a risuonarmi dentro:
"Le nostre vite sono là dentro."
Mi sono chiesta come possa esserci un'intera vita dentro quattro mura.
Poi ho pensato alla tana.
Per molti animali è il luogo in cui smettere di fuggire.
Dormire.
Riprendersi dalle ferite.
Mettere al mondo e far crescere i propri cuccioli.
Il luogo in cui la vita può continuare.
Anche noi esseri umani, in fondo, abbiamo bisogno di una tana.
La chiamiamo casa.
Non soltanto perché ci ripara dalla pioggia.
Ma perché è il luogo in cui il corpo impara, ogni giorno, che può abbassare la guardia.
È lì che, giorno dopo giorno, depositiamo qualcosa di molto più prezioso degli oggetti.
Ricordi.
Abitudini.
Odori.
Feste.
Litigi.
Abbracci.
I primi passi di un figlio.
Le persone che abbiamo amato.
E la certezza di poter ritrovare tutto questo, ogni volta che torniamo a casa.
Ma cosa accade quando è proprio quella tana a bruciare?
Quando il luogo che avrebbe dovuto proteggerci smette di essere un luogo sicuro?
Forse è per questo che perdere una casa è così destabilizzante.
Non perdiamo soltanto un tetto.
Si frantuma una delle convinzioni più profonde a cui ci siamo affidati per tutta la vita:
la casa dovrebbe essere il luogo più sicuro.
Ed è lì che nasce una forma di disperazione difficile da spiegare.
Per un tempo, non esiste più un luogo sicuro.
E il bisogno di sicurezza non scompare.
Anzi, si acutizza...
Senza sapere più dove trovarla.
Forse è anche per questo che non basta trovare un'altra casa.
Una casa restituisce dei muri.
Ma non restituisce, da sola, ciò che avevamo costruito tra quelle mura.
Quello richiede tempo.
Nuove esperienze.
Nuove relazioni.
Nuovi ricordi.
Un nuovo luogo nel quale, giorno dopo giorno, poter tornare a fidarsi.
Perché, forse, una casa non è soltanto il posto in cui viviamo.
È il luogo in cui, lentamente, depositiamo e custodiamo il nostro senso di sicurezza.