06/10/2026
RIFLESSO UMANO
Ciò che le esperienze rivelano di noi
In una scuola di Pinerolo uno studente con disabilità è stato ustionato con un accendino da un compagno.
Prima dell’aggressione ci sarebbero state prese in giro, un video, messaggi in una chat.
Altri ragazzi intorno.
Episodi come questo mostrano qualcosa di difficile da guardare:
il nostro rapporto con il potere cambia quando davanti abbiamo qualcuno che ha meno possibilità di opporsi.
Dominanza e sottomissione attraversano anche la nostra storia di mammiferi sociali.
Cerchiamo una posizione nei gruppi.
Misuriamo la nostra forza e quella degli altri.
Possiamo competere, allearci, guidare, seguire, sfidare, sottometterci.
Il problema forse non è possedere queste spinte.
È cosa accade quando non le riconosciamo.
Perché esercitare potere su qualcuno più debole offre una possibilità particolare:
sentirsi forti incontrando poca resistenza.
E se intorno c’è un gruppo, quella forza può diventare anche una rappresentazione.
Qualcuno umilia.
Qualcuno ride.
Qualcuno guarda.
Qualcuno filma.
Qualcuno tace.
E quella scena può offrire qualcosa anche a chi non compie direttamente il gesto.
Appartenenza.
Una posizione nel gruppo.
L’approvazione degli altri.
O semplicemente il sollievo di trovarsi dalla parte di chi ride e non di chi viene deriso.
Forse è anche per questo che opporsi non è sempre facile.
Dire basta può significare rinunciare alla protezione del gruppo proprio nel momento in cui il gruppo ci sta chiedendo di scegliere da che parte stare.
Non significa che tutte le responsabilità siano uguali.
Non lo sono.
Chi compie un gesto violento ne porta la responsabilità.
Ma un gruppo costruisce continuamente, anche senza dichiararlo, i confini di ciò che al suo interno può accadere.
Con una risata.
Con un silenzio.
Con un’approvazione.
E anche con qualcuno che, a un certo punto, decide di interrompere la scena.
Forse allora educare alla non violenza non significa soltanto insegnare che non bisogna fare del male.
Potrebbe significare imparare a riconoscere qualcosa di più scomodo:
che dentro di noi esistono anche aggressività, desiderio di prevalere, bisogno di appartenenza e paura di essere esclusi.
Negarli non li rende meno reali.
Riconoscerli può renderci più capaci di scegliere che cosa farne.
Perché il nostro rapporto con il potere non si vede soltanto quando incontriamo qualcuno più forte di noi.
Si vede anche quando siamo noi ad avere una posizione di vantaggio.
Nelle relazioni.
Nel lavoro.
In famiglia.
Dentro un gruppo.
Magari senza una fiamma.
Senza violenza evidente.
Senza qualcosa che gli altri chiamerebbero abuso.
Ma con la possibilità di insistere perché l’altro cede.
Di alzare la voce perché l’altro la abbassa.
Di occupare più spazio perché sappiamo che l’altro ce lo lascerà.
Ed è forse lì che la cronaca smette di parlare soltanto di qualcun altro.
E comincia a riguardarci.
Che cosa faccio del mio potere quando davanti ho qualcuno che avrebbe difficoltà a opporsi?
Patrizia Tummolo · Psicologa