Dott.ssa Laura Koelliker - Psicologa

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Dott.ssa Laura Koelliker - Psicologa Psicologa e psicoterapeuta della Gestalt in formazione www.laurakoelliker.com

14/01/2026

Questo film mi ha colpita come pochi altri, non tanto per la denuncia istituzionale – pur potentissima – quanto per la profondità con cui mette in scena le dinamiche relazionali più primitive, quelle che plasmano l’identità ben prima che il soggetto possa scegliere davvero chi essere.

“Qualcuno volò sul nido del cuculo” è, per me, un grande affresco sulla violenza “silenziosa” del controllo, sull’annullamento dell’individuo in nome di un ordine che si presenta come cura. Il manicomio non è solo un’istituzione totale: è un campo relazionale rigido, governato da un’autorità che non tollera l’imprevisto, il desiderio, l’eccesso di vitalità. L’infermiera Ratched incarna una figura genitoriale fredda, normativa, apparentemente premurosa ma profondamente intrusiva: una madre che non ascolta il bisogno, ma pretende l’adattamento.

In questo contesto, McMurphy rappresenta la forza vitale che irrompe: il principio del piacere, il caos creativo, l’energia dell’Es che disturba l’equilibrio artificiale del sistema. Non è un eroe “buono”, ma è autentico, corporeo, presente. È colui che rompe la simbiosi mortifera tra pazienti e istituzione, offrendo loro – anche solo per brevi istanti – l’esperienza di un Sé possibile, non patologizzato.

La scena che più mi ha colpita, però, è quella del ragazzo che smette di balbettare. In quel momento assistiamo a qualcosa di straordinario: il sintomo cade non perché venga “curato”, ma perché il soggetto viene visto, desiderato, accolto come uomo. Il balbettio, che possiamo leggere come espressione di un conflitto profondo tra bisogno di autonomia e terrore della separazione, si dissolve quando il legame non è più minaccioso ma nutriente. È una guarigione relazionale, non tecnica.

Eppure basta una frase – “lo diremo a tua madre” – perché tutto crolli. In quell’istante la madre interiorizzata riemerge come figura totalizzante, giudicante, castrante. Il ragazzo non è più un soggetto desiderante, ma un bambino colpevole. Il sintomo ritorna immediatamente, come se il corpo ricordasse prima ancora della mente che l’autonomia non è consentita. Qui il film mostra con crudezza l’effetto devastante di un legame simbiotico mai risolto: la separazione è vissuta come annientamento, non come passaggio evolutivo.

Il suicidio, in questa chiave, non è solo un atto di disperazione, ma l’unica via di uscita possibile da una prigione interna. Se vivere significa tradire la madre, e restare fedele alla madre significa non esistere, la morte diventa paradossalmente l’unico gesto di autodeterminazione possibile. È una scena di una violenza emotiva enorme, perché ci mette davanti al costo umano di relazioni che non concedono spazio al Sé.

Da una prospettiva gestaltica, potremmo dire che questi pazienti non hanno mai potuto completare il processo di separazione-individuazione: il contatto con l’altro è sempre stato interrotto o invaso. Dal punto di vista dell’Analisi Transazionale, il loro Bambino è sottomesso a un Genitore interno ipercritico e persecutorio, mentre l’Adulto non ha mai avuto spazio per strutturarsi. L’Enneagramma ci aiuterebbe a leggere alcune di queste organizzazioni come adattamenti di sopravvivenza: strategie relazionali nate per non perdere l’amore, anche a costo di perdere sé stessi.

Alla fine, ciò che rende questo film così doloroso e così vero è che non parla solo di follia, ma di normalità. Di quante volte la società, la famiglia, le istituzioni “curano” spegnendo. Di quante volte il sintomo è l’ultimo baluardo di un’identità che prova a non dissolversi. E di quanto, in terapia come nella vita, il vero atto rivoluzionario sia offrire uno spazio in cui l’altro possa esistere senza dover pagare il prezzo della colpa.

05/08/2024

LA FELICITA' E' FATTA DI ATTIMI DI DIMENTICANZA
«Io sono un uomo molto logico, vede. Sono un ragionatore. Non per nulla vengo da una città di avvocati, credo anzi che sarei stato un meraviglioso avvocato. E secondo logica, dico: stabilito che le disgrazie sono fatte per gli uomini, perché arrabbiarsi contro le disgrazie? Sarebbe come arrabbiarsi perché piove, o perché c’ è il sole, o perché si muore. La morte esiste, la pioggia esiste, la cecità esiste: e ciò che esiste va accettato. Disperarsi a che serve? A vederci meglio? Bisogna adattarsi: prima per esempio scrivevo a mano, ora detto al magnetofono. Prima leggevo molto. Ora mi faccio leggere. E poi proprio cieco non sono: da un occhio, sì, non vedo quasi nulla, ma dall’altro vedo la periferia. Cioè, se mi metto di profilo, io frego l’occhio e la vedo come se stessi di faccia. Posso anche recitare e, infatti, vede: continuo a lavorare, lavoro. Né questo mi rende infelice. Signorina mia, ciascuno ha da portare una croce e la felicità, creda a me, non esiste. L’ho scritto anche in una poesia: «Felicità: vurria sapé che d’è / chesta parola. Vurria sapé che vvo’ significà». Forse vi sono momentini minuscolini di felicità, e sono quelli durante i quali si dimenticano le cose brutte.
La felicità, signorina mia, è fatta di attimi di dimenticanza.»

-- Dall’intervista di Oriana Fallaci a Totò

“Mio marito mi fa fare una vita impossibile...”, “Guarda mia madre come mi ha ridotto...”È una consuetudine attribuire l...
31/05/2024

“Mio marito mi fa fare una vita impossibile...”, “Guarda mia madre come mi ha ridotto...”
È una consuetudine attribuire la colpa della nostra vita infelice a qualcun altro ma, oltre a non essere utile, non è vero.
Tutte le persone che incontriamo nella nostra vita hanno un compito ben preciso nella nostra evoluzione, anche se doloroso per noi. Anche le persone più care danno questo contributo, anzi spesso sono quelle che ci fanno più male.
Infatti, il loro comportamento va in contraddizione con le nostre aspettative di affetto ma è simbolicamente la rappresentazione di quello che noi facciamo a noi stesse nel nostro campo morfico, a livello energetico.
Quindi, le accuse che rivolgiamo agli altri, le possiamo girare a noi, cambiando il soggetto della frase. Se proviamo a fare questo giochetto di evidenziare cosa ci ha fatto l’altro e mettere il nostro nome al suo posto, si apriranno dei portali.
Scendendo nel profondo del nostro campo morfico, vedremo proprio ciò che stiamo facendo a noi stesse. Non deve essere un lavoro mentale, ma di sincera osservazione della relazione che abbiamo creato con noi dopo la scissione da noi.
Vedendo certi nostri atteggiamenti verso di noi, possiamo modificarli e allora anche l’esterno cambierà.
Non nego che gli altri possano essere la causa del nostro stare male, e dobbiamo sicuramente fare qualcosa sul piano materiale per la nostra serenità, ma se diamo a loro la colpa della nostra infelicità, ecco che deleghiamo un potere che in realtà non hanno.
Per quanto una madre o un partner ci trattino o ci abbiano trattato male, loro sono sempre una conseguenza del nostro maltrattamento interiore, corrispondono alle nostre vibrazioni interiori, non sono mai la causa ma un effetto.
La scelta di uscire dalla sofferenza e dalle dinamiche del vittimismo sta solo a noi e solo noi possiamo farlo, chiedendoci che cosa quella situazione ci vuole mostrare di noi, del nostro campo energetico, che cosa ci vuole dire la legge di vibrazione in merito al rapporto con noi stesse.
È tutta una catena perché, meno fermiamo queste dinamiche interiori di sofferenza (dovute prima di tutto, ripeto, al maltrattamento di noi stesse da parte nostra, è il lato oscuro che dobbiamo vedere e trasformare) e più la nostra infelicità si rifletterà nelle situazioni esterne, che a loro volta ci creeranno ulteriori problemi e infelicità, a specchio.
Tiriamoci su le maniche e facciamo la nostra parte, smettendola di dare la colpa all'esterno, perché siamo noi i creatori dell’esterno, viene cronologicamente dopo, prima avvengono le dinamiche del campo morfico e lì non ci riserviamo un grande affetto...
Modificare la relazione con noi sul piano sottile e quindi creare un piano materiale diverso è l’apprendimento che la nostra anima è venuta a fare.

“Ho capito che dove non c’è certezza del futuro, serve vivere con più intensità il presente. Ho strappato alla mia fine ...
08/02/2024

“Ho capito che dove non c’è certezza del futuro, serve vivere con più intensità il presente. Ho strappato alla mia fine una manciata di anni e li voglio vivere come un presente allargato.
Cosa darei oggi per suonare davanti a 15 persone.
I numeri non contano. Perché ogni individuo è unico, irripetibile e a suo modo infinito.
Quando tutto crolla e resta in piedi solo l’essenziale, il giudizio che riceviamo dall’esterno non conta più.
Io sono quel che sono, noi siamo quel che siamo.
Come è liberatorio essere se stessi.”

Giovanni Allevi
🙏maestro GRAZIE

28/11/2023

"E' la cosa più importante in assoluto, trasformare tutto in un incontro, invece di chiacchierare su qualcosa o qualcuno. ...

Se non parli direttamente a qualcuno, stai facendo scena e basta."

Fritz Perls

19/11/2023

IDENTIFICA LA FERITA DELLA TUA INFANZIA

1. - FERITA DEL RIFIUTO
Nella mia infanzia:
Non mi hanno accettato così com'ero

Cosa faccio per proteggermi da adulto?
Scappando. Quando qualcuno o qualcosa mi fa sentire così, mi nascondo, mi isolo, non voglio vedere nessuno, nemmeno le persone che mi vogliono bene. Sento che tutti mi respingono, e che non gli appartengo.

2. - FERITA DELL'ABBANDONO
Nella mia infanzia:
Ho avuto genitori assenti emotivamente o fisicamente.

Cosa faccio per proteggermi da adulto?
Sto facendo tutto il possibile perché l'altro non mi lasci. Attiro problemi per attirare l'attenzione degli altri. Preferisco sopportare le relazioni difficili che metterle fine.
Ho troppa paura di rimanere solo.

3. - FERITA DA UMILIAZIONE
Nella mia infanzia:
Mi hanno ridicolizzato e si sono vergognati di me.

Cosa faccio per proteggermi da adulto?
Annullando i miei bisogni e concentrandomi su quelli degli altri. Il senso di colpa e la vergogna che trascino mi impediscono di accettarmi e prendermi cura di me stesso. Per questo mi è più facile prendermi cura degli altri che di me.

4. - FERITA DA TRADIMENTO
Nella mia infanzia:
Non hanno mantenuto quello che mi avevano promesso

Cosa faccio per proteggermi da adulto?
Essere in costante ipervigilanza. Devo controllare quello che succede intorno a me per antepormi al pericolo e evitare sorprese. Sono molto esigente nelle mie relazioni perché ho paura che mi dicano bugie.

5. - FERITA DELL'INGIUSTIZIA
Nella mia infanzia
Erano freddi e autoritari.

Cosa faccio per proteggermi da adulto?
Nascondendo quello che sento. Sono molto sensibile ma non lo dimostro.
Pretendo molto da me stesso perché credo di essere apprezzato per quello che faccio e non per quello che sono. Faccio fatica a impegnarmi per paura di sbagliare.

È tempo di guarire...

28/10/2023

Di nessun sentimento o sensazione devi vergognarti: sei responsabile solo di ciò che ne farai.

E se qualcosa che senti dentro ti dà fastidio, cerca piuttosto di capire cosa vuole dirti.

Riascoltati dopo qualsiasi esperienza significativa, per vedere cosa hai appreso sulla vita e su te stesso, al di là del successo o del fallimento.

27/10/2023

- Ciao
- Ciao! Buongiorno, dimmi.
- ...
- Dimmi pure, di cosa hai bisogno?

Mi servirebbero un padre e una madre ancora da conoscere, da non perdere, da non dover perdonare.
Che poi, chissà cosa avranno fatto mai.
Poi, se ce l'hai, mi servirebbe la verità, quella dammela tutta per favore, non starla neanche a pesare, tanto le vedo a occhio n**o quanto pesano certe parole.
O bugie.
Dammi poi, l'illusione di poter ricominciare tutto da capo, di rivedere tutti, di sbagliare ancora, ma di farlo meglio.
Almeno.
Tre chili di errori migliori quanto costano? Chiedo, perché sai, non so se posso ancora permettermeli.
Per questa sera, una notte senza buio e se vuoi fare cifra tonda, lasciaci pure uno spicchio di sole e una fessura di luna, grazie.
Stelle nuove e fortunate ne hai?
Anche non fortunate, basta siano nuove.
Le costellazioni dei miei desideri le conosco a memoria, sogni nuovi, mi servono nuovi sogni. Li hai? Dimmi di sì, per favore.
Aggiungi anche una passione e il suo ritorno, l'amore da grandi é ancora di stagione?
Ah, non è stata annata?
Non importa, passerà.
La certezza che qualsiasi cosa in cui credi poi cambierà forma e ti sentirai (ingiustamente) tradita, puoi darmela?
Bene, credo di essere a posto così; aspetta, no, prenderei ancora un'emozione, piccola per carità, piccola che si faccia tenere per mano.
Piccola che non si perda.
Ecco, sì, per oggi mi basta questo, grazie.

- Cosa ti è rimasto?
- Un po' di tutto
- Allora due mazzi di bieta e una zucca.

Finisce sempre così.
Quello di cui abbiamo davvero bisogno, non lo diciamo mai.

24/10/2023

Alla radice di ogni malattia c’è il divieto di fare qualcosa che vorremmo fare o l’ordine di fare qualcosa che non vorremmo.
Qualsiasi guarigione richiede la disobbedienza a tale divieto o a tale ordine.
E per disobbedire occorre perdere il timore infantile di non essere amati; vale a dire, di essere abbandonati.

Alejandro Jodorowsky

Grazie ❤️ Chiara Francesca Francesco Annarita Regina Salvatore Lorenzo Michela Carmela Cattafi Francesco

E' deceduta la dottoressa Barbara Capovani, la psichiatra aggredita da un suo ex paziente! Stavi facendo solo il tuo lav...
24/04/2023

E' deceduta la dottoressa Barbara Capovani, la psichiatra aggredita da un suo ex paziente!

Stavi facendo solo il tuo lavoro.😔
Anche se non ti conoscevo, ti immagino tra le tue sudate e complesse carte a fare del tuo meglio, con passione e amore, per aiutare i tuoi pazienti.

Non doveva andar così e non dovrebbe mai accadere una cosa del genere!

Questo è un lavoro che si sceglie per passione e questa passione non ti può far morire!

Questa passione che alimenti ogni giorno per il tuo lavoro, è risultato dell'amore per il prossimo, affinché lo aiuti a fargli vedere la luce in fondo al tunnel, donandogli una speranza.
E' un lavoro che sa di amore e l' è vita e non morte. . . 💔

Riposa in pace dottoressa

Indirizzo

Via Della Croce Rossa, 38
Naples
80125

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Lunedì 10:00 - 19:00
Martedì 10:00 - 19:00
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