Psicologa-Psicoterapeuta Dott.Assunta Giuliano

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Psicoterapia on line e in studio con ampia possibilità di parcheggio gratuito. Percorsi di psicoterapia per la cura di ansia, attacchi di panico, disturbo ossessivo compulsivo, bulimia nervosa e disturbi dell'umore. Problemi interpersonali legati a tratti del carattere. Dipendenza affettiva. Terapia di coppia: cicli interpersonali disfunzionali. Terapeuta EMDR: Eye Movement Desensitization and Reprocessing per eventi traumatici nonchè elaborazione del lutto.

08/09/2026

Vuoi capire davvero cos’è l’EMDR?

Martedì 1 settembre la dott.ssa Maria Zaccagnino, socia EMDR Italia, sarà ospite del programma Medici e Medicina, intervistata da Valeria Panzeri insieme allo psichiatra Orlando Uccellini.

Durante l’intervista si parlerà di EMDR in modo chiaro: che cos’è, cosa succede durante una seduta, come può aiutare nel lavoro sul trauma e nelle emergenze collettive.

📺 In onda martedì 1 settembre alle 23:25 su Telecity e Il 61.
Replica sabato 5 settembre alle 12:30 su Telecity e alle 13:00 su Il 61.
Online su telecity.it e YouTube Telecity Netweek.

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08/09/2026

🩵 Avere paura di iniziare una terapia è più comune di quanto pensi.

Sandra Bullock ha raccontato di aver sofferto di PTSD dopo un’intrusione in casa, mentre lei era presente.

Da quel momento qualcosa è cambiato: paura, ipervigilanza, momenti di pianto improvviso e il timore di trasmettere quel carico emotivo.

Poi ha scoperto l’EMDR.

Aveva molta paura di iniziare, ma quel percorso l’ha aiutata non solo a elaborare l’evento traumatico, anche a tornare su momenti della sua vita in cui non si era sentita al sicuro.

La terapia può fare paura.
Ma può anche diventare uno spazio sicuro in cui ritrovare sollievo, un passo alla volta.

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08/09/2026

Abbiamo imparato a riconoscere il dolore soprattutto quando prende una forma visibile. Una persona smette di uscire, trascura ciò che amava, si ritira, piange, dorme troppo oppure non dorme affatto. Sono manifestazioni reali e comprensibili della sofferenza, ma non sono le uniche. Esiste anche un dolore che continua ad accompagnarci mentre lavoriamo, prepariamo il pranzo, rispondiamo ai messaggi, attraversiamo una città, ridiamo a qualcosa che per qualche secondo riesce ancora a raggiungerci.

E forse dovremmo smettere di utilizzare il funzionamento come unità di misura della sofferenza. Essere capaci di continuare alcune parti della propria vita non dimostra che una ferita sia piccola. A volte dimostra soltanto che, dentro quella ferita, una parte di noi sta cercando di non perdere completamente il contatto con il resto.

Lasciarsi attraversare dal dolore, infatti, può significare farsi piccoli per un po’, quasi richiudersi su se stessi come uno scricciolo che cerca riparo. Può voler dire avere bisogno di una stanza silenziosa, di piangere, di dormire, di sottrarsi per qualche ora al rumore del mondo. Esistono momenti nei quali il sistema nervoso chiede proprio questo: meno stimoli, meno richieste, meno persone. Ma attraversare il dolore può assumere anche una forma apparentemente opposta.

Possiamo uscire, parlare con qualcuno, prendere un treno, andare al lavoro, sederci davanti al mare e accorgerci che il tramonto è ancora bello. Nessuna di queste cose cancella ciò che ci sta accadendo. Il fatto che la vita riesca ancora a raggiungerci non rende il dolore meno autentico.

“
Non sempre la forza ha l’aspetto di qualcuno che sta bene. A volte è qualcuno che sta male e continua a restare in relazione con la vita.

C’è una differenza importante tra sentire pienamente ciò che proviamo e lasciare che ciò che proviamo occupi ogni spazio disponibile. Il dolore ha bisogno di essere riconosciuto, perché ciò che viene continuamente evitato tende spesso a ripresentarsi attraverso altre strade: nel corpo, nel rimuginio, nell’irritabilità, nelle relazioni, nella ricerca compulsiva di qualcosa che possa anestetizzarlo.

Allo stesso tempo, riconoscerlo non richiede di consegnargli l’intera giornata, l’intera identità, l’intero futuro. Possiamo dirci «questa cosa mi sta facendo molto male» e qualche ora dopo concederci qualcosa che ci fa bene senza sentirci incoerenti.

Le emozioni umane non rispettano il principio di esclusività: possiamo essere profondamente tristi e provare piacere per una cena, sentire una mancanza e ridere con un amico, avere il cuore occupato da una perdita e continuare a desiderare qualcosa per domani.

Forse una parte della guarigione comincia proprio quando torniamo a tollerare questa complessità: quando, anche dentro un periodo che ci appare interamente nero, riusciamo ad accorgerci che esistono ancora delle sfumature. Accorgersi di qualcosa che ci fa bene mentre stiamo male non ridimensiona ciò che soffriamo: non ci defrauda del nostro dolore, ma restituisce semplicemente alla nostra esperienza più di un colore.

Forse uno degli errori più comuni consiste proprio nel pensare che soffrire correttamente significhi mantenere una sorta di fedeltà al dolore. Come se una risata tradisse ciò che abbiamo perduto, come se divertirsi per una sera dimostrasse che quella relazione non fosse stata importante, o che sorridere durante un lutto fosse una mancanza di rispetto verso chi non c’è più.

E invece può capitare di ridere anche nei giorni peggiori, senza che per questo il dolore sia meno vero e senza doverci sentire in colpa per quei pochi minuti in cui la vita riesce ancora a farsi spazio. E quella tregua, molto spesso, arriva attraverso gli altri. Non occorre raccontare tutto a tutti, né trasformare la propria sofferenza in una confessione permanente. La vulnerabilità ha bisogno anche di confini. Possiamo però scegliere con cura dove appoggiarla. Sapere a chi possiamo dire «oggi faccio più fatica del solito». Sapere con chi possiamo stare senza doverci presentare nella nostra versione migliore.

Qualche volta abbiamo bisogno persino di prendere in prestito, per un pomeriggio, un po’ della leggerezza di qualcun altro: una conversazione che ci distrae senza negarci, una passeggiata, una presenza che non cerca immediatamente di aggiustarci. La regolazione delle emozioni non avviene soltanto dentro di noi. Fin dall’inizio della vita impariamo a regolarci anche attraverso la relazione, e continuare ad avere bisogno degli altri nei momenti difficili non rappresenta una debolezza evolutiva da superare.

Naturalmente esiste anche un’altra possibilità: che una ferita, lentamente, cominci a decidere al posto nostro. Non perché lo vogliamo, ma perché l’esperienza dolorosa modifica le aspettative con cui guardiamo il mondo. Una delusione può suggerirci di non fidarci più; un abbandono può convincerci a non legarci troppo; un’umiliazione può farci diventare invisibili prima che qualcuno abbia nuovamente l’occasione di giudicarci.

Ed è forse qui che passa uno dei confini più delicati della sofferenza: quando ciò che ci è accaduto smette soltanto di farci male e comincia a scegliere per noi. Sceglie chi incontrare, cosa evitare, quanto rischiare, quanta vicinanza tollerare, quale idea avere di noi stessi. Il dolore finisce allora per occupare non soltanto il passato, ma anche territori della vita che non ha ancora conosciuto.

Continuare a vivere mentre soffriamo può essere allora un gesto molto meno eroico e molto più concreto di quanto immaginiamo. Non occorre dimostrare niente. Talvolta significa semplicemente conservare qualche piccola decisione dalla parte della vita: rispondere a quella persona, uscire per mezz’ora, prepararsi qualcosa da mangiare, tornare in un luogo che avevamo evitato, chiedere aiuto, permettere a qualcosa di bello di raggiungerci senza interrogarci immediatamente sul diritto che abbiamo di goderne.

Sono movimenti minuscoli, eppure custodiscono una possibilità importante: ricordarci ùche siamo più grandi dell’esperienza che stiamo attraversando.

Magari guarire ha anche a che fare con questo. Non con l’arrivo di un giorno in cui la ferita smette improvvisamente di esistere, ma con il momento in cui non ha più bisogno di essere consultata prima di ogni scelta.

Rimarranno giornate in cui avremo voglia di rannicchiarci e altre in cui riusciremo a stare nel mondo con sorprendente leggerezza. Entrambe possono appartenere allo stesso processo. Perché continuare a vivere non è la prova che il dolore sia passato. A volte è semplicemente il modo in cui, mentre il dolore ci attraversa, continuiamo a ricordargli che non è l’unica cosa che ci sta accadendo.

Psicologia Narrativa

08/09/2026

Il trauma non coincide necessariamente con l’evento doloroso, ma con ciò che di quell’esperienza la psiche non è riuscita a comprendere, contenere e integrare.
Due persone possono vivere lo stesso evento e reagire diversamente, perché il trauma nasce dall’incontro tra ciò che accade e la vulnerabilità, la storia e le risorse interiori di ciascuno. Questo è particolarmente vero nell’infanzia, quando spesso mancano parole e strumenti emotivi per dare senso a ciò che si vive.
L’esperienza allora non scompare: rimane sospesa, inscritta nella psiche e talvolta nel corpo. Può restare silenziosa per anni e riemergere quando qualcosa nel presente la riattiva. Per questo il trauma non segue il tempo cronologico: il passato può continuare ad accadere nel presente.
Il lavoro terapeutico non cancella ciò che è stato, ma permette a ciò che era rimasto senza nome di essere riconosciuto, pensato, sentito e raccontato. Perché ciò che non può essere elaborato tende a ripetersi; ciò che trova parole può diventare storia.

Guarire da un trauma non significa dimenticare ciò che è accaduto, ma riuscire a ricordarlo senza essere costretti a riviverlo con sofferenza.

08/09/2026
06/05/2026

Nel trauma complesso, le strategie di sopravvivenza diventano strutture identitarie.
Quando una persona vive a lungo in condizioni di pericolo, instabilità o trascuratezza, il suo sistema nervoso sviluppa strategie per sopravvivere a quell’ambiente. Queste strategie possono includere compiacere gli altri, evitare il conflitto, ipercontrollare tutto, dissociarsi, oppure restare costantemente in allerta.
Nel trauma complesso, queste risposte non restano dei semplici comportamenti temporanei ma diventano il modo abituale di stare al mondo. Col tempo, la persona non le percepisce più come strategie apprese, ma come parte del proprio carattere o della propria identità. Ad esempio, “sono fatto così, devo sempre piacere a tutti” oppure “sono una persona fredda, non provo molto”.
In realtà, queste modalità hanno avuto una funzione fondamentale: hanno protetto la persona in un contesto in cui non c’erano alternative più sicure. Il problema nasce quando quelle stesse strategie, che erano adattive nel passato, continuano ad attivarsi automaticamente anche nel presente, dove non sono più necessarie o diventano limitanti.

Nel trauma complesso l’identità si costruisce attorno alla sopravvivenza, non alla libertà di espressione. La persona impara chi deve essere per ridurre il rischio.

10/09/2025

E ci furono mille cose che non scelsi,
che mi arrivarono all’improvviso
e mi cambiarono la vita.
Cose belle e brutte che non cercavo,
sentieri in cui mi smarrii,
una vita che non mi aspettavo.
E scelsi, almeno, come viverla.
Scelsi i sogni per decorarla,
la speranza per sostenerla,
il coraggio per affrontarla.

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Traversa Michele Pietravalle, 20
Naples
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