Dott.ssa Rita Marinelli Psicoterapeuta

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09/06/2026

Ci sono cose che in Italia continuiamo a fare semplicemente perché le abbiamo sempre fatte.
Non perché abbiano ancora senso.
Non perché funzionino.
Non perché siano compatibili con la vita reale delle famiglie.
Tre mesi di vacanze scolastiche sono una di queste.
Perché ogni anno assistiamo allo stesso spettacolo.
Politici che parlano di natalità.
Esperti che parlano di denatalità.
Convegni, studi, statistiche e tavole rotonde.
Poi arriva giugno e milioni di genitori entrano in modalità sopravvivenza.
La verità è che fare figli in Italia non è difficile solo economicamente.
È difficile logisticamente.
Devi organizzare la tua vita attorno a un sistema che sembra progettato da qualcuno che non ha figli o che li ha avuti nel 1970.
La cosa più curiosa è che quando qualcuno fa notare il problema arrivano subito quelli che spiegano che “è sempre stato così”.
Appunto.
Anche le cabine telefoniche sono sempre state lì.
Poi il mondo è cambiato.
Il fatto che una cosa esista da tanto tempo non significa che abbia ancora senso.
Perché il vero tema non sono le vacanze.
Il vero tema è che continuiamo a pretendere famiglie moderne dentro strutture pensate per un paese che non esiste più.
E ogni volta che una famiglia chiede di adattare il sistema alla realtà viene trattata come se stesse chiedendo un privilegio.
La domanda è semplice.
Se davvero i figli sono il futuro del paese, perché continuiamo a organizzare il paese come se non dovessero esistere?

Cit

Alle mie donne🥰
06/06/2026

Alle mie donne🥰

06/06/2026
31/05/2026

“Hanno tenuto la testa della bimba sott’acqua per farla riprendere e poi un video dove alla bambina di 2 anni veniva imposto di fumare una sigaretta”

Ho letto questa frase.

Poi l’ho riletta.

E poi ancora una volta.

Perché il mio cervello si rifiutava di accettare che quelle parole fossero riferite a una bambina.

Non a un adulto.

Non a una persona grande.

A una bambina di due anni.

Due anni.

L’età in cui si impara a dire “mamma”.
L’età in cui si cade e si cerca subito una mano che ti rialzi.
L’età in cui il posto più sicuro del mondo dovrebbe essere tra le braccia di chi ti ama.

E invece oggi siamo qui.

A piangere una bambina che non avrà mai la possibilità di crescere.

Sapete cosa mi distrugge?

Che Beatrice probabilmente non aveva idea di quello che stava accadendo.

Non conosceva la cattiveria.
Non conosceva la crudeltà.
Non conosceva il male.

Conosceva soltanto gli adulti che aveva intorno.

Li guardava con quegli occhi che hanno tutti i bambini.

Occhi pieni di fiducia.

Perché a due anni credi che gli adulti possano aggiustare tutto.

Credi che se piangi qualcuno arriverà.

Credi che se hai paura qualcuno ti stringerà forte.

Credi che se stai male qualcuno farà di tutto per salvarti.

E questa è la parte che mi spezza il cuore.

Pensare a quella bambina che continuava ad affidarsi agli unici punti di riferimento che aveva.

Pensare a una creatura che pesava pochi chili, che forse stringeva un giocattolo, che forse cercava una carezza.

Mentre il suo mondo crollava.

E mentre oggi leggiamo gli atti, le accuse e le ricostruzioni, c’è una verità che fa più male di tutte.

Beatrice non tornerà.

Non vedrà mai il suo primo giorno di scuola.

Non tornerà a casa con un disegno da mostrare orgogliosa.

Non avrà mai una migliore amica.

Non si innamorerà mai.

Non sentirà mai qualcuno chiamarla “mamma”.

Non diventerà mai grande.

La sua vita si è fermata a due anni.

Due.

Anni.

Provate a pensarci.

Mentre voi state leggendo queste righe, magari vostro figlio è sul divano a guardare un cartone.

Magari vostra figlia sta giocando in cameretta.

Magari tra poco vi correranno incontro per un abbraccio.

Beatrice non potrà più farlo.

Mai più.

E questa consapevolezza dovrebbe farci piangere tutti.

Perché prima delle accuse.
Prima delle indagini.
Prima dei processi.

C’era una bambina.

Una bambina che meritava di essere amata.

Una bambina che meritava di sentirsi al sicuro.

Una bambina che meritava di vivere.

E invece oggi resta soltanto una fotografia, un nome e un silenzio assordante.

Quello che lascia una vita spezzata troppo presto.

Riposa in pace, piccola Beatrice. 🕊️💔

Che la terra ti sia lieve.

E che nessuno dimentichi mai che dietro questa storia non c’è un caso mediatico.

C’è una bambina di due anni che aspettava soltanto amore.

30/05/2026

Tante cose si sistemeranno da sole. Tu pensa a vivere. Non a morirci a forza di pensarci. Non ammalarti a forza di dannarti. Non consumarti per questo che, non cambi le cose, non cambi le persone, ma rovini te stesso, i tuoi giorni, le tue occasioni, la tua vita, le persone accanto. Tante cose si sistemeranno da sole. Pensa a vivere.

25/05/2026

SE LA SCUOLA SI FOCALIZZA SOLO SULLA PERFORMANCE, PERDIAMO I RAGAZZI.

C’è un legame diretto tra le pretese di una società incentrata sulla competizione e l’ansia che si respira ogni mattina nelle classi. Abbiamo costruito un modello educativo concentrato quasi solo sull’Homo Faber sull'ossessione del fare, del produrre risultati misurabili e dell’efficienza dimenticando la dimensione dell’Homo Sensualis: l’essere umano che sente, che si emoziona e che cresce attraverso l’empatia e la relazione.

La conseguenza è che rischiamo di trasformare i bambini e gli studenti in macchine da voto.

Li valutiamo, li misuriamo, li cataloghiamo continuamente. Ma quando un ragazzo impara ad associare il proprio valore come persona al numero sul registro elettronico, il danno educativo è già fatto. Un voto definisce una prestazione in un preciso momento; non dice assolutamente nulla sulle fatiche di quel bambino, sulla sua sensibilità, sul suo mondo interiore o sulla sua capacità di aiutare i compagni.

Se la scuola si schiaccia sulla logica del merito inteso come competizione esasperata, smette di essere un luogo di crescita. E il prezzo di questa corsa lo pagano i ragazzi con l'ansia, la paura costante di fallire e l'isolamento. L’altro non viene più visto come un compagno con cui fare un percorso, ma come un concorrente da superare.

Ecco perché oggi fare pedagogia significa fare una scelta controcorrente. Significa difendere quegli spazi in cui si ha ancora il coraggio di fermarsi per accogliere la vulnerabilità, per considerare l'errore come una normale tappa dell'apprendimento e non come una colpa, e per dare spazio all'ascolto autentico.

Dobbiamo rimettere al centro l’umanità del legame educativo. Altrimenti non stiamo crescendo i cittadini di domani, stiamo solo addestrando esecutori efficienti ma profondamente soli.

Roberto Coni

Indirizzo

Naples

Telefono

+393313899940

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