25/07/2026
L'Odissea di Nolan: quando il mito incontra la psicologia
Christopher Nolan affronta L'Odissea scegliendo di mettere al centro non tanto il mito quanto l'uomo.
I personaggi perdono parte della loro dimensione soprannaturale e acquistano tratti profondamente umani. Polifemo non è soltanto un mostro, Circe non è semplicemente una maga.
Entrambi sembrano rappresentare le parti più oscure, fragili e contraddittorie dell'essere umano.
La scelta è coerente e affascinante.
Il film suggerisce che i veri mostri non vivono fuori di noi, ma dentro di noi.
Il viaggio di Ulisse diventa così un percorso nell'interiorità.
Proprio qui, però, nasce il mio limite nel giudizio.
Il film propone una riflessione psicologica importante, ma raramente riesce a trasformarla in un'esperienza emotiva.
La scena che più mi ha colpito è quella della zattera. È Calipso a dire a Ulisse di lasciare andare il controllo.
Non è un dettaglio secondario.
Calipso lo ama, lo trattiene per sette anni e, infine, trova la forza di lasciarlo andare. Compie il gesto più difficile: rinunciare alla persona amata.
Anche nella pratica psicoterapeutica questa è una consapevolezza fondamentale.
Lasciare il controllo non significa arrendersi, ma accettare la vulnerabilità, l'incertezza e ciò che non possiamo governare.
Da quel momento mi aspettavo una svolta.
Avrei voluto vedere Ulisse attraversare il caos, entrare in contatto con la paura, mostrare il peso delle proprie ferite e lasciarsi trasformare. Invece resta quasi sempre composto, distante, difficile da abitare emotivamente. Gli eventi cambiano, ma il suo mondo interno rimane quasi invisibile.
Forse, però, questa apparente freddezza è una scelta precisa di Nolan.
All'inizio del film l'amore di Ulisse per Penelope è evidente. È il motore del suo viaggio.
Poi, lentamente, quel sentimento sembra scomparire sotto il peso della guerra, delle perdite e delle proprie colpe.
L'unica figura che conserva uno sguardo autenticamente empatico è Atena. È lei a vedere Ulisse come un uomo, non solo come un eroe.
Forse Nolan vuole raccontare proprio questo: il senso di colpa può svuotare una persona, sottrarle l'anima e impedirle di esprimere ciò che prova. Ulisse non rifiuta Itaca perché non desidera tornare. Teme il ritorno. Teme lo sguardo di Penelope, quello del figlio e, soprattutto, il confronto con l'uomo che è diventato.
Tornare significa smettere di fuggire.
Da psicoterapeuta sistemico-relazionale ho letto il film anche come una storia di legami familiari.
Il viaggio di Ulisse non appartiene solo a lui, ma coinvolge l'intero sistema familiare.
Penelope non è soltanto la moglie che aspetta. Custodisce il legame e mantiene vivo uno spazio perché il ritorno resti possibile.
Telemaco costruisce la propria identità intorno all'assenza del padre.
Ulisse, invece, teme di non riconoscere più la propria famiglia e, forse, di non essere più riconosciuto da essa.
In questa prospettiva, il ritorno a Itaca rappresenta la prova più difficile dell'intera Odissea.
Dopo un trauma non torna mai la stessa persona e nemmeno la famiglia resta identica. Nessuno riprende la vita dal punto in cui l'aveva lasciata. Occorre costruire un nuovo equilibrio, capace di accogliere il cambiamento di tutti.
È una dinamica che la terapia familiare incontra spesso: la sofferenza non appartiene mai a un solo individuo, ma attraversa e trasforma ogni relazione.
Per questo, pur riconoscendo la forza delle immagini e la profondità delle intuizioni, il film non mi ha emozionata fino in fondo.
Ho avuto la sensazione che raccontasse l'interiorità più di quanto riuscisse a farmela vivere. Comprendo il dolore di Ulisse, ma raramente riesco a sentirlo insieme a lui.
Forse è proprio questo il paradosso dell'opera: umanizza il mito, ma lascia il suo protagonista dietro una corazza che lo spettatore fatica ad attraversare.
Resta un film ambizioso, ricco di spunti e di domande.
Più che una rilettura del poema di Omero, è una riflessione sul trauma, sul senso di colpa, sul controllo e sul ritorno.
Un ritorno che non consiste nel ritrovare la casa di un tempo, ma nell'accettare che, dopo ciò che abbiamo vissuto, né noi né chi ci aspetta siamo più gli stessi.
Da una storia che racconta il viaggio più celebre della letteratura, però, mi aspettavo di sentire con maggiore intensità il viaggio dell'anima.