Dott.ssa Ornella Capuano

Dott.ssa Ornella Capuano Psicologa iscritta all'albo A dell'ordine degli psicologi della Campania con numero 8731. Ho scelto

Il rientro di settembre attiva quello che in psicologia viene definito "effetto nuovo inizio" (Fresh Start Effect): la p...
31/08/2026

Il rientro di settembre attiva quello che in psicologia viene definito "effetto nuovo inizio" (Fresh Start Effect): la pausa estiva crea una distanza temporale dalla routine, portando la mente a dividere idealmente la vita tra un "prima" e un'ampia pagina bianca da riempire. Questa spinta al cambiamento porta con sé una grande carica d'energia, ma al tempo stesso innesca una fisiologica ansia da prestazione e una vera e propria fatica da ri-adattamento. Il passaggio improvviso dalla flessibilità estiva alla rigidità dei ritmi quotidiani richiede uno sforzo cognitivo notevole, e il rischio principale è cadere nella trappola dei super-obiettivi: sovraccarichiamo la lista dei propositi e, non appena il divario tra le nostre aspettative e la realtà si amplifica, compaiono la frustrazione e il senso di sopraffazione.

​Scegliere di "alleggerire l'anima" non significa quindi disimpegnarsi o rinunciare ai propri progetti, ma praticare una ri-prioritizzazione consapevole per tutelare la propria salute mentale. In termini psicologici vuol dire ridurre il carico cognitivo selezionando solo pochissimi obiettivi fondamentali, applicare l'autocompassione per accettare che ogni transizione richiede tempo e ritmi graduali, e infine stabilire confini sani imparando a dire dei "no" strategici a ciò che prosciuga le nostre energie. Solo alleggerendo il peso delle aspettative è possibile trasformare la pressione di settembre in una crescita reale e sostenibile.

04/08/2026

Sono stati mesi intensi, ricchi di sfide emotive e cognitive, ma anche immensamente arricchenti.

​Quando ci si prende cura delle persone e delle loro storie, il rischio di sentirsi "svuotati" è reale. Per questo motivo, la pausa non è un lusso o una rinuncia, ma una parte integrante e fondamentale del lavoro di cura. Il riposo è uno spazio necessario per ricaricarsi, rielaborare e ritrovare l'equilibrio.

​Ma questa pausa ha un valore profondo anche per i pazienti.

​Il tempo lontano dalla stanza di terapia diventa il momento in cui mettere alla prova i propri strumenti, guardarsi dentro e scoprire di avere già ciò che serve per camminare con le proprie gambe. È l'occasione perfetta per radicarsi nel qui ed ora e sperimentare nella vita di tutti i giorni quello che si è costruito insieme.

​Inizio questo periodo di pausa augurando a ciascuno di voi di trovare il proprio tempo di ristoro e di ascolto.

​Ci rivediamo presto. 🌊

È stata forte? SiHa fatto paura? SiSi è fermato? NoAncora una volta la natura ci ricorda che non possiamo fare nulla qua...
01/08/2026

È stata forte? Si
Ha fatto paura? Si
Si è fermato? No

Ancora una volta la natura ci ricorda che non possiamo fare nulla quando decide di farsi sentire e di farlo in maniera irruenta.

È del tutto normale, dopo un evento del genere, avvertire un senso di smarrimento, ipervigilanza o nodo allo stomaco.
Ma è importante rimanere lucidi ed evitare comportamenti che potrebbero metterci in pericolo: la paura richiama un atteggiamento di fuga, ma dobbiamo necessariamente essere prudenti e rimanere razionali.
Quindi, da un punto di vista comportamentale è fondamentale rispettare le norme di sicurezza, non usare le scale o l'ascensore durante la scossa ma aspettare la fine della stessa.
Da un punto di vista emotivo:
- ​Validare le proprie emozioni (e quelle di chi ti sta vicino): Sentire paura, rabbia o stanchezza non ti rende "fragile", ma umano. Non minimizzare quello che provi e ascolta chi ti sta accanto senza giudicare.
- Praticare l'ancoraggio: Quando l'ansia sale o il cuore accelera, riporta l'attenzione al corpo.
- ​leggere solo fonti ufficiali: rimanere informati è importante, ma bisogna farlo nel modo giusto. I commenti dei complottisti o dei catastrofici non mancano mai (il covid ce lo ha insegnato), ma non fanno altro che aumentare senso di incertezza e panico.
- ​Focalizzarci su ciò che possiamo controllare: Preparare uno zaino con i beni di prima necessità cosi da dare al cervello un senso concreto di azione e sicurezza.

​Non possiamo controllare i movimenti della terra, ma possiamo prenderci cura di come rispondiamo allo stress che generano.

In questi giorni l'uscita del film "Odissea" ha riportato l'attenzione sul celebre racconto che vede Ulisse come protago...
22/07/2026

In questi giorni l'uscita del film "Odissea" ha riportato l'attenzione sul celebre racconto che vede Ulisse come protagonista.

​L'Odissea, da un punto di vista psicologico, è un vero e proprio tripudio di messaggi.

​Il primo tra tutti: il viaggio inteso non solo come raggiungimento di una meta, ma come un ritorno a se stessi, alla propria origine.

​Ognuno di noi ha la propria Itaca: un obiettivo, una guarigione, un progetto di vita, o semplicemente la versione migliore di sé che cerca di fare ritorno a casa.

​Itaca non è soltanto un luogo fisico, ma un’àncora di senso. È ciò che dà un significato profondo alle nostre azioni, anche e soprattutto quando il mare è in tempesta.

​Nel nostro percorso, proprio come Ulisse, incontreremo:

​I Ciclopi: le nostre paure più grandi, quegli ostacoli enormi che sembrano sbarrarci la strada.

​Le Sirene: le distrazioni e le scorciatoie facili che promettono un sollievo immediato, ma ci allontanano dal nostro percorso.

​La nebbia e il disorientamento: quei momenti in cui sembra che la nostra nave stia navigando a vuoto.

​Quando il mare è agitato, l'istinto ci spingerebbe a guardare solo le onde — cioè l'ansia, il dolore o la fatica del momento. Ma focalizzarsi unicamente sulla tempesta ci fa perdere la rotta.

​È proprio in quei momenti che dobbiamo applicare l'insegnamento del poeta Kavafis: "Tenere sempre a mente Itaca".

​E quando infine raggiungeremo la meta, scopriremo con stupore che il valore reale non stava solo nell'arrivo, ma nella trasformazione avvenuta lungo la strada. Ogni deviazione, ogni caduta e ogni ripartenza ci hanno fornito gli strumenti emotivi e la resilienza necessari per essere pronti a toccare terra.

​Non importa quanto il mare sia agitato oggi: l'importante è non dimenticare mai verso dove stai navigando.

Ho di recente visto Toy Story 5 e l'ho trovato veramente bello. ​La storia narrata descrive perfettamente una realtà che...
21/06/2026

Ho di recente visto Toy Story 5 e l'ho trovato veramente bello.
​La storia narrata descrive perfettamente una realtà che stiamo vivendo negli ultimi anni: bambini totalmente assorbiti dalla tecnologia, al punto da non saper più giocare e, soprattutto, da non saper più fare amicizia.

​In psicologia, quello che i giocattoli di Andy e Bonnie, rappresentano da sempre è il fulcro del gioco simbolico (il famoso "gioco del fare finta"). Questa non è una semplice distrazione: è una vera e propria palestra cognitiva ed emotiva. Quando un bambino prende un pezzo di plastica e lo fa volare nello spazio, sta facendo un lavoro immenso:
▪️ ​Sviluppa l'astrazione: impara che un oggetto può rappresentare qualcos'altro (il pensiero creativo).
▪️ ​Allena l'empatia: immedesimandosi in un personaggio, impara a capire cosa provano gli altri, uscendo dal proprio egocentrismo.
▪️ ​Rielabora la realtà: attraverso il gioco, il bambino sperimenta paure, risolve conflitti e impara a gestire le emozioni del mondo reale in un contesto sicuro.

​Oggi, purtroppo, i bambini trascorrono gran parte del tempo a fissare schermi che offrono stimoli già pronti, confezionati e passivi: il bambino non deve più "creare" il mondo, deve solo subirlo. Di conseguenza, il gioco simbolico si spegne.

​A questo si aggiunge la perdita della capacità di fare amicizia. Sono convinti che essere amici significhi scambiarsi un like (ahimè, un problema dilagante anche tra noi adulti) o, peggio ancora, assistiamo a dinamiche di esclusione se un bambino non possiede l'ultimo modello di tablet o telefono.

​Insomma, Toy Story 5 è un invito potente a tornare a far fare i bambini ai bambini. Difendiamo il loro diritto alla noia, alla scatola di cartone che diventa un castello, al pupazzo che parla. Non c'è bisogno di renderli precocemente spenti.
P. S. Consiglio di farlo vedere ai bambini, ma ancora di più ai genitori insieme ai bambini.

giocosimbolico

08/06/2026

Ho appena finito di vedere "Due spicci" di Zerocalcare e devo dire che è un meraviglioso, a tratti spietato, viaggio introspettivo.
​Non sono un'amante delle serie TV, ma questa riesce a colpire dritto alle parti più profonde di ognuno di noi. Da psicoterapeuta credo che alcuni aspetti psicologici drammaticamente vicini alla nostra generazione, siano trattati in maniera assolutamente precisa, con un pizzico di ironia cruda, ma preziosa: la pressione del precariato, il peso dei debiti (reali ed emotivi) e l'ansia soffocante di non farcela quando la vita "adulta" morde sul serio. Riesce a mettere in scena dinamiche complesse con una lucidità disarmante:
​Il senso di colpa e il "salvataggio" nelle relazioni: Zero che si incasina per un amico, pur stando già affogando nei suoi problemi.
​La paralisi da iper-responsabilità: Ogni scelta sembra determinare un problema più grande.
​I legami logorati dal silenzio: Le incomprensioni tra amici storici, la complessità sentimentale come specchio di come i nostri spazi mentali si incasinino quando la realtà si fa dura.
​La voce dell'Armadillo come meccanismo di difesa: una presenza disillusa ma protettiva.
In ogni dialogo tra loro c'è uno schema psicologico ben preciso di protezione dal dolore emotivo e dal fallimento.

​Certo, Due spicci non dà soluzioni pronte, o almeno non a tutto, ma ti dà la netta sensazione di non essere solo: perché quando si ha il coraggio di dirle certe cose, iniziano a pesare di meno.

15/05/2026

Oggi, nella Giornata Internazionale della Famiglia, voglio condividere questo video e una riflessione. ​Come psicoterapeuta cognitivo-comportamentale lavoro molto sull'individuo, a volte indipendentemente da quello che è il contesto di riferimento.

In questi giorni, mi è rimasta impressa nella mente la frase di un mio paziente di 15 anni, che chiamerò A.
Ha una storia familiare complessa, di quelle che sembrano uscite da una serie TV americana( Beatiful, per intenderci) . Durante l'ultima seduta mi ha detto:
«Dottoressa, in testa ho una confusione assurda».
​Quando gli ho chiesto cosa lo turbasse in modo particolare, mi ha risposto:
«Ho una confusione "familiare". Ho sempre immaginato di avere una famiglia felice, e lo sogno ancora, ma io non so come sia davvero. Guarda la mia...».
​Le sue parole mi hanno colpito profondamente.
A. è arrivato nel mio studio per un problema di gestione della rabbia e un iniziale ritiro sociale...si ci stiamo lavorando, ma la verità è che, senza intervenire sul sistema famiglia e senza provare a modificare alcune dinamiche, la sua rabbia scoppierà sempre perché altro non è che un "ruggito" per proteggere una ferita ancora troppo esposta.

​Ecco perché oggi il mio augurio è questo: avere sempre il privilegio di incontrare famiglie disposte a mettersi in discussione. Perché è solo lavorando insieme che possiamo davvero curare quelle ferite e migliorare la vita dei nostri bambini e ragazzi
❤️

𝐋𝐚 𝐩𝐢𝐫𝐚𝐦𝐢𝐝𝐞 𝐝𝐢 𝐌𝐚𝐬𝐥𝐨𝐰Forse sottovalutata dagli studenti di psicologia, ma alla base di gran parte dei disagi "emotivi" m...
29/04/2026

𝐋𝐚 𝐩𝐢𝐫𝐚𝐦𝐢𝐝𝐞 𝐝𝐢 𝐌𝐚𝐬𝐥𝐨𝐰

Forse sottovalutata dagli studenti di psicologia, ma alla base di gran parte dei disagi "emotivi" manifestation.
Il Cortocircuito che si innesta nei vari livelli, infatti, genera ferite che inevitabilmente smuovono gli equilibri individuali e non.
​Il bisogno di Autostima, infatti, poggia direttamente sul bisogno di Appartenenza e quando quest’ultimo non si sviluppa adeguatamente — magari per una mancanza di validazione interna — si finisce per cercare un supporto sostitutivo all'esterno: il palcoscenico. La persona ferita utilizzerà ogni occasione come una ribalta sulla quale affermare con prepotenza la propria esistenza e il proprio valore.
​Naturalmente, questa dinamica diventa problematica per chiunque condivida con lei gli spazi familiari o scolastici.
​In questo contesto, ci viene in soccorso la distinzione tra narcisismo sano e patologico:
​Il narcisismo sano è l’ossatura della nostra identità: è ciò che ci permette di dire "io valgo" senza calpestare gli altri e senza dipendere dall'elogio costante.
​Il narcisismo patologico, al contrario, è una difesa contro il vuoto interiore. In questo caso, il valore esiste solo se confermato dall'altro, e ogni critica viene vissuta come una ferita mortale. Senza palcoscenico, la persona sente di non esistere.

​Insieme a genitori e insegnanti, ci stiamo interrogando a lungo sulla strada da intraprendere. Se è vero che la ricerca del riflettore è il sintomo di una ferita interiore che abbiamo il compito di lenire, è altrettanto vero che non possiamo assecondarla indefinitamente. Farlo significherebbe soffocare fratelli, compagni e chiunque graviti attorno a questi ragazzi.
Il rischio concreto è che, nel tentativo di "salvare" loro, si finisca per ferire tutti gli altri.

​Cosa fare, dunque?
​Non esiste un manuale predefinito, ma esiste la consapevolezza degli adulti. Dobbiamo sapere fin dove spingerci per 𝐫𝐢𝐦𝐚𝐫𝐠𝐢𝐧𝐚𝐫𝐞 e dove fermarci per 𝐚𝐫𝐠𝐢𝐧𝐚𝐫𝐞 .

​È necessario lavorare su un paradosso educativo fondamentale: più si impara a sentirsi al sicuro "dietro le quinte" e meno si avrà bisogno di urlare al mondo la propria esistenza.

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