Alessandra De Toffoli Psicologa

Alessandra De Toffoli Psicologa Psicologa e Psicoterapeuta Cognitiva-Comportamentale iscritta all’Albo dell’Ordine degli Psicologi della Toscana sez. A n° 7989.

Mi occupo di consulenza, sostegno e psicoterapia rivolti a bambini, adolescenti, adulti e famiglie.

Ogni giorno, passando dalla sala d’attesa di Spazio Blu, mi capita di fermarmi qualche secondo.Ci sono momenti in cui è ...
18/08/2026

Ogni giorno, passando dalla sala d’attesa di Spazio Blu, mi capita di fermarmi qualche secondo.

Ci sono momenti in cui è piena di persone.

Altri in cui resta completamente vuota.

Eppure, ogni volta che qualcuno si siede su una di quelle sedie, penso che lì non stia aspettando semplicemente il proprio turno.

Spesso sta aspettando di trovare il coraggio di raccontare qualcosa che non ha mai detto a nessuno.

Sta aspettando di capire se è il momento giusto.

Se verrà compreso.

Se riuscirà a mettere in parole qualcosa che, fino a quel momento, è rimasto solo una sensazione.

Mi fa pensare a quante sale d’attesa esistono anche fuori da uno studio.

Aspettiamo di sentirci pronti.

Aspettiamo che passi la paura.

Aspettiamo il momento giusto per cambiare lavoro, chiudere una relazione, chiedere aiuto, iniziare un percorso, prenderci cura di noi.

E mentre aspettiamo… la vita continua.

Non credo che esista un momento perfetto.

Credo, però, che ci sia un momento in cui il costo di restare fermi diventa più grande della paura di fare il primo passo.

Forse è proprio lì che qualcosa, finalmente, può iniziare a cambiare ♥️

♥️
11/08/2026

♥️

Ciao Sara.

Ti chiamo Sara, perché non conosco il tuo nome ma spero mi leggerai.

A Bologna hanno trovato tua figlia nella Culla per la Vita.

Erano nove anni che non succedeva.

Oggi sui social ho letto di tutto. Ho letto la parola "abbandonata". Ho letto la parola "snaturata".

Ho letto le sentenze dei tribunali improvvisati di chi non ha mai dovuto scegliere tra la propria sopravvivenza e quella di un figlio.

Ma poi ho letto le parole delle suore.
"La bambina era pulita e curata".
Pulita e curata.

Tre parole che da sole distruggono ogni condanna.

Perché chi abbandona, butta.
Chi abbandona, si sbarazza di un peso.
Chi abbandona, non si ferma a pettinare, a lavare, a sistemare con cura.

Tu l'hai preparata.
L'hai accarezzata.
L'hai asciugata.
Le hai infilato quel vestitino bianco, quello con i pois colorati.

Hai fatto in modo che chiunque l'avesse presa in braccio capisse immediatamente che quella bambina non era uno scarto.

Che era preziosa.

Sai, io credo che la disperazione sia una compagna di vita invadente.

Troppo per condividerla con una figlia.

Ci vuole coraggio per farlo di notte, sfidando il buio e il terrore di essere scoperti.
Ci vuole coraggio, si.
Ma soprattutto ci vuole amore.

Perché mettere da parte il proprio futuro, sembra assurdo, ma in questo paese così disastrato e spaccato, può essere un gesto d'amore.

Sai Sara, su di te ne leggerai.
Su di te ne scriveranno.

Perché è ciò che sanno fare, quando non riescono a capire: giudicano.

Usano la propria vita come metro di misura del tuo dolore.

Un dolore che nessuno conosce.

Nessuno ha sentito quei passi pesanti che hai fatto per arrivare fino alla chiesa.

Nessuno ha vissuto il momento esatto in cui hai scelto aprire quello sportello.

L'istante in cui hai appoggiato il suo corpo.

Il secondo in cui hai tolto le tue mani dalle sue.

Il rumore dello sportello che si chiude.
Il freddo che ti è sceso nelle ossa mentre ti voltavi per tornare indietro.

Da sola.

Siamo un Paese meraviglioso nel commuoverci per i neonati salvati, ma spietato con le donne che non ce la fanno.

Un Paese che fa la morale sulla natalità, ma che ti volta le spalle se non hai uno stipendio, una rete o una famiglia a coprirti le spalle.

Non so quale inferno ti abbia spinta lì.
I soldi che non ci sono, un uomo violento, una solitudine insopportabile.

Non importa.

Oggi tua figlia è viva ed è al sicuro.
Il tuo compito lo hai fatto.
Non sei un mostro, Sara.

Io spero solo che stasera, ovunque tu sia, qualcuno stia coccolando anche te.

Fare le cose da soli è da sfigati!(è ovviamente una provocazione!)Stamattina, ascoltando RTL 102.5, ho sentito parlare d...
10/08/2026

Fare le cose da soli è da sfigati!

(è ovviamente una provocazione!)

Stamattina, ascoltando RTL 102.5, ho sentito parlare di una cosa a cui ho pensato spesso nella mia vita, e che ritrovo anche nel lavoro terapeutico: il rapporto con il fare le cose da soli.

Andare al cinema da soli.
Mangiare al ristorante da soli.
Partire per un viaggio.
Andare a un concerto.
Entrare in un posto nuovo senza avere qualcuno accanto.

Sembrano cose semplici.
Eppure, per molte persone, dietro a quel “da sola” c’è una domanda molto più grande:
“Cosa penseranno gli altri di me?”
Perché spesso non abbiamo paura di fare qualcosa da soli.
Abbiamo paura di essere visti mentre lo facciamo.
Di sembrare senza amici.
Di sembrare soli.
Di essere considerati “sfigati”.
Come se avere qualcuno accanto fosse una prova del nostro valore sociale.

In terapia, e non solo, quando è possibile, incoraggio spesso le persone a fare esperienze da sole.
Non perché dobbiamo imparare a non avere bisogno degli altri.
Al contrario.
Siamo esseri profondamente relazionali e abbiamo bisogno di legami, di vicinanza, di condivisione.
Ma c’è una differenza importante tra scegliere di condividere qualcosa con qualcuno e rinunciare a qualcosa perché nessuno vuole condividerla con noi.
Riuscire a stare bene da soli può restituirci una forma di libertà.
Significa poter dire:
“Questa cosa mi piace. Vorrei farla. E anche se nessuno può ve**re con me, posso comunque scegliere di viverla.”
Forse è proprio lì che iniziamo ad appropriarci un po’ di più della nostra vita.
Non aspettando sempre che qualcuno ci accompagni verso ciò che desideriamo.

E voi?
C’è qualcosa che vi piacerebbe fare, ma che continuate a rimandare perché non avete nessuno con cui farla?

In questi giorni molte persone mi stanno dicendo la stessa cosa.“Sono finalmente in ferie… eppure non riesco a rilassarm...
04/08/2026

In questi giorni molte persone mi stanno dicendo la stessa cosa.
“Sono finalmente in ferie… eppure non riesco a rilassarmi.”

È una frase che sento spesso in questo periodo dell’anno.

Per mesi abbiamo desiderato che arrivasse agosto, convinti che bastasse fermarsi per stare meglio. Poi, quando finalmente gli impegni diminuiscono, succede qualcosa di inaspettato: la mente continua a correre.

Pensiamo a ciò che ci aspetta a settembre, a quello che non abbiamo ancora fatto, a quello che dovremmo sfruttare di queste vacanze. E così anche il tempo libero rischia di trasformarsi nell’ennesima cosa da fare bene.

In terapia capita spesso di scoprire che il problema non è la mancanza di tempo.

È che abbiamo disimparato a stare nel tempo.

Siamo così abituati a vivere in una continua proiezione verso il passo successivo che, quando il ritmo rallenta, ci sentiamo quasi spaesati. Come se il silenzio ci mettesse davanti a qualcosa che durante l’anno riusciamo a coprire con il rumore delle giornate piene.

Ma rilassarsi non è un interruttore che si accende il primo giorno di vacanza.

È una capacità che si allena.

Forse allora questo tempo più lento non va riempito a tutti i costi.

Forse può essere l’occasione per imparare, un po’ alla volta, a restare dove siamo.

Perché il benessere non nasce quando smettiamo di lavorare.

Nasce quando smettiamo, anche solo per qualche istante, di rincorrere continuamente il momento successivo ♥️

Stamattina ho finito i colloqui, ho aperto la porta della mia stanza e mi ha accolto qualcosa a cui non sono più così ab...
27/07/2026

Stamattina ho finito i colloqui, ho aperto la porta della mia stanza e mi ha accolto qualcosa a cui non sono più così abituata: il silenzio.

Durante l’anno Spazio Blu è fatto di persone, colloqui, professionisti che entrano ed escono, vite che per un momento si incontrano. In estate, invece, tutto rallenta e lascia spazio a qualcosa che durante l’anno sembra quasi impossibile trovare: il tempo per fermarsi.

Avevo un’ora libera e mi sono seduta a scrivere le relazioni rimaste indietro, riordinare appunti, fare fatture, riprendere il filo di questi mesi così intensi. Mesi in cui il lavoro si è intrecciato con l’esperienza più trasformativa della mia vita: la maternità.

Essere mamma e continuare ad amare profondamente il proprio lavoro significa spesso vivere un tempo frammentato. Un colloquio, una telefonata, una relazione da terminare… e subito dopo correre dal proprio bambino, cambiare completamente ritmo, presenza, energia.

E significa anche fare i conti, a volte, con quel sottile senso di colpa che tante madri conoscono bene: la sensazione di non essere mai abbastanza da una parte o dall’altra.

In questi mesi, però, sto imparando una cosa importante. I figli non hanno bisogno di mamme perfette. Hanno bisogno di vedere adulti che continuano a coltivare ciò che li fa sentire vivi.

Credo che uno dei messaggi più belli che possiamo trasmettere ai nostri bambini sia questo: prendersi cura degli altri è importante, ma lo è anche prendersi cura dei propri sogni. Una donna può essere mamma senza smettere di essere sé stessa, professionista, compagna, amica. Anche se, a volte, trovare questo equilibrio sembra davvero difficile.

Oggi ho aperto tutte le stanze di Spazio Blu, mi sono fermata in ognuna di esse e le ho respirate. E ho pensato a quanta strada è stata fatta. A quel sogno che sembrava così grande e che oggi è diventato un luogo reale, abitato ogni giorno da professionisti straordinari e da persone che ci affidano la parte più delicata delle loro storie.
Forse ogni tanto abbiamo bisogno proprio di questo.
Di fermarci. Non per fare meno, ma per guardarci indietro con gratitudine e ricordarci da dove siamo partiti.

Il mito dell’efficienzaUna delle convinzioni che emerge più spesso nel lavoro clinico è l’idea di valere soprattutto qua...
14/05/2026

Il mito dell’efficienza

Una delle convinzioni che emerge più spesso nel lavoro clinico è l’idea di valere soprattutto quando si è produttivi.
Come se il diritto di sentirsi adeguati, riconosciuti o persino sereni dipendesse dalla capacità di fare, organizzare, risolvere, portare avanti tutto senza fermarsi.
Molte persone raccontano di sentirsi in colpa appena rallentano, di vivere il riposo con agitazione, o di percepire le giornate “vuote” come giornate sprecate, anche quando il corpo e la mente starebbero chiedendo esattamente il contrario: una pausa.
In una cultura che premia velocità, prestazione e reperibilità continua, è facile interiorizzare l’idea che il valore personale coincida con l’efficienza.
E così il fare smette di essere solo un’attività e diventa un modo per sentirsi legittimati a esistere.
Il problema è che quando l’identità si costruisce quasi esclusivamente sulla produttività, fermarsi può diventare molto difficile, perché il silenzio rischia di mettere la persona a contatto con domande più profonde:
“Chi sono quando non sto facendo?”
“Valgo anche se non sto producendo qualcosa?”
Non è raro allora che il continuo movimento serva anche a non sentire fatica, vuoto, fragilità o insoddisfazione.
Ma vivere costantemente in funzione della performance ha un costo psicologico importante: il corpo si tende, la mente resta sempre attiva, e la percezione di sé dipende sempre da ciò che si riesce a ottenere.
Forse il punto non è smettere di fare, ma recuperare la possibilità di esistere anche fuori dalla logica della prestazione.
Ricordarsi che il valore di una persona non si interrompe nei momenti improduttivi, e che non tutto ciò che conta deve necessariamente essere utile, visibile o performante.

13/05/2026

Si chiama Solmia, anche se nella chat compare semplicemente come “Sol”, accompagnata dall’icona di un sole. Si definisce “l’app per la chiarezza mentale” ed è uno dei più recenti strumenti digitali pensati e promossi per offrire sostegno emotivo e supporto psicologico.

VITA ha deciso di testarla e di approfondire il tema insieme ad Adriano Schimmenti, professore ordinario di Psicologia dinamica all’Università Kore di Enna, che da tempo studia questi fenomeni partecipando a ricerche e confronti anche internazionali sui limiti e le potenzialità delle nuove forme di “intelligenza”.

Solmia o “Sol”, come si presenta nella conversazione, accanto al simbolo del sole, si propone dunque come “l’app per la chiarezza mentale”.

Sostiene Schimmenti che “Il limite di fondo è che questi modelli cercano di generalizzare il supporto psicologico attraverso procedure standardizzate valide per tutti. Ma l’esperienza umana non funziona così. La relazione, la cura e la comprensione emotiva non sono processi standardizzabili.”

Vai all’articolo👇
https://www.vita.it/quando-la-chatbot-fa-lamica-ma-poi-si-svela-dentro-il-boom-dellai-emotiva/

Dire noIn terapia, il tema del “dire no” emerge molto più spesso di quanto sembri, ma raramente riguarda solo una rispos...
11/05/2026

Dire no

In terapia, il tema del “dire no” emerge molto più spesso di quanto sembri, ma raramente riguarda solo una risposta o una scelta concreta.
Molto più spesso riguarda il timore di perdere l’approvazione, di creare distanza, di essere percepiti come egoisti, difficili o deludenti.
Per questo molte persone finiscono col dire sì anche quando dentro sentono chiaramente un limite, una fatica o un bisogno diverso. Non perché non sappiano cosa vogliono, ma perché il disagio di esporsi sembra più pesante del sovraccarico che quel sì comporterà dopo.
E così si accumulano impegni, disponibilità, richieste accolte quasi automaticamente, fino a perdere progressivamente contatto con ciò che sarebbe sostenibile per sé.
Spesso chi fatica a dire no è cresciuto imparando che essere amati significava essere accomodanti, utili, presenti, affidabili.
Che il conflitto andava evitato.
Che mettere un confine rischiava di diventare una rottura del legame.
Ma un confine non è una chiusura contro l’altro.
È anche un modo per riconoscere sé stessi dentro la relazione.
Perché ogni volta che si dice sì contro ciò che si sente, qualcosa dentro tende lentamente a irrigidirsi: arriva la stanchezza, il risentimento, la sensazione di essere invasi o svuotati, pur continuando a mostrarsi disponibili.

Dire no non significa smettere di esserci per gli altri.
Significa provare a esserci senza scomparire da sé.

Quando una madre resta solaCi sono fatti di cronaca che scuotono profondamente, soprattutto quando coinvolgono una madre...
24/04/2026

Quando una madre resta sola

Ci sono fatti di cronaca che scuotono profondamente, soprattutto quando coinvolgono una madre e i suoi figli, perché mettono in crisi un’immagine che culturalmente diamo per scontata: quella della maternità come luogo “naturale” di protezione, amore e stabilità.

In clinica, però, si incontra spesso un’altra realtà, molto più complessa e meno raccontata: quella di donne che, dopo la nascita di un figlio, attraversano stati profondi di sofferenza psicologica, a volte silenziosa, a volte difficilmente riconoscibile anche da chi sta loro accanto.

La depressione post partum non è solo tristezza. Può essere senso di inadeguatezza, distacco emotivo, pensieri intrusivi, paura di non essere all’altezza, fino a vissuti di disperazione e isolamento che la persona stessa fatica a nominare.

E uno degli aspetti più critici è proprio questo: la solitudine.
Solitudine nel dover essere “all’altezza”, nel non sentirsi legittimate a dire che qualcosa non va, nel confronto con immagini di maternità serene e piene che non corrispondono alla propria esperienza.

In una società che chiede di essere performanti anche nella cura, anche nell’essere madri, il rischio è che la fatica non trovi spazio per essere espressa, e che il disagio si trasformi in qualcosa di sempre più interno, non condiviso, non visto.

Non si tratta di giustificare, ma di comprendere quanto la salute mentale perinatale sia un tema centrale, ancora troppo poco riconosciuto, e quanto sia necessario costruire contesti in cui una donna possa dire “sto male” senza sentirsi sbagliata per questo.

Perché la differenza, spesso, non la fa la forza individuale, ma la possibilità di non restare sole dentro ciò che si sta vivendo.

Il senso di colpa nel riposo Spesso in clinica emerge come il riposo non sia vissuto come uno spazio neutro o naturale, ...
23/04/2026

Il senso di colpa nel riposo

Spesso in clinica emerge come il riposo non sia vissuto come uno spazio neutro o naturale, ma come un tempo “sospetto”, in cui qualcosa dentro continua a lavorare contro la persona, ricordando tutto ciò che si potrebbe o si dovrebbe fare al posto di fermarsi.

In una società in cui il valore sembra legato al fare, al produrre, al documentare continuamente la propria presenza e la propria efficacia, il riposo perde la sua legittimità spontanea e diventa qualcosa da giustificare, come se fosse necessario meritarselo attraverso la stanchezza o la prestazione.

E così non è raro osservare un senso di colpa che si attiva proprio nel momento in cui si prova a fermarsi, come se il non fare coincidesse con il non valere, o con il non esserci abbastanza.

Eppure il riposo ha anche un altro significato, spesso sottovalutato: non è solo interruzione, ma uno spazio mentale fertile, in cui possono emergere pensieri nuovi, connessioni inattese, idee che non trovano posto quando tutto è saturato dal fare.
Forse riposare, e soprattutto riuscire a farlo senza colpa, ha anche un valore profondamente “rivoluzionario”: sottrarsi per un momento all’idea che esistere significhi produrre, e riconoscere che anche il vuoto, quando è tollerato, può diventare lo spazio di qualcosa.

Indirizzo

Via Taddeini, 45
Montespertoli
50025

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