Dott. Antonino Trischitta Dermatologo

Dott. Antonino Trischitta Dermatologo Pagina ufficiale del Dott. Antonino Trischitta – Dermatologo a Napoli.

31/07/2026

ALL'OMBRA DELL'ULTIMO SOLE ...

Alcuni vecchi confronti occupazionali avevano rilevato meno melanomi tra pescatori, agricoltori e altri lavoratori all’aperto rispetto a chi lavorava al chiuso. Da questa osservazione è nata una tesi che continua a circolare: l’esposizione solare cronica proteggerebbe dal melanoma, mentre sarebbero pericolose soltanto le esposizioni intermittenti e le scottature.

Confrontare mestieri diversi non equivale a confrontare dosi diverse di radiazione ultravioletta. La qualifica di “agricoltore” non dice quanta pelle sia stata esposta, in quali ore, con quali indumenti, a quale latitudine e per quanti anni. Non informa sull’esposizione durante vacanze e attività ricreative, né sulle scottature avvenute nell’infanzia. I lavoratori all’aperto possono inoltre essere selezionati in partenza: chi ha pelle molto chiara, si scotta facilmente e tollera male il sole tenderà meno a scegliere o mantenere per decenni un lavoro all’aperto. È il normale problema per cui le caratteristiche delle persone influenzano il mestiere svolto e possono far apparire protettiva un’occupazione senza che sia protettivo il fattore studiato.

C’è poi un altro errore: riunire sotto un’unica etichetta melanomi biologicamente differenti. Quelli del tronco sono associati soprattutto alle esposizioni intermittenti e alle ustioni; quelli del capo e del collo, compreso il melanoma su lentigo maligna, insorgono tipicamente su cute cronicamente fotodanneggiata. Una revisione pubblicata nel 2026 ha mostrato bene l’effetto di questa mescolanza: negli studi che comprendevano il melanoma su lentigo maligna, l’esposizione solare professionale era associata a un aumento del rischio del 45%; negli studi che lo escludevano compariva invece un’associazione inversa. Gli autori hanno rilevato che molti vecchi lavori avevano campioni limitati e non distinguevano adeguatamente sede anatomica, età e sottotipo tumorale [1].

Una meta-analisi del 2005 aveva effettivamente trovato un’associazione inversa tra elevata esposizione professionale e melanoma. La stessa analisi mostrava però che i risultati sull’esposizione cronica cambiavano significativamente con la latitudine e con il tipo di controlli utilizzati. Era quindi un segnale epidemiologico eterogeneo, dipendente dalla costruzione degli studi, non la dimostrazione di una protezione biologica [2].

Un’analisi pooled di quindici studi caso-controllo, comprendente 5.700 melanomi e 7.216 controlli, aveva già mostrato che il risultato cambiava con la sede e la latitudine. Dopo l’aggiustamento per età, sesso, colore dei capelli, capacità di abbronzarsi e lentigginosità, l’esposizione professionale non risultava protettiva per i melanomi del tronco e degli arti; alle basse latitudini era associata a un rischio 1,7 volte maggiore per quelli del capo e del collo. Fra i controlli che lavoravano all’aperto erano inoltre meno frequenti i fototipi I e II: un’indicazione diretta della selezione delle persone meno sensibili al sole nei mestieri esposti [3].

Nel 2026 è arrivato un dato molto più informativo. Uno studio nazionale danese ha seguito 2.943.336 lavoratori, per oltre 54 milioni di anni-persona, registrando 11.344 melanomi. Invece di limitarsi a confrontare i mestieri, i ricercatori hanno ricostruito le storie professionali e attribuito a ciascun lavoro una dose di radiazione solare mediante una matrice europea di esposizione, adattata alla latitudine danese. La dose è stata quindi cumulata nel tempo ed espressa in SED-anni, cioè in unità standardizzate di radiazione capace di produrre eritema.

Il rischio di melanoma aumentava con l’esposizione professionale cumulativa. Nel quartile più esposto l’incidenza era superiore del 57% rispetto al quartile meno esposto: IRR 1,57, con intervallo di confidenza 1,43–1,71. L’analisi continua mostrava una crescita fino a un IRR di 1,59 intorno a 14,8 SED-anni, seguita da un plateau. Gli agricoltori erano tra i lavoratori con la maggiore esposizione giornaliera stimata, pari a 1,69 SED. Il risultato era aggiustato per età, sesso, periodo storico, probabilità di fumo, familiarità per melanoma, malattie dermatologiche o immunologiche, trapianti e uso di farmaci [4].

Lo studio non disponeva del fototipo, del numero di nevi e della storia individuale delle scottature e delle esposizioni ricreative. Questo limita la precisione causale della stima, ma non rovescia il risultato osservato: aumentando la dose professionale cumulativa, il melanoma aumentava. Per sostenere che il sole cronico protegga bisognerebbe osservare una riduzione del rischio con l’aumento dell’esposizione. La curva mostra il contrario.

È possibile che, a parità di dose totale, una radiazione distribuita nel tempo produca meno danno di una serie di esposizioni concentrate accompagnate da ustioni. Abbronzatura e ispessimento dell’epidermide possono ridurre il danno provocato dalla dose successiva. Questo significa che il frazionamento può modificare la cancerogenicità per unità di dose; non significa che accumulare altra radiazione ultravioletta prevenga il melanoma.

I vecchi studi su pescatori e agricoltori non devono essere cancellati: devono essere interpretati per ciò che erano, confronti indiretti fra categorie professionali esposte a numerose differenze oltre al sole. Usarli per affermare che l’esposizione cronica protegge, o addirittura per consigliare alle persone di pelle bianca di esporsi deliberatamente, significa attribuire a un’associazione occupazionale debole un significato causale che non possiede.

Quando la dose professionale viene ricostruita e cumulata nel tempo, abbiamo un'indicazione chiara: più radiazione solare occupazionale, più melanoma. Trasformare un vecchio dato grezzo nella prescrizione secondo cui il sole sarebbe una protezione contro il tumore che può causare è l'esempio perfetto delle peggiori menzogne che un oncologo può decidere di spargere, convincendo oltretutto tanti (alcuni intervengono anche su questa pagina) del contrario della realtà.

BIBLIOGRAFIA

[1] Whiteman DC, Williams GJ, Thompson JF. Occupational Sun Exposure and Melanoma Development: A Review of the Evidence. Australasian Journal of Dermatology. 2026;67(3):e136–e142. doi: 10.1111/ajd.70069.

[2] Gandini S, Sera F, Cattaruzza MS, Pasquini P, Picconi O, Boyle P, Melchi CF. Meta-analysis of risk factors for cutaneous melanoma: II. Sun exposure. European Journal of Cancer. 2005;41(1):45–60. doi: 10.1016/j.ejca.2004.10.016.

[3] Chang YM, Barrett JH, Bishop DT, et al. Sun exposure and melanoma risk at different latitudes: a pooled analysis of 5700 cases and 7216 controls. International Journal of Epidemiology. 2009;38(3):814–830. doi: 10.1093/ije/dyp166.

[4] Kristensen I, Schmidt SAJ, Gorny AW, et al. Occupational solar UV-exposure and risk of cutaneous melanoma among Danish workers: A nationwide cohort study. European Journal of Cancer. 2026;244:116884. doi: 10.1016/j.ejca.2026.116884.

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27/07/2026

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L'esposizione prolungata ai raggi del sole resta un fattore di rischio per i tumori cutanei. È quindi fondamentale esporsi con le opportune precauzioni: evitare una prolungata esposizione al sole dalle 11.00 alle 16.00 e utilizzare comunque la crema solare più idonea (meglio se consigliata dal dermatologo), indossare cappellino con visiera, maglietta bianca, occhiali da sole.

Questo è ciò che ci dice la letteratura scientifica internazionale.

Chi afferma il contrario crea danni per sé e per gli altri. Se a dirlo è un medico il danno è doppio.

Tra gli obiettivi della nostra Associazione vi è quello di informare i cittadini sulla corretta esposizione al sole per prevenire i tumori cutanei, basandoci su dati scientificamente acquisiti e verificati.

Non possiamo quindi restare in silenzio di fronte ad una falsità così grossa affermata da una persona, in questo caso un medico (cosa ancora più grave), che mette in questo modo a repentaglio la salute dei suoi followers.

Confidiamo nella sua buona fede, augurandoci che si renda conto di aver mal interpretato i dati della letteratura e che rettifichi al più presto le sue affermazioni.

LA MAPPATURA DEI NEI CHE NON CI VUOLESfatiamo questa convinzione diffusissima che per fare prevenzione del melanoma tutt...
26/07/2026

LA MAPPATURA DEI NEI CHE NON CI VUOLE
Sfatiamo questa convinzione diffusissima che per fare prevenzione del melanoma tutti debbano fare "mappare i nei".
I dermatologi non fanno carte astronomiche dei nei. E questa falsa convinzione porta anche alcune persone a rimanere insoddisfatte dalla visita dermatologica perchè "non mi ha fatto la mappa dei nei". Allora proviamo a chiarire le cose in modo semplice:
1. La prevenzione del melanoma parte da noi stessi, prima di tutto stando al sole con cautela ed in sicurezza:
-evitare il sole tra le 11 e le 16
-usare indumenti, cappello a tesa larga, occhiali da sole, creme con SPF maggiore a 30
2. Facendo regolarmente l’auto esame della pelle una volta al mese, controllo con le regole ABCDE e brutto anatroccolo. Trovate info qui:
https://www.melanomaitalia.org/prevenzione-e-diagnosi/come-realizzare-lauto-esame-della-tua-pelle/ nei
3. Ricordando che 3 melanomi su 4 nascono su cute sana e non sono un "neo che si trasforma", che bisogna stare attenti a ciò che esce di nuovo, ma anche all’evoluzione: ciò che cresce, che cambia forma o colore. In questi casi, visita dermatologica subito.
4. Il dermatologo che fa il controllo - a meno che non abbiate particolari fattori di rischio (melanoma in familia, carnagione molto chiara e fenotipi rossi o biondi)- vi controllerà con quella specie di lente d'ingrandimento con una luce speciale che permette di vedere il “neo” e definire se fare una biopsia o di tenere sotto controllo, e deve necessariamente salvare le immagini dei nei “sospetti”. Se state bene finisce li e vi dirà se è opportuno e fra quanto tornare a fare una nuova visita, voi ovviamente dovete controllarvi da soli nel frattempo.
5. Nelle persone con alti fattori di rischio (tantissimi nevi, precedente diagnosi di melanoma, familiarità) si usa la videodermatoscopia (epiluminescenza digitale) o il Photophinder o il VECTRA.
Questi strumenti permetteno di fotografare e archiviare le immagini in alta risoluzione. Permettono anche di avere un’immagine 3D del o dei nei per capire come e quanto vanno in profondità e richiedere una biopsia in tempi brevi.
Attenzione: il loro vero "superpotere" non è solo farci vedere la macchia più grande e di approfondire, ma anche il poter affiancare le foto a distanza di mesi per scoprire se la lesione è cambiata nel tempo e constatare se c’è stata l’EVOLUZIONE. La famosa E! (il che implica farsi controllare nello stesso centro che ha il vostro archivio! O di richiedere il suddetto archivio nel caso di cambiare centro)ث
Quindi: molte volte si richiede una "mappatura" o monitoraggio digitale, che le attuali linee guida NON raccomandano come screening di base per la POPOLAZIONE GENERALE a meno che nell’auto controllo mensile non abbiate notato qualcosa de veramente preoccupante.
Controllare la propria pelle ed evitare scottature e lettini solari, invece, è stra-raccomandato a tutti!

Ispeziona attentamente l'intero cuoio capelluto, ispeziona l'interno della bocca, i genitali, l'interno dei glutei, tra le dita e la pianta dei piedi....

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Dermatology in Neapolis - Congresso di alto contenuto scientifico organizzato dai colleghi della Clinica Dermatologica Università Federico II, a cui ho avuto il piacere di partecipare e l'opportunità di apprendere le tante novità nella diagnosi e terapia delle malattie cutanee. Complimenti ai Responsabili scientifici Prof. Matteo Megna e Maddalena Napolitano ed alla Direttrice Prof. Paola Nappa, grato per avermi invitato a far parte dei Moderatori.

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Oggi Meeting ADECA "Dal Dermatologo al Pediatra".

Evento finalizzato alla formazione e condivisione in cui oltre 100 Dermatologi e Pediatri hanno avuto modo di confrontarsi sul tema della diagnosi clinica e dermoscopica delle neoformazioni melanocitiche e non in età pediatrica.

Indirizzo

Viale Cavalleggeri D'Aosta, 7
Naples
80124

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