Anna Biancardi - Psicologa

Anna Biancardi - Psicologa Supporto Psicologico Online / Esperto in Tecniche per la Gestione dell'ansia ® / Coaching Relazionale Percorsi Online

La tristezza è una delle emozioni più fraintese perché non spinge a fare, ma a sentire. Eppure, proprio in questa appare...
17/06/2026

La tristezza è una delle emozioni più fraintese perché non spinge a fare, ma a sentire. Eppure, proprio in questa apparente “inutilità”, la ricerca psicologica le riconosce un ruolo preciso: riorganizzare il significato di ciò che viviamo.

Studi nell’ambito della teoria dell’attaccamento hanno mostrato come la tristezza non sia solo risposta alla perdita, ma anche un segnale di ricerca di vicinanza: quando qualcosa di importante si incrina, il sistema emotivo non si spegne… si orienta verso l’altro.

Altri lavori più recenti, come la Social Baseline Theory, suggeriscono che la nostra mente non è progettata per elaborare il dolore in isolamento: la presenza di una relazione sicura riduce letteralmente il “costo biologico” della sofferenza. In altre parole, la tristezza non è fatta per essere attraversata da soli.

E poi c’è un’idea semplice ma potente della psicologia cognitiva: le emozioni non descrivono solo ciò che proviamo, ma anche il modo in cui diamo peso al mondo.

La tristezza, in questo senso, non impoverisce la realtà: la mette a fuoco. Ci mostra cosa ha avuto valore, anche quando fa male guardarlo.

Forse è per questo che non va trattata come un errore da correggere in fretta. Ma come un linguaggio lento, che chiede ascolto più che soluzioni.

Non sempre per guarire.
A volte per capire cosa, dentro di noi, ha davvero contato.

15/06/2026

Invece della solita didascalia, ti lascio una lista di brani che io utilizzerei (e utilizzo) per il ballo libero:

Se hai voglia di scatenarti:
🔹Baianá - Barbatuques
🔹Everyday I love you less and less - Kaiser Chiefs
🔹Mundian to bach ke - Panjabi MC
🔹I think I need a new heart - The Magnetic Fields
🔹Good to go - LÒNIS, Daphne Willis
🔹Could have been me - The Struts
🔹Guapparía - La Niña

Se hai voglia di qualcosa di più "morbido":
🔹I don't chase I attract - Souls to sounds
🔹Do it with soul - Solomon Ray
🔹Figa de Guiné - Mari Froes
🔹Araré - Guadalupe Urbina
🔹My little corner of the world - Yo la Tengo
🔹Calypso Queen - Calypso Rose
🔹Yo soy Diosa - Loli Cosmica, Kittsy Flor

Io di solito parto con una della prima categoria, per poi farne una della seconda. Spesso poi consiglio una terza molto più morbida e lenta per rallentare completamente. Fatemi sapere nei commenti se volete qualche titolo più "lento" ✨

Oggi lo chiamiamo ghosting. Prima si chiamava sparire, far perdere le tracce, non farsi più sentire.Il nome è cambiato. ...
10/06/2026

Oggi lo chiamiamo ghosting. Prima si chiamava sparire, far perdere le tracce, non farsi più sentire.

Il nome è cambiato. Il fenomeno no.

Oggi però succede in un contesto diverso: vediamo quando una persona è online, quando pubblica, quando legge un messaggio. E questo rende tutto più difficile da chiudere.

Ma perché le persone ghostano?
La risposta semplice è: egoismo.
Quella psicologica è: evitamento.

Il cervello è programmato per ridurre il disagio. Quando qualcosa è emotivamente scomodo, tende a portarci fuori dalla situazione. Dire “non voglio continuare” attiva colpa, tensione, paura della reazione dell’altro.
E per alcuni, sparire diventa la via più rapida.

Il problema è che funziona solo nell’immediato.
Il cervello registra il sollievo e rinforza la fuga come strategia. Più eviti, più diventa facile evitare. E più diventa difficile restare dentro conversazioni scomode.

E dall’altra parte, essere ghostati fa male per un motivo preciso. La mente cerca schemi, spiegazioni, conclusioni.
Una fine senza spiegazione resta aperta.
Gli psicologi lo chiamano bisogno di chiusura.
E quando non arriva, la mente torna sempre lì: “perché?”

Non è l’assenza a far male. Non è la persona.
È l’ambiguità.
Il vuoto di significato.

E il cervello quel vuoto lo riempie da solo.

Spesso contro noi stessi.





09/06/2026

Secondo me chiamiamo "depressione post-vacanza" una cosa che spesso depressione non è.

Il punto è che in vacanza facciamo tante cose che fanno bene al nostro sistema nervoso senza nemmeno accorgercene.

Camminiamo di più.
Stiamo più tempo all'aria aperta.
Prendiamo più luce naturale.
Vediamo posti nuovi.
Parliamo con persone nuove.
Usciamo dalla solita routine.

Il nostro cervello e il nostro corpo amano queste cose.

Poi torniamo a casa e passiamo le giornate tra ufficio, macchina, divano e schermi.
E ci chiediamo come mai ci sentiamo più spenti.

La verità è che siamo animali.
Solo che ce lo dimentichiamo.

Abbiamo bisogno di movimento, contatto, novità, natura e luce molto più di quanto pensiamo.

La buona notizia?
Non serve prenotare un volo ogni volta che stai male.
Molte delle cose che ti fanno stare bene in viaggio puoi riportarle anche nella tua vita quotidiana.

Forse non ti manca la vacanza.

Forse ti manca come ti sentivi mentre eri lì.

La mente produce continuamente pensieri, immagini, ricordi, preoccupazioni e interpretazioni della realtà. Alcuni sono u...
31/05/2026

La mente produce continuamente pensieri, immagini, ricordi, preoccupazioni e interpretazioni della realtà. Alcuni sono utili, altri meno. Alcuni sono accurati, altri possono essere influenzati dalla paura, dall'ansia, dalle esperienze passate o dallo stato emotivo del momento.

Per questo motivo, un pensiero non dovrebbe essere considerato automaticamente un fatto.

La sofferenza spesso non dipende soltanto dalla presenza di determinati pensieri, ma dal rapporto che sviluppiamo con essi: quanto li temiamo, quanto cerchiamo di controllarli, quanto li consideriamo una descrizione oggettiva di noi stessi o della realtà.

Imparare a riconoscere un pensiero per quello che è (e cioè un evento mentale, non necessariamente una verità) può aiutarci a rispondere in modo più flessibile e consapevole.

Non si tratta di ignorare ciò che accade nella nostra mente ma di imparare a osservarlo senza dover credere, seguire o combattere ogni pensiero che compare.

30/05/2026

Oggi è facile pensare che informarsi sia già un modo per stare meglio. Che leggere contenuti, ascoltare reel, seguire pagine “giuste” possa bastare per capire cosa ci sta succedendo.

In parte è vero: la divulgazione può aiutare a dare un nome alle cose, a sentirsi meno soli, a riconoscere dei vissuti.
Ma c’è un punto che spesso viene dimenticato.
La comprensione non è ancora cambiamento.
E tra il capire qualcosa e il poterla davvero attraversare nella propria vita, c’è uno spazio preciso: lo spazio terapeutico.

Uno spazio fatto di relazione, continuità, ascolto e lavoro condiviso, in cui quello che emerge non viene solo riconosciuto, ma anche sostenuto, approfondito e trasformato nel tempo.

È lì che si può iniziare a dare un significato più personale a ciò che si vive, a vedere schemi che si ripetono, a comprendere come certi funzionamenti emotivi si sono costruiti.

E soprattutto, è lì che non si è soli nel farlo.

I contenuti possono avvicinare, far riflettere, aprire domande importanti. Ma non possono sostituire uno spazio in cui quelle domande trovano un tempo e un modo per essere attraversate davvero.

Dai bambini ci aspettiamo che sappiano già come gestire quello che sentono. Che si calmino, che si controllino, che “cap...
29/05/2026

Dai bambini ci aspettiamo che sappiano già come gestire quello che sentono. Che si calmino, che si controllino, che “capiscano”. Ma i bambini non arrivano qui con queste competenze già pronte.

Arrivano in un mondo nuovo, grande, veloce e pieno di stimoli, dove gli adulti intorno a loro sono a loro volta stanchi, tesi, distratti o di corsa. E in mezzo a tutto questo, chiediamo loro di sapersi autoregolare.

Ma l'autoregolazione emotiva non nasce da sola. Si costruisce dentro la relazione, attraverso la presenza di un adulto che prova a restare, a comprendere, a dare un nome a quello che accade, e a riparare quando serve.
I bambini imparano soprattutto così: non da quello che gli diciamo, ma da come stiamo noi mentre succedono le cose.

E quello di cui hanno davvero bisogno non è un adulto perfetto. Hanno bisogno di un adulto che ci provi.

Che sia presente.
Che li aiuti a dare senso a quello che sentono.
E che resti, anche quando è difficile.
Perché è lì che imparano cosa significa stare dentro le emozioni senza esserne travolti.

Queste cose non arrivano già pronte, ma soprattutto ci scivolano dalle mani se non prestiamo attenzione. A volte si perd...
28/05/2026

Queste cose non arrivano già pronte, ma soprattutto ci scivolano dalle mani se non prestiamo attenzione.

A volte si perdono, a volte hanno bisogno di essere ricostruite. E richiedono impegno.

Tutto ciò che conta davvero richiede tempo, presenza e un modo di stare dentro le cose che non è mai immediato.

27/05/2026

La strada si costruisce anche nei passi incerti, nelle deviazioni, negli errori che, mentre li vivi, sembrano sbagliati ma col tempo diventano parte della direzione.

A volte pensiamo che esista un modo giusto di andare avanti, ma nella realtà il sentiero prende forma proprio da come scegli, sbagli, riparti.

Ed è così che diventa tuo.

mi

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