Emanuel Mian - Psicologo

Emanuel Mian - Psicologo Psicologo/Psicoterapeuta/Ricercatore-
Esperto in disturbi alimentari e dell'immagine corporea. Responsabile scientifico del centro Emotifood.

Psicologo – Psicoterapeuta ad indirizzo cognitivo-comportamentale. PhD in “NeuroScienze e Scienze Cognitive”, abilitato all’uso dell’ EMDR e perfezionato in “Diagnosi e Terapia” dei Disturbi del Comportamento Alimentare. Responsabile e coordinatore di diverse Unità per i Disturbi Alimentari in Friuli Venezia Giulia e Lombardia, coordinatore del gruppo di ricerca Body Image. Già Docente presso il M

aster in “Dietetica e Nutrizione Clinica”- Università di Pavia. Consigliere Onorario presso la Corte d’Appello della sezione minorile del Tribunale di Trieste dal 2008 al 2016. Più di 5000 pazienti seguiti con successo e autore del bestseller MindFoodNess. Inoltre ho creato MINDFOODNESS Academy il programma di coaching online frutto della ricerca scientifica. Per cambiare, per iniziare a muoversi, per uscire dall’inerzia, basta qualche passo gentile nella direzione giusta.

19/08/2026

Se per essere interessante devi mangiare un panetto di b***o davanti a una telecamera, forse il problema non è il b***o.

Mangiare tutto in un boccone.
Lanciare dadi per decidere cosa mangiare.
Sfide, quantità assurde, assaggi continui.

E profili nei quali scorri, scorri, scorri e trovi sempre la stessa cosa:

cibo. Cibo. Ancora cibo.

A un certo punto dovremmo avere il coraggio di farci una domanda scomoda: quanto poco spazio è rimasto per tutto il resto?

Non è moralismo e non significa che guardare questi contenuti “causi” un disturbo alimentare.

Ma non raccontiamoci nemmeno che l’ambiente digitale sia neutro.

Il cervello risponde agli stimoli alimentari: la ricerca sulla cue-reactivity mostra che l’esposizione a segnali associati al cibo può evocare desiderio e che questa reattività è associata al successivo comportamento alimentare.

E allora c’è un paradosso enorme.

Da una parte parliamo continuamente di food noise, del cibo che occupa troppo spazio nella testa.

Dall’altra abbiamo costruito un ecosistema nel quale il cibo deve essere continuamente guardato, commentato, desiderato, sfidato, spettacolarizzato.

Non serve avere fame.

Basta aprire il telefono.

Il cibo dovrebbe essere una parte della vita.

Quando diventa il contenuto della vita, io qualche domanda me la farei.

E forse dovremmo cominciare a chiederci non soltanto cosa mangiamo, ma anche quanto cibo facciamo mangiare ogni giorno alla nostra attenzione.

Tu che ne pensi: intrattenimento innocuo o siamo andati un po’ oltre?

Non tutti quelli che fanno una dieta sviluppano un disturbo alimentare. Ma quasi tutti quelli che sviluppano un disturbo...
18/08/2026

Non tutti quelli che fanno una dieta sviluppano un disturbo alimentare. Ma quasi tutti quelli che sviluppano un disturbo alimentare hanno una storia di diete. Lo sappiamo da decenni (Patton et al., BMJ, 1999) — e oggi sappiamo anche che il feed fa la sua parte.

Una scoping review su 50 studi (Dane & Bhatia, PLOS Global Public Health, 2023) conferma l’associazione tra uso dei social basati sulle immagini, insoddisfazione corporea e alimentazione disturbata nei giovani, descrivendo un vero “ciclo di rischio che si autoalimenta”.

E non è colpa della tua forza di volontà: è design. Gli algoritmi imparano cosa ti trattiene sullo schermo e ti spingono in una “tana del coniglio” di corpi editati e contenuti sempre più estremi (Harriger et al., Body Image, 2022).

I formati che vedi nel carosello sono studiati uno per uno: l’analisi dei video mostra che presentano ideali alimentari ristretti e moralizzanti spacciati come normalità (Davis et al., Body Image, 2023), e la maggior parte dei contenuti nutrizionali su TikTok veicola messaggi normativi sul peso, glorificando la perdita di peso come valore in sé (Minadeo & Pope, PLOS ONE, 2022).

La buona notizia? Funziona anche al contrario: nei giovani che hanno dimezzato l’uso dei social per poche settimane, la soddisfazione per il proprio aspetto e il proprio peso è migliorata in modo misurabile (Thai et al., Psychology of Popular Media, 2023).

Se dopo lo scroll hai più paura di alcuni cibi, più colpa quando mangi, più confronto e più ansia, quella non è educazione. È condizionamento.

Metti a dieta il tuo feed, non il tuo corpo. E se certi contenuti ti fanno stare male, parlarne con un professionista non è un fallimento: è un atto di cura.

Salva questo post e condividilo con chi dovrebbe ripulire un po’ il proprio feed.

Vent’anni sono passati da una foto all’altra.Nella prima ho i capelli biondi lunghi e la giacca sgualcita da ricercatore...
15/08/2026

Vent’anni sono passati da una foto all’altra.
Nella prima ho i capelli biondi lunghi e la giacca sgualcita da ricercatore: agosto 2006, Piero Angela mi chiama a SuperQuark, Rai 1, per parlare del Body Image Revealer, lo specchio digitale in 3D che chiedeva alle pazienti con anoressia di modificare la sagoma finché non le somigliasse.
Nella seconda ho i capelli bianchi corti e una cravatta azzurra: agosto 2026, sono al TG4 Medicina, Mediaset, e parliamo ancora della stessa cosa, l’insoddisfazione corporea. GENTE mi chiede perché il topless sta scomparendo dalle spiagge italiane.
In mezzo, vent’anni di clinica, tre libri per Feltrinelli, e una ricerca a cui sono rimasto legato: con quel software e l’Università di Udine abbiamo usato la TMS su due aree del cervello, mostrando che non si limitano a guardare un corpo: lo costruiscono. Fa parte di un filone più ampio sulla rete che si attiva quando immaginiamo lo sguardo altrui: corteccia prefrontale mediale, giunzione temporo-parietale, precuneo, più attiva in chi ha disturbi dell’immagine corporea, anche quando nessuno guarda davvero.
Potrei usare parole complicate — dispercezione visuo-spaziale, dismorfofobia, alterazione della propriocezione. Ma non lo faccio: chi soffre non ha bisogno di parole grosse, ha bisogno di essere capito. Divulgare è un atto clinico, non un compromesso.
Queste 10 slide parlano a chi stasera, davanti allo specchio, ha deciso di non piacersi. A chi ha aperto il costume solo per rimetterlo via. A chi la bilancia la teme più della sveglia. A chi crede che il proprio corpo sia sbagliato — e non sa che c’è un indirizzo neurale preciso e una cura che funziona.
Non ho le risposte. Vent’anni dopo, le domande sono ancora tutte lì. Ma se il tema è sopravvissuto a due decenni di TV, social e specchi digitali, un motivo c’è: non ce ne siamo ancora liberati.
E finché non ce ne saremo liberati, io continuerò a parlarne. Semplicemente.
🩵Emanuel Mian
“perché gli psicologi non sono tutti uguali”

Oggi è il compleanno di mia madre….per molti ANNACLAUDIA! Se dovessi descriverla con una frase direi questa: mi ha inseg...
28/07/2026

Oggi è il compleanno di mia madre….per molti ANNACLAUDIA!
Se dovessi descriverla con una frase direi questa: mi ha insegnato che si può avere paura e andare avanti lo stesso.
Per anni ho pensato che il coraggio fosse non avere ansia. Poi, facendo il mio lavoro e studiando la psicologia, ho capito che non è così. Il coraggio non è aspettare il momento in cui la paura sparisce. È fare ciò che conta anche quando la paura è seduta accanto a te.

Mia madre ha sempre avuto tante paure. Anche guidare, per lei, è sempre stata una piccola impresa. E chi è salito in macchina con lei lo sa: accelera, frena, accelera, frena… e noi tutti a guardare la strada sperando bene. 😄

Eppure è sempre partita. (E arrivata…soprattutto)
Questa è una delle cose più importanti che mi ha insegnato senza mai trasformarla in una lezione.

Nella vita non serve aspettare di sentirsi pronti. Non serve aspettare il giorno in cui l’ansia sparirà completamente. Perché quel giorno, spesso, non arriva.

Quello che cambia davvero il cervello è fare un passo, poi un altro. È l’esperienza che costruisce fiducia, non il contrario.

C’è un’altra cosa che mi porto dentro da sempre.

Ogni volta che mi sembrava di essere davanti a un muro, lei trovava una frase semplice: “Vedrai che una strada c’è.”

Non diceva che sarebbe stata facile. Non prometteva che sarebbe andato tutto bene. Mi ricordava soltanto che esiste quasi sempre un modo per andare avanti.

Forse è anche grazie a questo se oggi continuo a inseguire idee che sembrano troppo grandi, a iniziare progetti nuovi e a credere che valga la pena provarci.

Buon compleanno, mamma.

E grazie per avermi insegnato, con il tuo esempio, che non bisogna essere senza paura per vivere una vita piena. Bisogna solo decidere, ogni tanto, di fare comunque il passo successivo…Nonostante tutto❤️

18/07/2026

“Come faccio a placare il craving senza farmaci GLP-1?”
È una delle domande che ricevo più spesso.

La mia risposta, però, sorprende quasi sempre:Dipende da quale craving stai vivendo.

Siamo abituati a parlare del craving come se fosse un fenomeno unico. In realtà, quello che chiamiamo “voglia incontrollabile” può nascere da meccanismi completamente diversi.

🧠 Craving biologico
Hai seguito una dieta molto restrittiva. La leptina diminuisce, la grelina aumenta, il cervello interpreta la situazione come una possibile carestia e aumenta la motivazione verso il cibo.

❤️ Craving emotivo
Non stai cercando calorie. Stai cercando sollievo. Stress, vergogna, ansia, solitudine o frustrazione possono trasformare il cibo in uno strumento di regolazione emotiva.

👀 Craving contestuale
Passi davanti a una pasticceria. Apri Netflix e compare una pubblicità. Entri al cinema e senti l’odore dei popcorn. Il cervello risponde agli stimoli dell’ambiente prima ancora che tu abbia realmente fame. È ciò che in neuroscienze viene definito cue reactivity.

💭 Craving cognitivo
Più ti ripeti: “Non devo mangiare quel dolce.” Più quel dolce occupa spazio nella tua mente. È il paradosso della soppressione dei pensieri: cercare di non pensare a qualcosa spesso la rende ancora più presente.

Ecco perché non esiste una risposta unica.

I farmaci agonisti del recettore GLP-1 possono ridurre una parte del craving, soprattutto quella legata ai segnali biologici della fame e della ricompensa. Per molte persone rappresentano un’opportunità terapeutica importante.

Ma se il craving nasce dalla vergogna, dagli automatismi, dalle emozioni o dai trigger ambientali, il farmaco da solo non può insegnare al cervello strategie nuove.

È qui che entra in gioco il lavoro psiconutrizionale.

La domanda, quindi, non dovrebbe essere:

“Come elimino il craving?”

Ma piuttosto:

“Perché il mio cervello sta producendo questo craving?”

Perché solo comprendendo il meccanismo che lo alimenta puoi scegliere il trattamento più adatto.

👇 Ti riconosci di più nel craving biologico, emotivo, contestuale o cognitivo?

Ci sono corpi che entrano in una stanza prima delle persone.Prima arriva lo sguardo degli altri, poi il giudizio e poi, ...
08/07/2026

Ci sono corpi che entrano in una stanza prima delle persone.

Prima arriva lo sguardo degli altri, poi il giudizio e poi, forse, la persona.

Oggi su ELLE (Elle.it) è uscito un progetto a cui tengo molto, dedicato all’obesità, allo stigma e ai percorsi di cura.

Ho avuto il privilegio di partecipare come psicologo e psicoterapeuta, accanto alla storia di Lorena.

Il messaggio che vorrei restasse è semplice: la vergogna non cura.

Non cura chi evita di mangiare davanti agli altri.
Non cura chi si sente colpevole per il proprio corpo.
Non cura chi viene giudicato se non si cura e giudicato anche quando decide di curarsi.

L’obesità è una patologia complessa, non una mancanza di volontà e curarsi non è una scorciatoia: è un diritto.

Grazie a ELLE e Lilly per aver dato spazio a una narrazione più rispettosa, umana e corretta.

Racconto a due voci attraverso un percorso di consapevolezza emotiva e cura a tutto tondo

05/07/2026

Questo oggetto misura dove guardi. Per quanto tempo. E quanto velocemente.

Quando lo abbiamo usato con persone che soffrono di fame nervosa e binge eating, quello che è emerso è clinicamente rilevante — e socialmente ignorato.

La ricerca lo chiama cue reactivity.

Chi soffre di BED orienta lo sguardo verso i cibi ad alta densità calorica più velocemente e per più tempo rispetto a chi non ha questi problemi. Non è una scelta conscia. È un riflesso automatico — misurabile, documentato, neurologicamente fondato.

(Nijs et al., Appetite, 2010 — Werthmann et al., Psychological Medicine, 2011)

Il tuo cervello ha costruito un’associazione automatica tra certi cibi e un sollievo emotivo immediato. Quando li vede — anche solo in una pubblicità — si attiva. Prima ancora che tu decida qualcosa.

Questo è il food noise. Non è immaginazione. È un circuito neurale reale.

E non si spegne con la forza di volontà — perché la volontà arriva dopo che il circuito si è già attivato.

Ecco ho scritto libri sul tema per Feltrinelli che ti consiglio di leggere e perché nei miei centri EMOTIFOOD non partiamo mai dalla dieta. Partiamo dal meccanismo.
💜Emanuel Mian
“perché gli psicologi non sono tutti uguali”

02/07/2026

La fame nervosa ti promette una pausa, ma spesso ti presenta il conto mezz’ora dopo.

Ti prende il tempo in cui inizi a cercare qualcosa da mangiare, quello in cui mangi quasi in automatico, quello in cui ti senti fuori controllo e poi tutto il tempo dopo, quando inizi a colpevolizzarti, a punirti, a prometterti che non succederà più.

Il problema è che per qualche minuto il cibo sembra funzionare davvero: abbassa la tensione, distrae, anestetizza. Poi però spesso arrivano vergogna, stress, rabbia e senso di fallimento. E più ti odi per quello che è successo, più rischi di preparare il terreno all’episodio successivo.

Per questo la domanda non è solo “perché ho mangiato?”, ma “di cosa avevo davvero bisogno prima di cercarlo nel cibo?”.

Magari avevi bisogno di fermarti. Di dormire. Di essere ascoltato. Di non sentirti sotto pressione. Di smettere di fare il forte. Di dire un no che stavi rimandando da giorni.

La prossima volta non partire dalla colpa. Parti da lì. Scrivilo su un biglietto, tienilo in tasca e rileggilo quando senti che stai per perdere il controllo.

Perché la colpa arriva dopo, quando ormai è successo. La responsabilità, invece, può arrivare prima.

La fame nervosa non è consolazione. È un ladro travestito da conforto.

Io sono Emanuel Mian, psicologo e autore di Fuga dalla bilancia. Seguimi se vuoi capire cosa c’è davvero dietro il tuo rapporto con il cibo.

Parlare del peso del partner è una di quelle cose che molti giustificano dicendo “lo faccio per il suo bene”, ma il punt...
30/06/2026

Parlare del peso del partner è una di quelle cose che molti giustificano dicendo “lo faccio per il suo bene”, ma il punto è che non basta avere una buona intenzione per non ferire. Il modo in cui si parla del corpo dell’altra persona può lasciare un segno molto più profondo di quanto immaginiamo, soprattutto quando dentro quella relazione ci sono già insicurezze, desiderio di essere accettati, paura di non piacere più o vergogna per il proprio aspetto.

Non sto dicendo che in una coppia non si possa parlare di salute, di cambiamenti fisici o di preoccupazioni reali. Sarebbe falso e anche poco utile. Il problema nasce quando quella conversazione diventa una critica, una battuta, un confronto con “com’eri prima”, oppure un modo per far sentire l’altro sbagliato. Dire “ti sei lasciata andare”, “prima stavi meglio”, “dovresti dimagrire” o “te lo dico perché ti amo” non apre quasi mai un dialogo: spesso apre una ferita.

La ricerca ci dice che le conversazioni sul peso, quando includono commenti negativi o critiche, sono associate a una maggiore insoddisfazione nella relazione, a una minore autostima, a più sintomi depressivi e anche a una peggiore soddisfazione sessuale. Non perché il corpo non conti, ma perché nella coppia il corpo non è mai solo corpo: è anche desiderio, sicurezza, identità, intimità e senso di essere ancora scelti.

Quindi la domanda vera non è “posso dire al mio partner che è ingrassato?”. La domanda vera è: “sto cercando di capire come sta o sto cercando di controllare il suo corpo?”. Perché c’è una differenza enorme tra chiedere “come ti senti ultimamente?” e dire “ti sei lasciato andare”. Una frase può far sentire l’altro visto, l’altra può farlo sentire giudicato.

Se ami una persona, puoi parlare con lei anche di peso, salute e cambiamento. Ma devi farlo partendo dalla cura, non dal fastidio. Dal sostegno, non dal sarcasmo. Dalla domanda, non dalla sentenza. Perché a volte nella coppia non è il peso preso dal partner a rovinare qualcosa, ma il peso delle parole che gli metti addosso ogni volta che lo guardi come un problema da correggere.

Gli studi non classificano i partner come ‘bravi’ o ‘catti

Indirizzo

Via Palestro, 12
Monza

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