10/09/2026
Negli ultimi tempi mi colpisce la crescente diffusione di ristoranti, hotel, eventi e strutture adult only: luoghi nei quali la presenza dei bambini viene esplicitamente esclusa o fortemente limitata.
Non mi interessa tanto stabilire se sia giusto o sbagliato.
Mi interessa chiedermi che cosa ci racconta questa tendenza.
Perché dietro una scelta commerciale apparentemente semplice possono esserci bisogni psicologici, trasformazioni sociali e anche importanti questioni educative.
Partiamo da un punto fondamentale: il bisogno di avere spazi senza bambini è legittimo.
Capisco l’adulto che desidera silenzio.
Il genitore che, dopo una settimana senza mai essere solo, vorrebbe cenare senza dover contemporaneamente occuparsi di qualcuno.
Chi vuole riposarsi.
Chi vuole parlare senza essere interrotto.
Chi, semplicemente, per qualche ora vuole smettere di essere responsabile di qualcun altro.
Non c’è nulla di patologico in questo.
Anzi, forse dovremmo parlare molto di più della solitudine della genitorialità contemporanea.
Famiglie più piccole, nonni lontani o ancora al lavoro, reti di sostegno più fragili, due genitori che lavorano, giornate piene e responsabilità enormi.
Abbiamo mantenuto l’idea che “per crescere un figlio ci vuole un villaggio”, ma abbiamo progressivamente smantellato il villaggio.
E poi ci chiediamo perché i genitori siano esausti.
Ma c’è un secondo fenomeno che mi interessa.
Contemporaneamente a questa crescente fatica genitoriale, stiamo diventando una società sempre più anziana e con sempre meno bambini.
E questo cambia anche il nostro rapporto con l’infanzia.
Perché un bambino non è semplicemente una persona più piccola.
È rumore, movimento, dipendenza, imprevedibilità, bisogno, frustrazione.
È qualcuno che deve ancora imparare a stare nel mondo.
E qui compare una domanda psicologica:
quanto siamo diventati tolleranti verso ciò che ci disturba?
Viviamo in ambienti sempre più progettati per essere efficienti, confortevoli, silenziosi, prevedibili.
Il bambino, invece, non è prevedibile.
E forse non è un caso che la sua presenza venga sempre più spesso regolata, delimitata, separata.
Non necessariamente perché non lo amiamo.
Ma perché facciamo sempre più fatica a tollerare ciò che non si adatta ai nostri ritmi.
E questo riguarda anche la genitorialità.
Perché mentre alcuni adulti chiedono:
“Perché devo sopportare il comportamento di tuo figlio?”
alcuni genitori si trovano dall’altra parte a chiedersi:
“Come faccio a porre un limite senza sentirmi un cattivo genitore?”
Quando sei stanco, quando sei solo, quando hai poco sostegno e temi continuamente di non essere abbastanza, dire di no diventa più difficile.
E così possono comparire due movimenti apparentemente opposti.
Da una parte:
“I bambini non devono disturbare.”
Dall’altra:
“Non posso frustrare mio figlio.”
In mezzo rimane una competenza fondamentale: insegnare ai bambini a stare progressivamente nel mondo degli altri.
Non tutto è permesso.
Ma nemmeno tutto ciò che disturba deve essere eliminato.
Ed è qui che la questione adult only diventa, per me, interessante anche pedagogicamente.
Perché una cosa è dire:
“Questo è uno spazio pensato per il riposo degli adulti.”
Un’altra è costruire una cultura nella quale la presenza dei bambini viene implicitamente associata al disturbo.
Sono due cose molto diverse.
La prima risponde a un bisogno.
La seconda rischia di costruire uno sguardo.
Perché i bambini non sono soltanto i nostri figli.
Sono una parte della società.
E gli adulti non dovrebbero incontrarli soltanto quando devono occuparsene.
La convivenza tra età diverse ha anche una funzione educativa.
Un bambino impara a stare con gli altri.
Ma anche un adulto impara a stare accanto a chi è diverso da lui.
Avere pazienza.
Tollerare il rumore.
Ricordare che non tutto deve funzionare secondo i propri bisogni.
C’è poi qualcosa che trovo ancora più paradossale.
Una società che invecchia e fa sempre meno figli rischia di diventare anche una società sempre meno abituata ai bambini.
E allora l’infanzia diventa progressivamente qualcosa da collocare in spazi dedicati.
Scuola.
Area giochi.
Ristorante per famiglie.
Evento per famiglie.
E fuori da lì?
Meglio non disturbare.
Non penso che la soluzione sia abolire gli spazi adult only.
E nemmeno che un bambino debba avere accesso ovunque, comunque e senza limiti.
Gli adulti hanno diritto al riposo.
I bambini hanno bisogno di confini.
I genitori hanno bisogno di sostegno.
E gli spazi possono avere funzioni diverse.
Il punto, per me, è un altro:
che tipo di società costruiamo quando la separazione diventa la risposta abituale alla fatica della convivenza?
Forse il problema non sono soltanto i bambini.
E non sono nemmeno soltanto i genitori.
Forse stiamo cercando di risolvere individualmente qualcosa che è diventato collettivo:
la fatica di prenderci cura.
Dei bambini.
Degli anziani.
Di chi ha bisogno.
E persino degli adulti che, per qualche ora, avrebbero bisogno di non dover prendersi cura di nessuno.
E allora mi rimane una domanda.
Dove finirà questa tendenza?
In una società con spazi sempre più specializzati per ogni bisogno?
O in una società capace di costruire anche luoghi nei quali persone di età diverse possano ancora incontrarsi?
Forse non dobbiamo scegliere tra bambini ovunque e bambini da nessuna parte.
Dobbiamo tornare a chiederci come si costruisce una società nella quale ci sia posto per tutti e che tipo di futuro desideriamo costruire.