01/06/2026
Troppo spesso i genitori vivono con eccessiva ansia e forti aspettative l’attività sportiva dei propri figli.
Sostengono il ragazzo con il cuore, con amore ma senza rendersi conto, esagerano diventando onnipresenti. In alcuni casi si sostituiscono al mister e dalla tribuna li noti in piedi o attaccati alla rete di recinzione che urlano indicazioni.
Quando finisce, si torna a casa, e durante cena o il tragitto si fanno i discorsi più esosi…si parla di classifica, di campioni , si fanno paragoni con i più grandi giocatori della storia mostrando come sotto tanti aspetti ci sia una forte somiglianza con il proprio figlio. Ad alcuni genitori basta assistere ad un paio di buone partite, che già iniziano a far discorsi sul futuro pensando di avere un campione.
Non tutti i genitori sono uguali.
Ma se a casa non hai mai giocato con tuo figlio e improvvisamente ti trasformi nel suo mental coach, personal training o peggio ancora maestro di tecnica pensando di allenare i suoi punti deboli cercando di trasformarlo in un campione…ecco forse non lo stai aiutando, anche se credi fortemente in ció che stai facendo.
Tutto questo discorso si può riassumere con una semplice parola: SUCCESSO
La ricerca assidua del successo, prima personale e poi di famiglia.
Mettendo in testa ai giovani che l’unica cosa che desidero è vederlo vincere e arrivare il più lontano possibile potrebbe essere motivante per qualcuno ma per altri no. Alimentando subdolamente la paura di deludere e diminuendo la propria autostima e autonomia, quando si troveranno davanti alle prime piccole pressioni e difficoltà tutto diventerà impossibile o quasi.
Tutte queste pressioni pesano come macigni, il divertimento che dovrebbe essere alla base rischia di essere sostituito da sentimenti negativi. Molti, forse troppi bambini, scendono in campo con condizionamenti che li distraggono e distruggono psicologicamente.
Nessuno è nato vincente.
Nessuno ha vinto tutto subito e per sempre. Quindi giocare sotto-stress, influenzerà negativamente il bambino, portandolo ad avere pressioni più grandi di lui, che diventeranno impossibili da gestire.
Tutto ciò comporta un aumento del rischio di abbandono dell'attività sportiva in età pre-adolescenziale, e quindi di liberarsi al più presto di un sogno infranto, che nella realtà si è trattato di un incubo.
Purtroppo è molto difficile cambiare rotta, ma in qualche modo dobbiamo cercare di farlo, ed ognuno di noi deve provarci partendo dalla propria realtà.
Al giorno d'oggi è molto comune in tutti gli ambienti sportivi sentir parlare i genitori di tattica e di tecnica.
La formazione in campo la fa l'allenatore.
Ma troppo spesso, purtroppo, ci sono condizionamenti da parte di dirigenti, genitori, nonni che non permettono di lavorare serenamente. Si ostinano ad intralciare il lavoro dell'allenatore dando consigli, criticando le scelte del coach e perfino alcuni arrivano a parlare con il proprio figlio o con alcuni suoi compagni di squadra dicendo come giocare e a chi passar la palla, ostentando conoscenze pluriennali.
Educare il proprio gruppo di genitori può migliorare la convivenza e la comunicazione all’interno del gruppo stesso. Io sono del parere che ci vuole molta collaborazione da parte dei genitori fuori dal campo e soprattutto a casa.
Lo sport educa e insegna valori importanti e questi non devono essere per nessuna ragione insabbiati.
Un allenatore sbaglia, come sbaglia un genitore, un arbitro o un dirigente.
Un bambino dai propri errori cresce!
La fiducia va data non solo con le parole, ma con i fatti, proprio come l’educazione. Inutile parlare di educazione se poi quando nostro figlio gioca male facciamo le facce, i gesti, ci spostiamo in continuazione o addirittura andiamo via.
Insegnamogli che si può fare meglio, che farà meglio la prossima volta e lasciamolo giocare senza mettere il naso sul campo…
Il ruolo dei genitori al di fuori dal campo è quello di sostenere sempre i propri figli e di star loro vicini quando sono giù di morale magari per una sconfitta...aiutarli a superare le loro ansie in maniera positiva accrescendo la loro autostima, altrimenti si arriverà al risultato che abbandoneranno lo sport e non sapranno gestire gli insuccessi dello sport e dell vita.
Ricordiamoci che in campo ci sono loro, e fuori dal campo ci siamo noi, è una sottile differenza ma molto rilevante.
(Grazie per questa preziosa riflessione a D.Colasuonno)