Dott.ssa Aida Moosavian Psicologa e Psicoterapeuta

Dott.ssa Aida Moosavian Psicologa e Psicoterapeuta Sono una psicologa e psicoterapeuta ad orientamento psicoanalitico

𝐀𝐛𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐞 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐢𝐭𝐮𝐝𝐢𝐧𝐢 Vedere, ascoltare, comprendere e accogliere le proprie moltitudini interne: credo che il ...
14/07/2026

𝐀𝐛𝐢𝐭𝐚𝐫𝐞 𝐥𝐞 𝐩𝐫𝐨𝐩𝐫𝐢𝐞 𝐦𝐨𝐥𝐭𝐢𝐭𝐮𝐝𝐢𝐧𝐢

Vedere, ascoltare, comprendere e accogliere le proprie moltitudini interne: credo che il senso di un percorso psicoterapeutico di esplorazione di sé possa essere riassunto così.

Significa sostare in quello spazio grigio fatto di contraddizioni, ambivalenze e incertezze, imparando a tollerarne la complessità. Dentro di noi abitano tanti coinquilini, più o meno graditi. C'è la nostra parte invidiosa, quella grandiosa, quella gelosa, quella altruista, quella aggressiva e tante tante altre.

L'obiettivo non è tanto risolvere definitivamente il conflitto interiore o eliminare l'ambivalenza. È piuttosto sviluppare la capacità di sostenerli e pensarli, affinché le diverse parti di sé possano coesistere senza che una debba prevalere o annullare l'altra.

Non è un cammino privo di sofferenza, ma è proprio attraversando quella fatica che si apre la possibilità di uscire, gradualmente, dalla rigidità del bianco o nero.

𝐄 𝐬𝐞 𝐥𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐚𝐩𝐢𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐢𝐬𝐬𝐞 𝐚 𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨𝐫𝐚𝐫𝐭𝐢?Negli ultimi anni, complice soprattutto la pandemia da Covid, si parla sempre...
24/06/2026

𝐄 𝐬𝐞 𝐥𝐚 𝐭𝐞𝐫𝐚𝐩𝐢𝐚 𝐧𝐨𝐧 𝐬𝐞𝐫𝐯𝐢𝐬𝐬𝐞 𝐚 𝐦𝐢𝐠𝐥𝐢𝐨𝐫𝐚𝐫𝐭𝐢?

Negli ultimi anni, complice soprattutto la pandemia da Covid, si parla sempre più spesso di salute mentale. In questo, sono soprattutto i più giovani a essere protagonisti di un’attenzione verso il mondo psicologico che fino a poco tempo fa era quasi del tutto assente. Non si parlava di psiche e quel poco che si sapeva era spesso avvolto da tabù e stigma.

Accanto a questa crescente attenzione verso i temi della salute mentale, indubbiamente positiva, c’è però un aspetto che, in quanto terapeuta, noto sempre più spesso: l’utilizzo della stanza di terapia come spazio non tanto di introspezione, cura o esplorazione interiore, quanto come strumento per migliorare se stessi. Per essere “la versione migliore di sé”, come dicono alcuni.

Ecco, su questo aspetto nutro diverse perplessità.

Perché questo modo di intendere la psicoterapia rischia di trasformarla in un ulteriore strumento narcisistico di incremento delle proprie prestazioni. Come a dire: così come sono non vado bene, vado in terapia così ne esco migliore.

Questa narrazione, molto diffusa negli ultimi tempi, rischia di distorcere quello che è il senso stesso della terapia.

“Non voglio più arrabbiarmi”, “voglio essere più bravo nella mia routine”, “voglio imparare a essere più costante”. Tutti obiettivi indubbiamente nobili, ma che hanno a che fare con una dimensione performativa e prestazionale che, sotto sotto — o forse nemmeno tanto sotto — ci suggerisce che esista un modo di essere giusto, a cui bisogna ambire, e uno sbagliato, che coincide con ciò che siamo oggi.

La terapia non può ridursi a questo.

Perché l’obiettivo, se un obiettivo c’è, è forse quello di entrare in contatto con il nostro Sé autentico. E autentico non significa migliore: significa vero.

In quell’ autenticità possono esserci molte cose che non ci piacciono, aspetti che preferiremmo non vedere o che vorremmo cambiare. Ma continuare a negarli non farà altro che allontanarci da noi stessi, spingendoci verso una vita di facciata, costruita, distante dai nostri reali desideri e bisogni.

Forse la terapia non serve a diventare qualcuno di diverso da ciò che siamo. Forse serve, più semplicemente, a smettere di rincorrere un ideale di perfezione e a fare spazio alla complessità della nostra esperienza umana.

In un tempo che chiede continuamente di migliorarci, correggerci, ottimizzarci e performare, la terapia può rappresentare uno dei pochi luoghi in cui non è necessario essere migliori. Un luogo in cui è possibile ESSERE.

18/06/2026

𝗟𝗮 𝗽𝗮𝗿𝘁𝗲 𝗱𝗶𝗳𝗳𝗶𝗰𝗶𝗹𝗲 𝗱𝗲𝗹 𝗹𝗮𝘃𝗼𝗿𝗼 𝗱𝗲𝗹 𝘁𝗲𝗿𝗮𝗽𝗲𝘂𝘁𝗮

“Ma come fa a stare tutto il giorno ad ascoltare i problemi degli altri?”

Questa domanda mi viene rivolta spesso dai pazienti. La parte difficile del mio lavoro non è tanto ascoltare e accogliere i problemi degli altri. Per quel carico esistono diversi strumenti che un terapeuta può utilizzare: l’analisi personale, la supervisione individuale, i gruppi con i colleghi. Tutti dispositivi che, in una certa misura, aiutano ad alleggerire il carico mentale del lavoro terapeutico.

La parte veramente difficile è un’altra. È sentire, a un livello emotivo profondo, le ferite di tutti i bambini interiori che, giorno dopo giorno, entrano nella stanza della terapia. Ed è constatare, giorno dopo giorno, come gran parte della sofferenza e del malessere affondino le loro radici proprio lì, nei primi anni di vita. Quando si è vulnerabili, bisognosi, dipendenti dall’altro, e molto spesso ciò che si riceve è tutt’altro che benevolo. Non cura, ma trascuratezza; non uno sguardo, ma indifferenza; non sicurezza e stabilità, ma imprevedibilità e inaffidabilità.

E rendersi conto di quanto tutto questo avrebbe potuto essere evitato. Questo fa male, ed è difficile da alleggerire emotivamente.

Sempre più spesso mi rendo conto di quanto quel sintomo che, a un certo punto, è comparso nella vita di un paziente sia stato l’unico modo che quel bambino indifeso, spaventato, abusato o ignorato abbia trovato per sopravvivere in un mondo che per lui non c’era, o non c’era nel modo in cui ne avrebbe avuto bisogno.

E allora l’accoglienza, la gentilezza, il rispetto e l’ascolto attento, che a un primo sguardo possono sembrare quasi “banali”, non lo sono affatto. Perché spesso rappresentano il primo spazio sicuro e benevolo che un paziente incontra.

Ed è lì che può nascere e crescere il lavoro terapeutico: in un luogo emotivo in cui, piano piano, quel sintomo possa smettere di essere necessario.

𝐷𝑜𝑡𝑡.𝑠𝑠𝑎 𝐴𝑖𝑑𝑎 𝑀𝑜𝑜𝑠𝑎𝑣𝑖𝑎𝑛
𝑝𝘴𝑖𝘤𝑜𝘭𝑜𝘨𝑎 𝑝𝘴𝑖𝘤𝑜𝘵𝑒𝘳𝑎𝘱𝑒𝘶𝑡𝘢

𝐋'𝐚𝐦𝐨𝐫𝐞 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐅𝐫𝐞𝐮𝐝 Secondo Freud, l’innamoramento non è mai una scelta del tutto consapevole.Quando crediamo di scegl...
23/01/2026

𝐋'𝐚𝐦𝐨𝐫𝐞 𝐬𝐞𝐜𝐨𝐧𝐝𝐨 𝐅𝐫𝐞𝐮𝐝

Secondo Freud, l’innamoramento non è mai una scelta del tutto consapevole.
Quando crediamo di scegliere qualcuno, in realtà stiamo riconoscendo qualcosa che ci appartiene da molto tempo.
L’attrazione improvvisa, intensa, quasi inevitabile, non nasce qui e ora: è la risonanza di un passato che chiede ancora ascolto. Riporta in superficie bisogni emotivi irrisolti, assenze affettive, ferite che non hanno mai trovato uno spazio per essere nominate.

Spesso non vediamo l’altro per ciò che è davvero.

Gli affidiamo, senza rendercene conto, una missione che non gli compete: rimediare a ciò che non ha causato.
È per questo che alcuni amori appaiono totalizzanti, urgenti, persino eccessivi. Non stanno nascendo, stanno proseguendo una storia iniziata molto prima.

Ma nessuno può riempire un vuoto che non è suo. Quando questa illusione cade, l’amore può mutare in dipendenza, frustrazione o risentimento.

Freud lo sottolineava con chiarezza: finché non riconosci cosa stai tentando di sanare attraverso l’altro, non stai scegliendo davvero, stai semplicemente ripetendo.
Una relazione è matura solo quando smette di essere una riparazione inconscia e diventa un incontro autentico tra due individui completi, non tra una ferita aperta e una promessa di salvezza.

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