31/05/2026
Lettere alla pagina
“Ma cosa cambia per i cittadini?”
Forse è questa la domanda più importante di tutte.
Il intende “cambiare” la medicina generale senza avere ancora spiegato davvero ai cittadini cosa succederà dopo.
Perdere il medico di famiglia, così come lo conosciamo attualmente, ovvero punto stabile di riferimento e ritrovarsi, nel tempo, con un sistema fatto di turni, ore e professionisti sempre diversi vuol dire rinunciare a uno degli elementi più preziosi della medicina territoriale: la continuità della cura.
Significa rischiare di trasformare un rapporto costruito negli anni, fondato sulla conoscenza reciproca e sulla fiducia, in una successione di contatti frammentati, dove ogni volta occorre ricominciare da capo. Perché un paziente non è soltanto un insieme di diagnosi, esami e prescrizioni: è una persona con una storia clinica, familiare e sociale che il medico di famiglia impara a conoscere nel tempo e che rappresenta spesso la chiave per comprendere davvero i suoi bisogni.
La medicina territoriale deve certamente evolversi e migliorare, ma non può permettersi di perdere quella relazione umana e professionale che costituisce il suo valore più autentico. Quando si interrompe la continuità assistenziale non si perde soltanto un nome sulla porta di uno studio: si perde un patrimonio di conoscenza, fiducia e prossimità che nessuna organizzazione, per quanto efficiente, può sostituire completamente.
C'è poi un aspetto di cui si parla troppo poco: l'appropriatezza delle cure.
Un sistema sanitario riesce a funzionare davvero quando tra medico e paziente esiste un rapporto di fiducia costruito nel tempo. È quella fiducia che permette di condividere percorsi di cura, promuovere la prevenzione, gestire correttamente le patologie croniche e utilizzare in modo appropriato le risorse disponibili.
Quando questa relazione viene meno, diventa inevitabilmente più difficile accompagnare il cittadino nelle scelte di salute, evitare prescrizioni non necessarie e ridurre il ricorso improprio ai servizi sanitari.
Per questo motivo la continuità assistenziale non rappresenta soltanto un valore umano, ma anche uno strumento essenziale per garantire qualità, sostenibilità ed efficienza. Se vogliamo preservare un Servizio Sanitario Nazionale forte, equo e accessibile anche per le future generazioni, dobbiamo avere il coraggio di difendere e valorizzare quel rapporto di fiducia che da sempre costituisce il cuore della medicina di famiglia.
Quando si mette mano alla medicina generale, non si sta spostando un servizio.
Si sta toccando uno degli ultimi punti di riferimento rimasti nel SSN.
Dott.Alessandro Marti
Medico di Medicina Generale ASL Lecce