16/03/2025
Cuciture di mezzeria,
è il titolo di questa mia foto.
Ma le foto devono avere per forza un titolo? No. Ma io preferisco darlo per capire meglio me stessa in quel momento.
Suggerisco anche ai miei pazienti di titolare le loro, quando prescrivo nei miei percorsi di sostegno alla persona, l'utilizzo delle immagini auto-prodotte. È un processso che riconnette il simbolico indecifrato che abbiamo dentro con delle "esche visive" che sono fuori e che ci chiamano ad essere fotografate/riconosciute. Il palcoscenico complesso dell'inconscio, attraverso l'otturatore della fotocamera ed il mio sistema percettivo che lo apre, disvela la scena proiettandola nel mondo fuori, così catturato in uno scatto.
La scena dello scatto diventa quindi nella ristrutturazione del colloquio psicologoco, la mappa narrativa da ripercorrere insieme in seduta.
Il titolo della foto e lo sviluppo dei suoi significati con il paziente, ritorna come il lavoro più proficuo per aggirare le sue difese e le sue resistenze al cambiamento, creando un esperienza emozionale correttiva che definisco in progress:
➡️ Emozione muta/malessere da rappresentare portato dal paziente
➡️ Prescrizione della psicologa: ricerca di un oggetto/scena/immagine da ritrarre
➡️ Colloquio clinico sul senso maieutico dell'immagine e del testo risultante
➡️ Ristrutturazione clinica dei significati e riformulazione dei vissuti prima e dopo
➡️ Narrazione alternativa da cui ripartire.
La narrazione che faccio ogni giorno "di me, degli altri, di ció che ci accade" diventa pertanto la storia di vita di ciascuno di noi e le parole/immagini che usiamo hanno il potere di plasmarla come: felice, tormentata, rivoluzionaria, vuota.
Non riesco, non posso, non devo, mi piacerebbe ma, e se poi non va, ho paura che, non funzionerà, lo so peró, lo so già come va a finire...è un tipo di narrazione. Sono parole/automatismi che veicolano scelte aderenti alle profezie che si autoavverano.
Poi si chiede di fare 5 foto e portarle in seduta e si scoprono soggetti ritratti con: aperture, prospettiva, direzioni, luminosità, focalizzazione, espressività, creatività, fiducia, dialogo. Sempre la stessa persona dell "io non" . Del tutto inconsapevole delle sue parti funzionali e di crescita così mascherate. Le si discute, le si comprende, le si accetta come parti emergenti e vivificanti.
Ho sempre creduto che la fotografia sia un generatore di senso straordinario e l'attrazione verso un determinato oggetto/soggetto da ritrarre, è un intimo catalizzatore di significati da cui imparare qualcosa di di nuovo. Nel momento in cui si pubblicano, si espongono, si offrono alle attribuzioni altrui, donando a volte anche una opportunità al prossimo.
C'è qualcuno a cui questa foto risuona rispetto al titolo che gli ho dato io?
Oppure ne dareste un altro per voi più significativo?
Ritornando a questa immagine nel 2017 cercavo una strada nuova da percorrere, ma non lo "sapevo" non avevo nè immagine, nè parole, il mio inconscio la "sentiva", come sensazione di pervasiva insoddisfazione. Ho fatto mia questa consapevolezza quando l'ho oggettivata in queste cuciture così apparentemente incomprensibili lì in quel momento. Riguardandola ho poi capito perchè ho scelto questo particolare, tra tanti altri alla Casa Museo Enzo Ferrari.
Oggi mi sto godendo ancora il viaggio sulla mia strada di mezzeria tra Modena Padova ed Arezzo, la mia macchina ovviamente non è questa, ma il paesaggio è rigoglioso, fiducioso, ospitale ed in prospettiva .
© Testo e foto Dott.ssa Anna Rita Rapanà
Psicologa ad indirizzo clinico e di comunità, fotografa, esperta in lettura ed interpretazione psicologica di immagini, per lo sviluppo della persona, dei gruppi e delle organizzazioni.