11/08/2026
Chi, come me, si sporca le mani con la violenza ogni giorno sa che cosa significa incontrarla non nelle statistiche, non nei titoli dei giornali, ma nella vita concreta delle persone.
La incontro seguendo uomini autori di violenza, insieme alla collega Cristina Ciambrone.
La incontro come consulente tecnico a supporto delle Procure e della Polizia Giudiziaria.
La incontro nelle valutazioni effettuate nell'ambito delle CTU.
La incontro, soprattutto, nei percorsi psicologici che anche i minori autori di reato sono chiamati ad affrontare.
E più la osservo, più mi convinco di una cosa: stiamo sottovalutando terribilmente la deriva dell'aggressività e dell'impulsività nella nostra società.
Abbiamo normalizzato il branco.
Abbiamo normalizzato l'idea che un'offesa debba essere restituita con un pugno.
Che un controllo possa diventare un'aggressione.
Che una discussione debba finire a calci.
Che la rabbia autorizzi qualsiasi cosa.
E, soprattutto, continuiamo troppo spesso ad occuparci della persona dopo che ha commesso il reato.
Quando ormai qualcuno è morto.
Quando un bambino è rimasto senza padre.
Quando una donna è stata massacrata.
Quando una famiglia è stata distrutta.
Quando un animale è stato ucciso.
È questo il punto che non riesco più ad accettare.
In una società realmente civile, la prevenzione della pericolosità sociale non può cominciare soltanto dopo che qualcuno ha fatto del male.
Dobbiamo avere il coraggio di discutere seriamente anche di strumenti di valutazione psicologica e psichiatrica periodica, di prevenzione, di monitoraggio e di intervento precoce nei casi realmente a rischio.
Perché la personalità non è una fotografia scattata una volta per tutte.
Cambia. Si trasforma. Può deteriorarsi. Può essere modificata dagli eventi, dai traumi, dalle esperienze, dalle dipendenze, dalle condizioni sociali e relazionali.
E allora perché continuiamo a pretendere di intervenire soltanto quando il danno è già stato fatto?
La pericolosità sociale, quando concretamente accertata attraverso gli strumenti previsti dalla legge e dalle competenze professionali, deve poter essere affrontata prima che si trasformi necessariamente in una vittima.
Non significa incarcerare qualcuno perché "potrebbe" diventare pericoloso.
Non significa criminalizzare chi ha un disagio.
Significa, al contrario, costruire una società capace di riconoscere prima, trattare prima, contenere prima quando esistono segnali concreti di rischio.
E su questo tema non mi interessa il politicamente corretto.
Mi interessa la sicurezza delle persone.
Mi interessa la salute pubblica.
Mi interessa che un padre possa tornare a casa dai propri figli.
Che una madre possa uscire dal lavoro senza paura.
Che una capotreno possa chiedere un biglietto senza rischiare di essere aggredita.
Che un ragazzo possa andare in discoteca senza che una discussione possa trasformarsi in un omicidio.
Che un animale non debba morire per la rabbia incontrollata di un essere umano.
Perché dietro ogni vittima non c'è mai soltanto una vittima.
C'è una famiglia.
Ci sono figli.
Ci sono genitori.
Ci sono fratelli.
Ci sono mogli e mariti.
Ci sono persone che da quel giorno dovranno imparare a vivere con un'assenza che non avevano scelto.
E forse dovremmo smetterla di chiederci soltanto "chi è il colpevole?" quando qualcuno è già morto.
Dovremmo iniziare a chiederci:
CHE COSA AVREMMO POTUTO FARE PRIMA?
Perché una società davvero civile non è quella che punisce meglio dopo.
È quella che riesce, quando possibile, a impedire che qualcuno debba morire prima che noi ci decidiamo ad intervenire.
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