10/09/2026
Dobbiamo chiederci dove gli adulti stanno fallendo
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17 RAGAZZI IN UN WEEKEND.
NON È PIÙ POSSIBILE DIRE CHE NON VEDIAMO.
Al Meyer di Firenze, 17 minorenni sono stati ricoverati contemporaneamente in urgenza per tentativi di suicidio, ideazione suicidaria e autolesionismo.
Diciassette.
E forse dovremmo smettere per un momento di chiederci soltanto cosa stia succedendo ai ragazzi.
E iniziare a chiederci:
cosa sta succedendo intorno a loro?
Perché il disagio adolescenziale spesso non arriva facendo rumore.
Può stare dietro una porta chiusa.
Dentro un rendimento scolastico che improvvisamente crolla.
Nell’isolamento.
Nella rabbia.
In un corpo che viene ferito.
In un ragazzo che apparentemente continua a fare tutto quello che deve fare.
Finché quel dolore trova un modo estremo per diventare visibile.
E a quel punto interveniamo.
Ma è troppo poco occuparci dell’emergenza.
Dobbiamo occuparci di ciò che viene prima.
Abbiamo riempito le scuole di materie necessarie per affrontare il mondo, ma continuiamo a dedicare troppo poco spazio a ciò che permette a un essere umano di attraversarlo.
Riconoscere ciò che sente.
Dargli un nome.
Chiedere aiuto.
Regolare ciò che accade dentro di sé.
Attraversare frustrazione, rifiuto, paura, solitudine, rabbia, vergogna.
L’educazione emotiva e psicologica non può essere considerata un’aggiunta.
È prevenzione.
E c’è un altro punto che considero fondamentale.
Quando un adolescente manifesta un disagio grave, non possiamo guardare soltanto lui.
Un ragazzo cresce dentro una famiglia, una storia, delle relazioni, una scuola, un ambiente sociale.
In una lettura sistemica e genealogica, possiamo anche domandarci quali silenzi, perdite, conflitti, modalità relazionali o sofferenze attraversino quella famiglia e la sua storia.
Non per trovare un colpevole.
Per allargare lo sguardo.
Perché curare il ragazzo senza ascoltare il sistema nel quale vive rischia di lasciare fuori una parte importante della sua realtà.
Servono psicologi.
Servono neuropsichiatri.
Servono insegnanti formati.
Servono famiglie accompagnate.
Ma serve soprattutto una cultura che non aspetti il taglio, il tentativo di suicidio o il pronto soccorso per riconoscere che un ragazzo sta soffrendo.
La salute emotiva dovrebbe entrare stabilmente nelle scuole. Non quando il problema esplode.
Prima.
Perché questi 17 ragazzi non sono una statistica.
Sono l’ennesimo segnale.
E questa volta dovremmo avere il coraggio di ascoltarlo.
Questa impostazione secondo me ti posiziona molto bene anche rispetto al progetto che stai costruendo sull’educazione emotiva nelle scuole: non stai usando la cronaca per promuovere un metodo, ma per sostenere una necessità sociale concreta.
C’è anche un dato che rende il messaggio meno episodico: in Toscana nel 2025 il tasso di minori con almeno un ricovero per cause psichiatriche è arrivato a 73,4 ogni 10.000, contro 37,5 nel 2016; e il 12,7% degli adolescenti intervistati ha dichiarato almeno un episodio autolesivo nella vita.
Leggi articolo nel primo commento.
OLLIN