Psicologa Milano Patrizia Tummolo

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💧 RIFLESSO UMANO | Uno sguardo psicologico sul mondo che viviamo
📩 Percorsi individuali • Info ↓ Laureata in Psicologia Clinica e di Comunità nel 2006, regolarmente iscritta presso l'Albo degli Psicologi dal 2009, attualmente specializzanda in Psicoterapia Sistemico Familiare e Relazionale. Ho avuto esperienze sia in ambito privato che nei servizi pubblici quali Ser.t., Centri di Salute Mentale e Neuropsichiatria Infantile.

RIFLESSO UMANOCiò che le esperienze rivelano di noiIn una scuola di Pinerolo uno studente con disabilità è stato ustiona...
06/10/2026

RIFLESSO UMANO
Ciò che le esperienze rivelano di noi

In una scuola di Pinerolo uno studente con disabilità è stato ustionato con un accendino da un compagno.

Prima dell’aggressione ci sarebbero state prese in giro, un video, messaggi in una chat.

Altri ragazzi intorno.

Episodi come questo mostrano qualcosa di difficile da guardare:

il nostro rapporto con il potere cambia quando davanti abbiamo qualcuno che ha meno possibilità di opporsi.

Dominanza e sottomissione attraversano anche la nostra storia di mammiferi sociali.

Cerchiamo una posizione nei gruppi.
Misuriamo la nostra forza e quella degli altri.
Possiamo competere, allearci, guidare, seguire, sfidare, sottometterci.

Il problema forse non è possedere queste spinte.

È cosa accade quando non le riconosciamo.

Perché esercitare potere su qualcuno più debole offre una possibilità particolare:

sentirsi forti incontrando poca resistenza.

E se intorno c’è un gruppo, quella forza può diventare anche una rappresentazione.

Qualcuno umilia.
Qualcuno ride.
Qualcuno guarda.
Qualcuno filma.
Qualcuno tace.

E quella scena può offrire qualcosa anche a chi non compie direttamente il gesto.

Appartenenza.
Una posizione nel gruppo.
L’approvazione degli altri.
O semplicemente il sollievo di trovarsi dalla parte di chi ride e non di chi viene deriso.

Forse è anche per questo che opporsi non è sempre facile.

Dire basta può significare rinunciare alla protezione del gruppo proprio nel momento in cui il gruppo ci sta chiedendo di scegliere da che parte stare.

Non significa che tutte le responsabilità siano uguali.

Non lo sono.

Chi compie un gesto violento ne porta la responsabilità.

Ma un gruppo costruisce continuamente, anche senza dichiararlo, i confini di ciò che al suo interno può accadere.

Con una risata.
Con un silenzio.
Con un’approvazione.
E anche con qualcuno che, a un certo punto, decide di interrompere la scena.

Forse allora educare alla non violenza non significa soltanto insegnare che non bisogna fare del male.

Potrebbe significare imparare a riconoscere qualcosa di più scomodo:

che dentro di noi esistono anche aggressività, desiderio di prevalere, bisogno di appartenenza e paura di essere esclusi.

Negarli non li rende meno reali.

Riconoscerli può renderci più capaci di scegliere che cosa farne.

Perché il nostro rapporto con il potere non si vede soltanto quando incontriamo qualcuno più forte di noi.

Si vede anche quando siamo noi ad avere una posizione di vantaggio.

Nelle relazioni.
Nel lavoro.
In famiglia.
Dentro un gruppo.

Magari senza una fiamma.
Senza violenza evidente.
Senza qualcosa che gli altri chiamerebbero abuso.

Ma con la possibilità di insistere perché l’altro cede.
Di alzare la voce perché l’altro la abbassa.
Di occupare più spazio perché sappiamo che l’altro ce lo lascerà.

Ed è forse lì che la cronaca smette di parlare soltanto di qualcun altro.

E comincia a riguardarci.

Che cosa faccio del mio potere quando davanti ho qualcuno che avrebbe difficoltà a opporsi?

Patrizia Tummolo · Psicologa

A volte perdiamo persone, relazioni, possibilità, progetti a cui avremmo voluto dare un finale diverso. E il primo impul...
04/10/2026

A volte perdiamo persone, relazioni, possibilità, progetti a cui avremmo voluto dare un finale diverso. E il primo impulso può essere recuperare: capire, aggiustare, tornare indietro.

Ma non tutte le perdite chiedono di essere riparate.
Alcune possono solo essere attraversate, anche nel dolore.

Non perché ciò che abbiamo perso non avesse valore.
Anzi, è proprio il valore che aveva a rendere dolorosa la sua perdita.

Possiamo riconoscere ciò che ci ha dato, ciò che ci ha tolto e persino ciò che abbiamo amato, accettando che oggi non abbia più posto nella nostra vita.

Come distingui ciò che è tempo di lasciar andare da ciò per cui vale ancora la pena lottare?

Buona Festa dei Nonni 🤍
02/10/2026

Buona Festa dei Nonni 🤍

Quando essere all'altezza diventa una fatica quotidiana.A volte trascorriamo tanto tempo a cercare di soddisfare aspetta...
30/09/2026

Quando essere all'altezza diventa una fatica quotidiana.

A volte trascorriamo tanto tempo a cercare di soddisfare aspettative, evitare delusioni, dimostrare capacità, da non accorgerci di quanto spazio tutto questo occupi nella nostra vita.

Può accadere nelle relazioni, sul lavoro, in famiglia.

Ci adattiamo, tratteniamo parole, rimettiamo in discussione le nostre scelte.

E anche quando otteniamo un risultato positivo, quella sensazione di essere finalmente abbastanza sembra durare pochissimo.

Forse vale la pena fermarsi e osservare qualcosa che spesso diamo per scontato: il bisogno di dimostrare il nostro valore.

A chi stiamo ancora cercando di dimostrarlo?

E cosa lasciamo indietro mentre continuiamo a provarci?

Non esiste necessariamente una risposta immediata. A volte il primo passo è accorgersi del meccanismo.

La stanza, dentro
Istantanee dal lavoro terapeutico.

Patrizia Tummolo · Psicologa

𝗥𝗜𝗙𝗟𝗘𝗦𝗦𝗢 𝗨𝗠𝗔𝗡𝗢Ciò che le esperienze rivelano di noiI dipendenti dell’Apple Store di Milano hanno annunciato uno sciopero...
15/09/2026

𝗥𝗜𝗙𝗟𝗘𝗦𝗦𝗢 𝗨𝗠𝗔𝗡𝗢
Ciò che le esperienze rivelano di noi

I dipendenti dell’Apple Store di Milano hanno annunciato uno sciopero denunciando, tra le altre cose, carenze di personale, aumento dei carichi di lavoro e sovrapposizione delle mansioni.

Ma il sovraccarico ha una caratteristica interessante:

finché qualcuno riesce a sostenerlo, può diventare quasi invisibile.

Se una persona fa il lavoro di due e il sistema continua a funzionare, dall’esterno potremmo persino vedere efficienza.

E forse c’è una ragione ancora più scomoda per cui tendiamo a normalizzarlo:

il sovraccarico di qualcuno spesso produce l’alleggerimento di qualcun altro.

Succede nel lavoro.

Ma anche nelle famiglie, nelle coppie, nei gruppi.

Qualcuno organizza.
Qualcuno anticipa.
Qualcuno ricorda.
Qualcuno risolve.
Qualcuno contiene.

E più quella persona diventa capace di reggere, più facilmente gli altri possono abituarsi a lasciarle peso.

Fino a quando una capacità diventa un ruolo.

E un ruolo diventa un’aspettativa.

Ma un sistema cresce davvero quando pochi diventano sempre più capaci di sostenere il peso di molti?

O quando ciascuno può assumersi progressivamente una quota maggiore di responsabilità, compatibile con le proprie possibilità?

Forse prendersi cura di un sistema non significa trovare qualcuno abbastanza forte da reggerlo.

Significa anche distribuire il peso in modo che chi può crescere venga accompagnato ad assumersi ciò che può sostenere, e chi ha sostenuto troppo possa finalmente restituire una parte di quel carico.

Perché aiutare non significa necessariamente togliere peso all’altro.

A volte significa aiutarlo a diventare capace di portarne un po’ di più.

E allora forse la domanda non è soltanto:

chi, nei nostri sistemi, sta portando troppo?

Ma anche:

quale parte di quel peso abbiamo smesso di vedere perché, finché la porta qualcun altro, rende più leggera la nostra?

Patrizia Tummolo · Psicologa

Possiamo dire ciò che desideriamo, ciò che ci ferisce, ciò che per noi è importante.Possiamo chiedere, confrontarci, neg...
12/09/2026

Possiamo dire ciò che desideriamo, ciò che ci ferisce, ciò che per noi è importante.

Possiamo chiedere, confrontarci, negoziare.

Ma cosa accade quando l’altro sceglie qualcosa di diverso da ciò che vorremmo?

Forse è proprio lì che possiamo osservare la differenza tra entrare in relazione con l’altro e provare a determinarlo.

E tornare a una domanda che riguarda noi:
come sto io nello spazio che esiste tra la tua libertà e la mia?

𝗥𝗜𝗙𝗟𝗘𝗦𝗦𝗢 𝗨𝗠𝗔𝗡𝗢Ciò che le esperienze rivelano di noiMario Balotelli ha rivolto pubblicamente una domanda a Roberto Vannac...
06/09/2026

𝗥𝗜𝗙𝗟𝗘𝗦𝗦𝗢 𝗨𝗠𝗔𝗡𝗢
Ciò che le esperienze rivelano di noi

Mario Balotelli ha rivolto pubblicamente una domanda a Roberto Vannacci:

«Io per lei sono italiano?»

Ma forse quella domanda ne contiene un’altra:

chi ha il potere di stabilire chi è abbastanza italiano?

Vannacci propone una propria idea di identità nazionale. E quella visione rappresenta una parte dell’Italia: ci sono italiani che vi si riconoscono.

Ma ce ne sono molti altri che non vi si riconoscono affatto.

E sono italiani anch’essi.

Con origini, valori, storie familiari, culture, corpi e modi di vivere profondamente differenti.

Non sono persone da includere benevolmente dentro un recinto la cui forma è già stata stabilita.

La loro stessa esistenza contribuisce a definire e ampliare quel recinto.

Balotelli è italiano indipendentemente dall’opinione di Vannacci.

Vannacci è italiano indipendentemente dalla mia.

E io posso non riconoscermi affatto nell’Italia che Vannacci racconta senza che questo mi renda meno italiana.

Forse è proprio questo uno degli aspetti più difficili dell’appartenenza:

accettare che il nostro “noi” comprenda anche persone che non ci somigliano e nelle quali potremmo persino non riconoscerci.

Perché è facile riconoscere come parte del nostro gruppo qualcuno che ci somiglia.

Più difficile è farlo quando la sua presenza modifica l’immagine che avevamo costruito di quel gruppo.

Costruiamo continuamente categorie per orientarci e possiamo dividerci in gruppi sempre più piccoli, fino ad arrivare all’unicità di ciascuno.

Eppure tutti continuiamo ad appartenere a una categoria che nessuna opinione può concedere o revocare:

esseri umani.

Le differenze non scompaiono.

Rimangono.

La domanda è che cosa ne facciamo.

Quanto deve somigliarti qualcuno per essere parte del tuo “noi”?

Quanto deve essere diverso per diventare parte del tuo “voi”?

Patrizia Tummolo · Psicologa

𝗥𝗜𝗙𝗟𝗘𝗦𝗦𝗢 𝗨𝗠𝗔𝗡𝗢Ciò che le esperienze rivelano di noiUna bambina di cinque anni.Sua madre. Suo padre. Il loro cane.Quattro...
01/09/2026

𝗥𝗜𝗙𝗟𝗘𝗦𝗦𝗢 𝗨𝗠𝗔𝗡𝗢
Ciò che le esperienze rivelano di noi

Una bambina di cinque anni.
Sua madre. Suo padre. Il loro cane.

Quattro vite finite dentro la stessa casa.

La bambina aveva una grave disabilità e aveva bisogno di assistenza continua. La madre aveva lasciato il lavoro per occuparsi di lei. La famiglia era seguita dai servizi.

Nei messaggi lasciati dai genitori rimane una frase:

«Da soli non ce la facciamo.»

Una frase difficile da leggere dopo quello che è accaduto.

La disperazione non cancella la responsabilità individuale né il diritto alla vita di un'altra persona.

Ma, riconosciuta quella responsabilità, resta una domanda:

la nostra dove comincia?

Perché una parte enorme della cura continua ad avvenire dentro le case, lontano dagli occhi degli altri.

Ci sono genitori che assistono ogni giorno figli con disabilità.

Figli che si occupano di genitori anziani o non autosufficienti.

Familiari che vivono accanto a persone con una grave sofferenza psichica.

Persone che, quasi senza accorgersene, diventano giorno dopo giorno il principale sostegno di qualcun altro.

Sono storie molto diverse.

Ma possono avere qualcosa in comune: la solitudine di un peso che, con il tempo, può diventare difficile persino raccontare.

Possiamo allora chiederci quanto di questo peso possa sostenere un individuo e quale parte siamo disposti ad assumere, come comunità.

Forse stiamo confondendo autonomia e autosufficienza.

Essere responsabili della propria vita non significa doverla sostenere interamente da soli.

Forse essere comunità comincia anche da qui: accorgerci che ciò che accade nelle vite degli altri non diventa affar nostro soltanto quando arriva sulle pagine di cronaca.

E allora quella frase, «Da soli non ce la facciamo», lascia una domanda anche a noi:

Quanto siamo diventati bravi a difendere la nostra individualità e quanto stiamo dimenticando che siamo contemporaneamente individui e parti di sistemi?

Può esserci del tutto estraneo ciò che accade dentro quei sistemi?

Patrizia Tummolo · Psicologa

A volte sappiamo cosa vorremmo fare.Eppure qualcosa ci trattiene.Perché scegliere per noi può significare deludere qualc...
30/08/2026

A volte sappiamo cosa vorremmo fare.

Eppure qualcosa ci trattiene.

Perché scegliere per noi può significare deludere qualcuno.
E scegliere per l’altro può significare rinunciare a qualcosa di nostro.

È proprio lì che il senso di colpa può diventare difficile da attraversare.

Forse non dobbiamo sempre cercare di farlo sparire.

Possiamo provare ad ascoltarlo e capire quale quota di responsabilità siamo disposti ad assumere verso noi stessi e verso gli altri.

Poi, con un atto di volontà consapevole, scegliere dove collocarci tra questi due poli.

La domanda allora può diventare:

Cosa scelgo di fare, adesso che sono consapevole che dovrò reggere una quota di colpa e assumermi una quota di responsabilità verso me e verso l’altro?

È da questo spazio che può nascere una scelta più consapevole, libera e personale.

La stanza, dentro
Istantanee dal lavoro terapeutico.

Patrizia Tummolo, psicologa

La paura non è sempre un segnale che qualcosa non va.A volte ci avverte di un pericolo presente e ci aiuta a proteggerci...
24/08/2026

La paura non è sempre un segnale che qualcosa non va.

A volte ci avverte di un pericolo presente e ci aiuta a proteggerci.
Altre volte ci prepara a qualcosa che potrebbe accadere, portando nel presente esperienze, possibilità e scenari che appartengono ancora al futuro.

Ma in entrambi i casi, ciò che sentiamo è reale.

Forse per questo, prima di cercare di eliminare una paura o di convincerci che sia irrazionale, può essere utile fermarsi ad ascoltarla.

Non per lasciarle decidere al posto nostro.
Ma per comprendere quale informazione porta con sé.

Questa paura, da cosa sta cercando di proteggermi?

Indirizzo

Via Frua 21/6
Milan
20146

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 20:00
Martedì 09:00 - 20:00
Mercoledì 09:00 - 20:00
Giovedì 09:00 - 20:00
Venerdì 09:00 - 20:00

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