Dott.ssa Michela DeMarchi, Psicoterapeuta

Dott.ssa Michela DeMarchi, Psicoterapeuta Formazione specifica in psico-oncologia

Psicologa, psicoterapeuta individuale e di gruppo: supporto adolescenti, adulti e coppie ad affrontare momenti di crisi e di crescita: ansia, attacchi di panico, disturbi del tono dell'umore.

Soli e iperconnessi nella società post moderna. Destinati a isolarci sempre più? Buona lettura.
06/05/2023

Soli e iperconnessi nella società post moderna. Destinati a isolarci sempre più? Buona lettura.

È la triste verità che accompagna, in generale, la cosiddetta società dei consumi. Le cose hanno preso il posto delle persone, ma la loro presenza in eccesso anziché costruire legami li disfa rendendoli impossibili come diventa impossibile muoversi nei corridoi e nelle stanze delle case stracolme di oggetti morti accumulati dai soggetti affetti da disturbo di accumulo. È lo stesso che accade, per citare un’altra figura clinica tipica dell’isolamento ipermoderno, nell’iperconnessione tecnologica. L’ideale positivo della connessione sistemica si capovolge qui in una disconnessione drammatica e silenziosa raggiunta proprio come esito paradossale di una iperconnessione illimitata, senza pause, senza tregue. L’isolamento è probabilmente destinato a diventare, se non lo è già, la cifra antropologica più inquietante della civiltà ipermoderna. La moltiplicazione illimitata dei “contatti” e l’espansione della tecnologia che li rende possibili, mascherano il reale scabroso di questa nuova condizione di vita.

https://www.massimorecalcati.it/images/Documento_1_71.pdf

Al link, è possibile leggere l'articolo di Massimo Recalcati "La società dei consumi e quel male oscuro chiamato isolamento che soffoca i più fragili", apparso su La Stampa di ieri.

Buona lettura!
SC

16/08/2022

A CHI CRESCE SERVONO ADULTI STABILI
Per un adolescente, gli adulti rappresentano l’esempio vivente di ciò che lui diventerà. Per questo noi adulti abbiamo il compito (e anche la responsabilità educativa) di testimoniare la bellezza e la pienezza dell’adultità. Non vuol dire fingere di avere vite perfette. Bensì, l’esatto contrario. Significa essere consapevoli che la vita va rispettata, celebrata, abitata sapendo che spesso “accade” nel modo più imprevisto e faticoso. Ma ciò nonostante, che rappresenta la più grande occasione che abbiamo per evolverci e dare senso a ciò che siamo. Oggi l’adultità viene da molti vissuta come un tempo di eterna adolescenza. Si celebra il “ricominciamento” come un valore assoluto raccontandolo spesso come un mandare all’aria tutto ciò che c’era e c’è stato prima, per inventare un nuovo “se stesso” più soddisfacente e appagante. I social, in questo senso, diventano palcoscenici mai spenti su cui si mette in scena il proprio “giorno nuovo”. Fa bene questo a chi sta crescendo? Probabilmente no. Da sempre l’adultità è un tempo di “sana stabilità” in cui tutte quelle incertezze sperimentate da adolescente (non so chi sono né chi diventerò, ce la farò?, la vita ha un posto per me?) trovano il loro “posto nel mondo” in una versione stabile e consapevole di se stessi. Ora so chi sono, so cosa ci sto a fare nella mia vita: questo è essere adulti. Non vuol dire produrre una versione rigida di sé. Vuol dire semplicemente sapere chi si è, lavorando affinchè la propria identità adulta coincida il più possibile con l’idea di chi si sarebbe voluti diventare. Più queste due dimensioni sono vicine e contigue tra loro, meno c’è bisogno di ricominciamenti. Oggi, troppe persone raccontano che nella loro adultità sono diventate diverse dalle persone che avrebbero voluto essere. Così smontano l’adulto che sono per inventarne un altro. E poi un altro ancora. E magari un altro ancora. La società liquida di cui parlava Baumann è fluida e senza certezze. E’ tutta un ricominciamento. Nessuno però afferma l’enorme valore della stabilità, che troppi oggi raccontano come grigiore, noia, routine. La persona stabile invece è spesso una persona consapevole e molto responsabile. Sa chi è. E ama stare lì, in quel posto esatto in cui ha imparato a collocarsi. Perché è lì che è riuscita a diventare esattamente la persona che voleva essere. Per cui non ha alcun bisogno di ricominciamento. Gli adolescenti oggi soffrono anche perché gli adulti sono troppo instabili. Sono così incerti su ciò che vorrebbero essere e desiderano, da non divenire più riferimenti stabili per chi cresce. Nessuno parla di quanto male faccia l’instabilità adulta a chi sta crescendo. Tutti celebrano il ricominciamento. A chi cresce non servono adulti ricomincianti. Servono adulti stabili. Se pensi che possa essere utile, condividi questo messaggio con altri adulti. Riflettere sul bisogno di stabilità del mondo adulto può essere molto utile a chi appartiene alla comunità educante.

20/06/2022

Nel parco vicino casa trovo spesso uomini che si sfidano a bocce. Sorprende la loro abilità non solo nell’accostare il...

31/01/2022

Lorenzo Parelli, 18 anni, morto durante l’alternanza scuola-lavoro. Matteo Riganti, 18 anni, morto per una fragilità...

20/01/2022

Ha messo tutti i suoi libri in un luogo sicuro, perché è convinto che non sarà per sempre, è sicuro che tornerà. Non è la prima volta che lascia la sua casa perché prendono il potere dei fanatici religiosi per i quali l’arte è da mettere al bando e le donne devono essere invisibili. E per l’uomo che ha aperto la prima accademia femminile a Kabul non era più possibile restare. Troppo pericoloso.

Rahraw Omarzad è il fondatore della prima scuola d’arte femminile di Kabul, un luogo dove le donne afghane hanno sperimentato l’autonomia e l’indipendenza. Il ritorno dei talebani ha fermato tutto e costretto Omarzad e la sua famiglia alla fuga. L’ho incontrato a Torino, dove è arrivato due mesi fa grazie agli sforzi appassionati del Castello di Rivoli Museo d'Arte Contemporanea e della sua direttrice Carolyn Christov-Bakargiev. È un uomo coraggioso e visionario che ha sfidato nel profondo le tradizioni del suo Paese, battendosi per la libertà di espressione delle donne.

Mi ha parlato con grande calma ed eleganza, quasi sottovoce, e raccontato per la prima volta la sua vita e una salvezza che è arrivata dopo otto settimane di tentativi, cominciati quel giorno di Ferragosto in cui i talebani entrarono a Kabul, mentre gli ultimi soldati americani gestivano un’evacuazione drammatica e umiliante. «Quando ero uno studente d’arte avevo solo due compagne di classe e le cose per anni sono rimaste sempre uguali. La verità è che alla maggioranza degli uomini afghani non piace l’idea di far interagire le loro figlie o le loro mogli con l’arte, pensano che le donne non dovrebbero andare al cinema e ascoltare la musica. Io, fin da ragazzo, ero invece convinto che avessero molte più cose da dire degli uomini e che l’arte potesse essere per loro un buon modo per liberarsi, per far emergere ciò che provavano».

All’apertura nel 2006 il Centro per le donne era solo un appartamento di quattro stanze con due allieve, ma in pochi mesi la voce cominciò a girare e un anno dopo le studentesse erano già 150. A fine 2015, quando i talebani avevano iniziato a riconquistare terreno e le lancette della storia stavano incominciando a tornare indietro, Omarzad era riuscito a far studiare 500 donne.

Con la definitiva presa del potere lo scorso agosto per lui è stato però impossibile rimanere a Kabul e insieme alla sua famiglia, dopo non pochi pericoli, è riuscito ad arrivare in Italia. Con loro solo una grande valigia: «Avevo cancellato tutte le immagini e tutte le cose che potevano essere pericolose e avevamo ripulito anche i cellulari. Ma avevo due hard disk esterni con tutti i miei progetti, i documenti, i cataloghi e le foto e i video delle opere. Li ho messi in valigia. Quando, ad un controllo, mi hanno chiesto cosa fossero, ho risposto: “Batterie esterne che uso per caricare il telefono”. È andata bene».

Durante il nostro incontro gli ho chiesto se crede ancora di poter tornare nel suo Paese, lui ne è convinto perché «Nulla è per sempre» ma quello che lo preoccupa di più è che vadano disperse le intelligenze e le energie migliori della sua terra: «L'Afghanistan avrà bisogno di persone che tornino e ricostruiscano il Paese. Ma se i professori, i ricercatori e gli artisti avranno passato il loro tempo a dormire, perché avranno ricevuto solo sostegno economico, allora non serviranno più a nulla. Sarebbe bello se i governi europei li facessero rimanere attivi, ci permettessero di lavorare e studiare. Dobbiamo tenere accesa la fiamma».

📬 La mia intervista completa a Rahraw è sulla mia newsletter di oggi: chi è già iscritto la trova nella sua casella di posta da poche ore, chi volesse iscriversi lo può fare con un click sul mio sito, www.mariocalabresi.com.
Buona giornata a tutte e tutti, e buona lettura.

“Egli diventa ciò che è stato amato” (Alessandro D’Avenia). Buon Natale!
20/12/2021

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«C’era una volta un uomo che andava in giro a vendere piccole trappole per topi. Non era un’attività redditizia e...

26/09/2021

Mi sono imbattuto in questa citazione di Bergson. Se da troppo tempo non vi capita di gioire, cioè sentire la vostra vita come unica e unita a tutto e tutti, è il momento di ribellarvi. Ripensate a un momento in cui avete provato questa gioia e chiedetevi perché lo avete perso o non lo trovate più. Scoprirete di aver rinunciato al vostro fuoco, alla vostra chiamata, al vostro desiderio, al vostro talento… Ripartite da lì. Da oggi, anche se piove. Fosse anche solo ricominciare da un ricordo, sempre si fiorisce da dentro verso fuori. Non aspettate che sia la vita a rendervi lieti, non lo farà. Buona domenica 🕺🏼

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“Il nostro cuore è inferno, purgatorio e paradiso”. Date voce al vostro cuore! Grazie Alessandro D’Avenia
13/09/2021

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Vi manca il respiro? Vi sentite in esilio? Leggete Dante ad alta voce. Nella mia scuola ideale la Commedia si legge...

13/06/2021

«Dall’altra parte i nostri figli dopo due anni scolastici tormentati dall’emergenza, esigono di tornare il più rapidamente possibile a vivere la loro socialità. Serve raccomandare loro prudenza? Serve ricordare loro che non bisogna vanificare gli sforzi fatti sino a qui? Serve sottolineare l’importanza di mantenere comportamenti prudenti? Francamente non lo credo. La rivendicazione della propria libertà appartiene all’adolescenza come una sua necessità fisiologica. Non serve che i genitori indossino gli abiti del gendarme o, peggio, quelli di chi sottovaluta il trauma che abbiamo vissuto e in parte stiamo ancora vivendo. E serve ancora di meno, come ho ripetuto in più occasioni, vittimizzare la generazione dei nostri figli identificandola con la generazione Covid, concedendo ad essa ogni alibi possibile per una totale deresponsabilizzazione e per una rivendicazione continua dei diritti calpestati. Serve piuttosto che si sottolinei la loro appartenenza ad una sola comunità, quella del nostro paese e quella degli esseri umani in generale»

https://www.massimorecalcati.it/images/Massimo_Recalcati_-_12_giugno_2021_-_La_Repubblica.pdf

Al link “Ai genitori. È tempo di liberare i figli”: l’articolo di Massimo Recalcati apparso ieri su Robinson di Repubblica.

Buona lettura!
SC

24/04/2021

La salute mentale è ancora oggi una delle aree più trascurate della sanità: secondo l’OMS quasi un miliardo di persone al mondo convivono con un disturbo mentale, e a quasi un adulto su due capita di avere dei periodi di sofferenza mentale, fisica ed emotiva. Per questo è necessario rompere il silenzio, far sì che questo tema sia sempre più riconosciuto a livello sociale e sempre meno stigmatizzato o discriminato: la salute mentale è un diritto, così come avere accesso alle cure e al supporto psicologico, ed è qualcosa che riguarda ognuno di noi

Proprio questa mattina nel corso di una formazione per genitori di adolescenti ho parlato di come per gli adolescenti si...
22/01/2021

Proprio questa mattina nel corso di una formazione per genitori di adolescenti ho parlato di come per gli adolescenti sia fisiologicamente difficile percepire il rischio connesso a un comportamento rischioso, ancor più se esso acquista ai loro occhi la qualità di una sfida accessibile e garante di essere visti agli occhi degli altri, in questo caso dei pari.

MORIRE A 10 ANNI, PER UNA SFIDA NEL SOCIAL
Quello che è successo alla bambina di Palermo, nel bagno di casa sua davanti allo specchio verrà chiarito solo in parte dalle registrazioni presenti sul suo cellulare. Purtroppo per la famiglia niente potrà riavvolgere il nastro di questo dramma consumato nella propria casa, nel luogo più sicuro per un bambino, a pochi metri dai propri genitori.
Viviamo in un ambiente digitale che ogni giorno genera infiniti messaggi sui quali è impossibile avere il controllo assoluto e chi sta crescendo impara a decodificarli nel qui ed ora dell’esperienza, senza manuali di istruzioni. Ci sono i filtri e i parental control ma il sistema si rigenera di continuo ed è difficile mantenere una zona protetta. TikTok è un social utilizzato da una moltitudine di bambini, per molti adulti è valutato come un “terreno” innocuo eppure sembra che tutta questa storia abbia avuto origine proprio qui. Purtroppo nei fatti accaduti a Palermo, una sfida estrema si è trasformata in un incidente gravissimo, segno che qualcosa è andato storto. La bambina di certo non aveva alcuna intenzione di perdere fino a questo punto il controllo di quel “gioco”. Bastava mollare la stretta e finiva tutto e invece non è andata così, è successo qualcosa che non ha permesso di tornare indietro. In preadolescenza e per tutta la prima adolescenza le neuroscienze ci dicono che il cervello ha una grande fame di sensazioni estreme. Il confine tra vita e morte smette di essere percepito in modo realistico, all’interno di sfide intraprese nella totale inesperienza che connota questa età. La tristezza di questa sfida on line è che la protagonista era sola. Se ci fosse stata un’amica con lei avrebbe potuto aiutarla, liberarla in tempo da quella stretta. L’aspetto che più degli altri deve farci riflettere è che nei social i nostri figli sono soli. Sono in contatto virtuale con centinaia e migliaia di altri follower, ma nella realtà sono soli con se stessi. Come Cappuccetto Rosso, oggi stiamo parlando – con immenso dolore – di una bambina in una foresta piena di insidie e di tentazioni sfidanti. “Ma tu ce l’hai il coraggio di farlo?”. Se qualcuno fermasse un nostro figlio per strada e gli chiedesse di stringersi una cintura al collo è molto probabile che lui gli risponderebbe “Sono mica matto”. Direbbe di no e se ne andrebbe a gambe levate per l’assurdità della proposta. On line questa sfida assurda può diventare “interessante” per una bambina. Perchè avviene all’interno di un social in cui tu ti senti “di famiglia”, perchè tanti altri tuoi amici stanno facendo lo stesso , perchè mostrando il tuo video riceverai tanti like e sentirai di aver provato a te stesso e agli altri che vali, che sei unico e speciale. Si tratti di ingredienti che ogni giorno entrano nella vita dei nostri figli e li allontanano dal principio di realtà, rendendoli incapaci di posizionare l’asticella del limite al punto giusto e in tempo utile per non fare danni. Ogni giorno, milioni di messaggi in rete rendono accettabile ciò che non lo è. Un caleidoscopio digitale di colori, suoni, grafiche fanno apparire belle, cose in realtà orribili e desensibilizzano al pericolo. Per noi genitori, sostenere la crescita dei nostri figli in un mondo che rende finto tutto è sempre più difficile. Il dolore dei genitori di Palermo oggi è il dolore di tutti i genitori.

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Monza
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