29/08/2026
Grazie a tutti per questa sera.
Questo è il libro da cui è tratto il breve sutta che abbiamo letto dopo la meditazione e che trascrivo qui di seguito:
Questo è il più modesto, o bhikkhū, dei mezzi per vivere, cioè l’andare elemosinando; espressione oltraggiosa, o bhikkhū, è questa nel mondo: vai in giro elemosinando con la scodella in mano! Eppure questo, o bhikkhū, proprio questo intraprendono assennai figli di nobili famiglie, condottivi dalla ragione e non certo obbligati dal re o costretti da un ladrone, né perché indebitati o pavidi o indigenti. Bensì perché soggetti a nascita, vecchiaia e morte, ad afflizioni, lamenti, dolori, crucci e tribolazioni, perché oppressi dal dolore, sopraffatti dal dolore; sì, proprio per metter fine, sappiatelo, a tutto questo insieme doloroso. E così, o bhikkhū, questo figlio di nobile famiglia ha abbandonato la casa; ma egli è bramoso, è intensamente oppresso dai desideri, è di animo malevolo, persegue corrotti propositi, è distratto, disattento, svagato, ha fuorviata la mente e incontrollati i sensi. Così come, o bhikkhū, un tizzone di una pira per cadaveri, da entrambe le parti combusto e divenuto a metà letame, non si può certo adoperare come combustibile né in un villaggio né in un bosco, tale, o bhikkhū, io dico che è quest’uomo: privo dei beni del mondo, non ha raggiunto lo scopo dell’ascetismo.
Colui che dei beni del mondo è privo
e del fine dell’ascesi, è un infelice;
nel suo stato di privazione è agitato
e finisce come un tizzone da pira per cadaveri.
Meglio ingoiare un globo di ferro
rovente come fiamma anziché,
osservando un non retto comportamento,
smodatamente nutrirsi del cibo elemosinato da un regno.
Itivuttaka, sez.3, 91; in “Canone buddhistico - Testi brevi”, a cura di Vincenzo Talamo, Bollati Boringhieri, 2019.