Emanuel Mian - Psicologo

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Emanuel Mian - Psicologo Psicologo/Psicoterapeuta/Ricercatore-
Esperto in disturbi alimentari e dell'immagine corporea. Responsabile scientifico del centro Emotifood.

Psicologo – Psicoterapeuta ad indirizzo cognitivo-comportamentale. PhD in “NeuroScienze e Scienze Cognitive”, abilitato all’uso dell’ EMDR e perfezionato in “Diagnosi e Terapia” dei Disturbi del Comportamento Alimentare. Responsabile e coordinatore di diverse Unità per i Disturbi Alimentari in Friuli Venezia Giulia e Lombardia, coordinatore del gruppo di ricerca Body Image. Già Docente presso il Master in “Dietetica e Nutrizione Clinica”- Università di Pavia. Consigliere Onorario presso la Corte d’Appello della sezione minorile del Tribunale di Trieste dal 2008 al 2016. Più di 5000 pazienti seguiti con successo e autore del bestseller MindFoodNess. Inoltre ho creato MINDFOODNESS Academy il programma di coaching online frutto della ricerca scientifica. Per cambiare, per iniziare a muoversi, per uscire dall’inerzia, basta qualche passo gentile nella direzione giusta.

🎰La prima dieta è come entrare al casinò. 👍Vinci la prima mano e ti convinci di aver capito il gioco.Poi il peso torna, ...
19/10/2026

🎰La prima dieta è come entrare al casinò.
👍Vinci la prima mano e ti convinci di aver capito il gioco.

Poi il peso torna, e torni al tavolo. In Fuga dalla bilancia Emanuel Mian lo chiama con il suo nome, weight cycling, e lo descrive così: «La realtà è fatta di alti e bassi, in un continuo saliscendi.»

Nel 1944, all’Università del Minnesota, 36 persone sane furono messe a dieta per sei mesi. Diventarono ossessionate dal cibo e, quando tornarono a mangiare, non riuscivano a fermarsi. Non erano deboli. Era la restrizione. Come scrive Mian: «Paradossalmente, ogni controllo troppo rigido nei confronti del cibo porterà sempre a perdere il controllo.»

E il controllo si perde quasi sempre allo stesso modo. «”Tanto ormai…”. Tutto parte da una piccola concessione; poi, considerando che la tua dieta ormai era compromessa, hai ceduto di schianto: ormai tanto valeva terminare l’opera.» È il pensiero tutto o niente, uno dei motori più potenti dell’abbuffata.

Sotto c’è quasi sempre altro. «Ti hanno insegnato che entrambe, fame ed emozioni, devono essere zittite al più presto e a ogni costo e, quindi, per farlo hai imparato a usare la prima cosa disponibile: il cibo.»

Per questo nel libro c’è una frase che vale più di qualsiasi piano alimentare: «Tutte le diete, e dico tutte, falliranno sempre e comunque, se prima non affronterai le ragioni e le dinamiche che ti impediscono di avere un rapporto sano con il cibo.»

Non è la forza di volontà. È che al casinò il banco vince sempre. Non ti serve una mano migliore: ti serve alzarti dal tavolo.

👉 Quante diete hai fatto? Scrivi il numero. 💬 Commenta NUTRIMIND e ti mandiamo il percorso in DM. 📖 Commenta LIBRO e ti mandiamo il link di Fuga dalla bilancia.

Emotifood · Psicologia · Nutrizione · Comportamento alimentare Dott.ssa Emanuela Russo · Dott. Emanuel Mian

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15/10/2026

«Vergognatevi!»

Anni ‘90, prima serata. Prima l’insulto, poi il prodotto: “5 kg in 7 giorni mangiando quello che vi pare”.

Non era solo cattivo gusto. Era un metodo di vendita. Ti faccio sentire sbagliato, poi ti vendo la soluzione. Trent’anni dopo funziona ancora: solo che oggi lo chiamano “motivazione”.

➡️ Il problema è che la vergogna non fa dimagrire. Fa l’opposto.

In un esperimento condotto a Yale, donne con sovrappeso che avevano guardato un video che derideva le persone grasse hanno poi mangiato circa tre volte le calorie di chi aveva visto un video neutro.

Chi subisce discriminazione per il peso ha circa due volte e mezzo più probabilità di sviluppare obesità negli anni successivi.

La ricercatrice Rebecca Puhl lo chiama stigma del peso. In studio io lo vedo ogni settimana, con un’altra faccia: è il motivo per cui una persona mangia di nascosto. In piedi. Al buio. Con la luce del frigo come unica testimone

Quindi no. Non vergognatevi.

E se quella voce te la porti ancora dietro ogni volta che mangi, non è fame: è rumore. Qui ne parlo ogni settimana. 🧠

💬 Ti ricordi la prima volta che qualcuno ti ha fatto sentire sbagliato per il tuo corpo? Se ti va, raccontalo nei commenti.

📚 Fonti:
Schvey, Puhl, Brownell (2011), Obesity
Sutin & Terracciano (2013), PLoS ONE
Tomiyama (2014), Appetite
Puhl & Heuer, review sullo stigma del peso

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10/10/2026

Mi sono messo nel corpo di una persona con obesità.
Nessuno mi ha insultato.
Ed è proprio questo il problema.

Il commesso che non controlla nemmeno la taglia.
Il cameriere che ti lascia il menù senza guardarti.
La ragazza sul treno che si gira dall’altra parte.
Il medico che non alza gli occhi dal monitor e per qualsiasi mio problema di salute dice solo: “deve dimagrire”.

Nessuna di queste persone si sente cattiva. Ed è per questo che lo stigma funziona così bene.

In 20 anni di lavoro con l’obesità, tra chirurgia bariatrica, farmaci GLP-1 e psicoterapia, ho visto lo stesso schema migliaia di volte: chi viene giudicato smette di chiedere aiuto. Salta le visite con i medici, si colpevolizza solamente perché tutto intorno lo fa, vivendo tutto questo in solitudine. Mangia da solo, soffre da solo. E il peso, invece di scendere, diventa più difficile da curare.

Lo stigma non ha mai fatto dimagrire nessuno.
Ha solo fatto sparire le persone, perché non erano più “viste”.

L’obesità è una malattia cronica. Si cura con competenza, non con lo sguardo.

👉 Mandalo a chi lavora in sanità.
👉 Mandalo a chi, a tavola, dice ancora “sei sicuro?”.

Le scene sono una simulazione realizzata con AI. Le esperienze che raccontano, purtroppo, no.
Emanuel Mian per EMOTIFOOD per Obesity Day

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06/10/2026

➡️Mastico, assaporo… e poi sputo. Così “non conta”, giusto?
Non proprio.
Il chewing and spitting (CHSP) è un comportamento osservato nei disturbi alimentari e, negli studi clinici, è associato soprattutto a restrizione, maggiore preoccupazione per peso e forma corporea e maggiore severità della psicopatologia alimentare. Non è semplicemente “un trucco per evitare calorie”. PubMed
E una cosa interessante: non è necessariamente sinonimo di abbuffata. Alcuni studi lo trovano addirittura più vicino ai comportamenti restrittivi. PubMed
Se ti capita, invece di chiederti soltanto “quanto ho evitato di mangiare?”, prova a chiederti:
1. Quale cibo non mi sto permettendo di ingerire?
2. Cosa temo succederebbe se lo mangiassi davvero?
3. È desiderio, fame, paura di ingrassare o bisogno di controllo?
Se succede frequentemente, parlane apertamente con un professionista esperto di DCA: nasconderlo per vergogna rischia di trasformarlo in un rituale sempre più automatico.
Perché il punto non è diventare più bravi a mangiare senza ingerire.
È arrivare a non avere più bisogno di negoziare così con il cibo.
🩵Emanuel Mian
“perché gli psicologi non sono tutti uguali”

02/10/2026

Se una sera esageri col cibo, il problema non è quella sera.
Il problema è tutto quello che fai da quella sera in poi.

Succede così:
mangi più del previsto, magari una vera e propria abbuffata…
e invece di rientrare subito, ti dici:
“Ormai ho sbagliato.”
“Tanto vale continuare.”
“Lunedì ricomincio.”

E allora non rientri in carreggiata.
Prosegui fuori strada il giorno dopo.
E quello dopo ancora.
Come se, uscita di strada con la macchina, decidessi di guidare nei campi pensando che prima o poi tornerai sull’asfalto da sola.

Ma sai cosa succede davvero?
Ti fermi in un fossato.
E lì non perdi solo tempo ed energie.
Perdi fiducia.
Perdi autostima.
Perdi la sensazione di potercela fare.

Il punto non è l’errore.
Il punto è averlo trasformato in una condanna.

Questo meccanismo ha un nome preciso: pensiero dicotomico.
O perfetta o fallita.
O tutto o niente.
O “sono stata bravissima” o “ho rovinato tutto”.

Ed è esattamente questo che mantiene viva la fame nervosa.
Non il cibo.
Non la sera.
Ma il modo in cui giudichi quello che è successo.

La vera abilità non è non uscire mai di strada.
È rientrare subito, senza insultarti, senza punirti, senza distruggere tutto per un singolo errore.

Un pasto non definisce chi sei.
Una sera non annulla un percorso.
Un errore non è una ricaduta totale.

La prossima volta che succede, prova a fare una cosa diversa:
rientra subito.
Con gentilezza.
Con lucidità.
Con rispetto per te.

È lì che si costruisce il cambiamento vero.
Non nella perfezione.
Ma nella capacità di non abbandonarti al primo scarto.

💜Emanuel Mian
www.fame-nervosa.it

29/09/2026

«Di ingrassare.»

Non di ammalarsi. Di ingrassare.

È la risposta di una bambina di fronte a due bambole. E la cosa che mi colpisce non è la risposta: è la sicurezza con cui la dà. Nessuna esitazione. Come una tabellina.

In Italia, tra le ragazze normopeso, una su cinque a 11 anni si sente grassa. A 15 anni, una su tre (HBSC-Italia 2022 — Istituto Superiore di Sanità). Corpi nella norma, letti come corpi sbagliati.

Questa si chiama grassofobia. E non è una questione di sensibilità: la letteratura la associa a un +60% di rischio di mortalità, indipendentemente da BMI, patologie e depressione (Sutin et al., Psychological Science, 2015). Lo stigma non è la conseguenza del peso. È una causa di danno.

Possiamo riempire le vetrine di corpi diversi. Ma le bambine non guardano le vetrine: guardano dove va l’approvazione.

E l’approvazione, ancora oggi, arriva quando il corpo diventa più piccolo.

Non è cambiato niente. Il lavoro comincia a casa, a tavola, e la prima volta che un bambino ci sente dire «oggi mi faccio schifo» davanti allo specchio.

— Emanuel Mian, psicologo e psicoterapeuta

24/09/2026

E pensare che questo cantante mi stava simpatico.

Poi ha detto una frase che, tradotta, significa: se non entri in una 38 sei uno schiavo. Del cibo, dei carboidrati, degli zuccheri.

Il problema non è la taglia. Una 26 da donna è una 38-40, una XS — e va benissimo, se è il tuo corpo. Il problema è trasformarla in un voto. Perché il messaggio che arriva a un ragazzo di 15 anni è questo: se non entri in quei jeans, hai fallito come persona.

Io in studio, da dodici anni, vedo l’esatto contrario di quello che dice. Vedo persone che hanno eliminato pasta, pane, pizza, dolci. Che non mangiano più con la famiglia. Che si pesano due volte al giorno. Queste persone non sono libere: sono schiave. Ma non del cibo. Del controllo.

Il padrone non è lo zucchero. Il padrone è l’idea che il tuo valore stia su un’etichetta.

Se ti sei riconosciuto in quello che ho detto, non è una colpa. È il punto da cui si parte.

22/09/2026

Fame, fame emotiva e food noise non sono la stessa cosa.

Eppure oggi rischiamo di chiamare tutto “fame”.
O, al contrario, di chiamare tutto “food noise”.

Prova a partire da tre parole:

Fame → SEGNALE
Il corpo mi sta segnalando un bisogno.

Fame emotiva → FUNZIONE
Il cibo può diventare un modo per gestire stress, noia, rabbia, tristezza o altre emozioni.

Food noise → SALIENZA
Il cibo continua a catturare la mia attenzione e a tornare nei miei pensieri, talvolta in modo insistente o intrusivo.

Ma nella vita reale non esistono tre scatole perfettamente separate: possono sovrapporsi e una può accendere l’altra.

Per questo, invece di chiederti soltanto:

“Ho fame?”

prova a chiederti:

“Che cosa sta chiedendo cibo, in questo momento?”

Il mio corpo?
Quello che sto provando?
O una mente che continua a riportare la mia attenzione sul cibo?

Dare il nome giusto a quello che sta succedendo non è soltanto una questione di parole: cambia ciò che dobbiamo comprendere, valutare e, quando necessario, trattare.

E forse c’è un’altra domanda ancora più importante:

Prima di chiederti come farlo passare, chiediti che cosa stai cercando di far passare.

Grazie alla collega .erica.md che mi ha lanciato la sfida dei 60 secondi. 😉

Salva questo Reel: potrebbe tornarti utile la prossima volta che penserai semplicemente “ho fame”.

➡️Mangiare meno non significa mangiare meglio. E dimagrire non significa diventare più sani.🤷‍♂️Detto così sembra ovvio....
20/09/2026

➡️Mangiare meno non significa mangiare meglio. E dimagrire non significa diventare più sani.

🤷‍♂️Detto così sembra ovvio. Non lo è.

Nel racconto pubblico dei farmaci GLP-1 (Ozempic, Wegovy, Mounjaro) manca sempre lo stesso pezzo: il numero sulla bilancia scende, e il resto della storia sembra risolto.

Non lo è.

Perché il farmaco riduce la fame. Ma non insegna a riconoscere le emozioni. Fa scendere il peso. Ma non modifica la relazione con il corpo. Spegne il food noise. Ma non decide cosa fare del silenzio che rimane.

Ne ho parlato al Convegno SICOB 2026: il periodo in cui il farmaco funziona è una finestra di opportunità clinica. Non per mangiare meno. Per imparare qualcosa che sotto il rumore costante era molto più difficile imparare.

Nel carosello ho lasciato le riflessioni che, secondo me, meritano di uscire dal convegno e arrivare a chi sta vivendo questa fase in prima persona.

Salva se ti tocca. Condividi con chi sta iniziando un GLP-1. E scrivimi nei commenti: qual è la frase che ti ha colpito di più?

— Emanuel Mian · Psicologo, psicoterapeuta Autore per Feltrinelli —
www.emanuelmian.it

16/09/2026

Perdere peso in fretta non significa piacersi subito.
Che sia con GLP-1 (semaglutide, tirzepatide) o con chirurgia bariatrica, il corpo cambia molto più velocemente di quanto la mente riesca a metabolizzare.
Si chiama body image disintegration: il cervello continua a “vedersi” com’era prima.
Gli studi lo confermano: dopo bariatrica fino al 70% dei pazienti riporta insoddisfazione corporea persistente, spesso legata a pelle in eccesso, dismorfismo residuo e aspettative irrealistiche (Sarwer et al., Obesity Surgery). Dati simili stanno emergendo anche per i GLP-1: dimagrimento rapido, ma immagine corporea che non si aggiorna.
Il peso scende in mesi. L’immagine corporea ha bisogno di tempo, consapevolezza e, spesso, un percorso psicologico dedicato.
Non è vanità ma èneuroscienza.
Dr. Emanuel Mian, psicologo esperto di immagine corporea

Indirizzo

Via Palestro, 12
Monza

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