20/01/2022
Ha messo tutti i suoi libri in un luogo sicuro, perché è convinto che non sarà per sempre, è sicuro che tornerà. Non è la prima volta che lascia la sua casa perché prendono il potere dei fanatici religiosi per i quali l’arte è da mettere al bando e le donne devono essere invisibili. E per l’uomo che ha aperto la prima accademia femminile a Kabul non era più possibile restare. Troppo pericoloso.
Rahraw Omarzad è il fondatore della prima scuola d’arte femminile di Kabul, un luogo dove le donne afghane hanno sperimentato l’autonomia e l’indipendenza. Il ritorno dei talebani ha fermato tutto e costretto Omarzad e la sua famiglia alla fuga. L’ho incontrato a Torino, dove è arrivato due mesi fa grazie agli sforzi appassionati del Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea e della sua direttrice Carolyn Christov-Bakargiev. È un uomo coraggioso e visionario che ha sfidato nel profondo le tradizioni del suo Paese, battendosi per la libertà di espressione delle donne.
Mi ha parlato con grande calma ed eleganza, quasi sottovoce, e raccontato per la prima volta la sua vita e una salvezza che è arrivata dopo otto settimane di tentativi, cominciati quel giorno di Ferragosto in cui i talebani entrarono a Kabul, mentre gli ultimi soldati americani gestivano un’evacuazione drammatica e umiliante. «Quando ero uno studente d’arte avevo solo due compagne di classe e le cose per anni sono rimaste sempre uguali. La verità è che alla maggioranza degli uomini afghani non piace l’idea di far interagire le loro figlie o le loro mogli con l’arte, pensano che le donne non dovrebbero andare al cinema e ascoltare la musica. Io, fin da ragazzo, ero invece convinto che avessero molte più cose da dire degli uomini e che l’arte potesse essere per loro un buon modo per liberarsi, per far emergere ciò che provavano».
All’apertura nel 2006 il Centro per le donne era solo un appartamento di quattro stanze con due allieve, ma in pochi mesi la voce cominciò a girare e un anno dopo le studentesse erano già 150. A fine 2015, quando i talebani avevano iniziato a riconquistare terreno e le lancette della storia stavano incominciando a tornare indietro, Omarzad era riuscito a far studiare 500 donne.
Con la definitiva presa del potere lo scorso agosto per lui è stato però impossibile rimanere a Kabul e insieme alla sua famiglia, dopo non pochi pericoli, è riuscito ad arrivare in Italia. Con loro solo una grande valigia: «Avevo cancellato tutte le immagini e tutte le cose che potevano essere pericolose e avevamo ripulito anche i cellulari. Ma avevo due hard disk esterni con tutti i miei progetti, i documenti, i cataloghi e le foto e i video delle opere. Li ho messi in valigia. Quando, ad un controllo, mi hanno chiesto cosa fossero, ho risposto: “Batterie esterne che uso per caricare il telefono”. È andata bene».
Durante il nostro incontro gli ho chiesto se crede ancora di poter tornare nel suo Paese, lui ne è convinto perché «Nulla è per sempre» ma quello che lo preoccupa di più è che vadano disperse le intelligenze e le energie migliori della sua terra: «L'Afghanistan avrà bisogno di persone che tornino e ricostruiscano il Paese. Ma se i professori, i ricercatori e gli artisti avranno passato il loro tempo a dormire, perché avranno ricevuto solo sostegno economico, allora non serviranno più a nulla. Sarebbe bello se i governi europei li facessero rimanere attivi, ci permettessero di lavorare e studiare. Dobbiamo tenere accesa la fiamma».
📬 La mia intervista completa a Rahraw è sulla mia newsletter di oggi: chi è già iscritto la trova nella sua casella di posta da poche ore, chi volesse iscriversi lo può fare con un click sul mio sito, www.mariocalabresi.com.
Buona giornata a tutte e tutti, e buona lettura.